Un po’ sui NOMI – Paolo BREBER


.Nei testi cinofili il termine “cane da pastore” viene usato indistintamente per indicare tutte le razze impiegate nella pastorizia. Ma la profonda diversità che separa il cane che serve per controllare i movimenti del gregge su comando dell’uomo e quello che serve per difendere il gregge dai predatori richiederebbe un termine a parte per ciascuna categoria.

Il termine “cane da pastore” dovrebbe essere riservato al primo tipo perché è effettivamente il cane del pastore, in quanto si lega all’uomo pastore e non alla pecora. Il secondo tipo che invece si lega alla pecora andrebbe chiamato “cane pastorale”.

Nel parlare dei pastori I primi vengono chiamati “toccatori” o “paratori”, mentre i secondi sono “cani da pecora” o “mastini”. Per vari motivi questi appellativi non sono adatti al vocabolario cinofilo, specialmente la parola “mastino” che conduce a dei malintesi. Per il cinofilo il mastino è morfologicamente un molossoide ma il cane pastorale non si presenta con questa struttura. Come mai, allora, i pastori chiamano mastini i loro cani che non sono molossoidi? Per arrivare a capire questa apparente incoerenza bisogna decrittare la parola “mastino”. Tentativi etimologici offrono variegate derivazioni: mansuetinus, mas tuein, massatinus, massagetus, massetere, ecc.

In realtà, la radice è “mastio”, una variante dimenticata, eccetto forse in Toscana, di “maschio”, per cui quando si dice “mastino” nel significato originale indica un cane maschile. Cosa vuol dire questa espressione? Anticamente le razze canine venivano divise in “maschili” e “femminili”, cioè si distingueva tra quelle dove il soggetto maschile è morfologicamente molto diverso da quello femminile, e tra quelle dove questo dimorfismo sessuale non esiste. Volgendo lo sguardo alle diverse tipologie costatiamo che questo forte dimorfismo sessuale è presente solo nel cane pastorale e nel molossoide/cane da presa, mentre è assente in tutti gli altri (braccoidi, levrieroidi, cani da compagnia, cani da tana, cani d’aia, ecc.). Ecco ora si scioglie il paradosso, e si capisce perché il cane pastorale e il molossoide/cane da presa, così profondamente diversi nell’indole e nell’aspetto, possano essere accomunati dal termine “mastino”.

Già che ci siamo, anche il termine “molosso” merita qualche attenzione filologica in quanto anch’esso ha una storia di ambiguità come “mastino”. Per il cinofilo il molossoide è quel tipo morfologico rappresentato, ad esempio, dal Mastino Napoletano. Paradossalmente, Aristotele (384-322 a.C.), il primo a descrivere il cane dei Molossi, lo pone alla difesa del bestiame per cui in realtà sarebbe stato un cane pastorale e non avrebbe perciò mostrato una morfologia da molossoide/cane da presa. L’unica caratteristica fisica del cane dei Molossi menzionata da Aristotele è la sua grande taglia. Per gli autori successivi, quindi, molosso diventa così sinonimo di cane di grande taglia e dato che i cani grandi erano allora il cane pastorale e il molossoide/cane da presa, il termine poteva servire ad indicare sia l’uno che l’altro.

Queste considerazioni restano storicamente valide finché non arriva la cinofilia nell’800 con la classificazione morfologica di Pierre Mégnin (1891), tuttora seguita, dove nella categoria dei cani molossoidi non può essere incluso il cane pastorale. C’è da dire, infine, che al Mégnin è sfuggita completamente la grande e importante categoria dei cani pastorali la cui conformazione avrebbe il suo posto tra il “lupoide” ed il “molossoide”.

Paolo BREBER

(le immagini sono tratte dal libro “Il cane da pecora abruzzese” di P.Breber)