TORNAN di MAREMMA – Renato Fucini


In altri articoli, in particolare in quelli dedicati al nome del cane da pecora, abbiamo avuto modo di approfondire la diffusione della pastorizia nelle varie regioni italiane, e abbiamo parlato  della grade pastorizia transumante abruzzese, senz’altro la più numericamente consistente e signficativa , della pastorizia umbro-marchigiana che transumava tradizionalmente nell’agro romano ed infine della pastorizia che transumava in Maremma con greggi provenieti dal Casentino, dalla Lunigiana,dalla Garfagnana, dalla Valtiberina, dal Pistoiese e dall’Appennino romagnolo ( i pastori del racconto vengono per l’appunto da Fiumalbo, nell’appennino modenese).Questa transumanza, che nella seconda metà del ‘500 sfiorava i 400.000 capi mentre nella seconda metà del ‘700 contava ancora 310.000 capi (fonte D.Barsanti-allevamento e transumanza in Toscana) si ridusse dopo il 1778, anno in cui fu abolita  la Dogana dei Paschi , anche in virtu’ della progressiva bonifica delle terre maremmane, ma comunque prosegui’, seppure in forma ridotta, anche nei secoli successivi . Scrive Saverio Russo nel suo “Le transumanze peninsulari nell’800”Se, quindi, in Puglia, tutto sommato, seppure ridimensionata, la transumanza tiene, a fine Ottocento, questa pratica non è scomparsa neppure in Maremma, dove la novità – scrive Barsanti – «è che tutta la famiglia segue il vergaio nello spostamento occupando edifici di nuova costruzione»; nel Lazio, a dar fede ai censimenti, l’allevamento ovino, ancora in buona misura transumante,sembra addirittura in aumento”.

Una testimonianza di questa pratica ci viene offerta da un racconto di Renato Fucini, un agronomo nato nel 1843 a Monterotondo Marittimo, in provincia di Grosseto. Innamorato della “sua” Maremma, Fucini nel 1884 pubblicò una raccolta di racconti, “Le veglie di Neri”, da cui e’ tratto il Racconto “Tornan di Maremma”, che pubblichiamo nei suoi passi più salienti.

L’inclinazione bozzettistica del Fucini, che qualcuno accostò alla pittura dei Macchiaioli, ci consegna , pur nella finzione letteraria, una Maremma “amara”, in cui personaggi benestanti dalla battuta pronta convivono con i disperati e con gli “ultimi”.

E i nostri pastori ci appaiono come figure “patetiche” nelle quali il dolore e la sventura non cancellano però la dignità , propria di un tipo umano arcaico , in cui coesistono fatica e religiosità, e che ancor oggi suscita sentimenti di ammirato e commosso rispetto.

Tornan di Maremma

 Dai racconti delle “Veglie di Neri!”

In una botteguccia d’un povero casolare alle falde della montagna stavano due pastori attempati oltre la cinquantina, i quali, appena che fui entrato, attirarono tutta la mia attenzione a motivo di una certa loro aria d’impazienza e di sgomento, per la quale pareva non potessero trovare fermezza. Si asciugavano il sudore dalla faccia senza che fosse caldo, sospiravano forte, e barattando fra loro occhiate dolorose e pochi monosillabi, non levavano un momento gli occhi dalla vetrata per guardare attenti sulla via che per quattro buoni tiri di schioppo si stendeva bianca e polverosa davanti alla porta.

«Voi vorrete bere, eh giovanotto?», mi domandò la padrona, vedendomi sedere in disparte a un tavolino di legno tinto.

«Mangerei anche un boccone, Verdiana, se ci avete qualcosa di buono da darmi.»

«E sa», disse dopo avermi un po’ osservato, «mi scusi tanto perché proprio non l’avevo raffigurato. Che fa? sta bene? o la su’ famiglia è fiera?»

«Tutti bene: grazie. E voi?»

«Sissignore, mi contento. Quando deve andar male, vada sempre così. ………………… Piuttosto, a proposito di questi uomini, ditemene qualche cosa: chi sono? di dove vengono? chi deve arrivare? che hanno, ché mi par di vederli tanto affannati?»

«Hanno il mal del povero, glielo dico io cos’hanno; quel malaccio che si tira dietro le sette piaghe peggio della carestia………… Lo vede quello appoggiato al banco, che si gratta la barba? Quello li è il babbo d’un giovanotto che s’innamorò della figliola di quell’altro. Son tutt’e due di per in su; il posto come si chiama non gliel’ho domandato: ma dev’essere dimolto lontano perché dianzi alle dieci quando mi sono arrivati erano stanchi che non ne potevano più, e m’hanno detto che s’eran partiti a levata di sole. Insomma, per fare il discorso breve, dice che que’ ragazzi si volevano sposare a tutti i costi, e non c’era, dice, neanche tanto da comprare le panchette del letto. Allora lui, si direbbe il giovanotto, che non s’era mai mosso da casa, perché pare che avesse poca salute, fece un cor risoluto, s’attruppò con de’ pecorai di Fiumalbo, e se n’andò per le Maremme a tentar la ventura anche lui……………

Io, benché non sapessi ancora di che cosa si trattasse, guardavo con crescente compassione que’ due poveri vecchi stralunati, pallidi e polverosi, i quali ora sedendo ora guardandomi sconsolati, e non trovando mai posa in un luogo, pareva che cercassero dove liberarsi da un pensiero tormentoso che li perseguitasse.

«Che ore sono, signore?», mi domandò finalmente uno dei vecchi.

«Sentite? suona mezzogiorno ora alla Pieve.»

Si levarono il cappello, dissero l’Angelus Domini appoggiandosi coi gomiti ai regoli della vetrata, e, dopo essersi scambiati uno sguardo meno desolato degli altri, tornarono a guardare attenti alla via……………………………….

Dice che hanno fatto bene a mandargli a dire della malattia della ragazza; che in quanto a restar butterata nel viso non se ne dessero pena, ché a lui non gliene importava nulla, purché la su’ ragazza fosse restata sempre della medesima idea di volergli bene; che lui era fiero; che la Maremma, grazie a Dio, gli era andata bene, e che intanto gli mandava una ventina di lire per le prime spese. Eppoi tant’altre cose, eppo’ da ultimo dice che il dì otto, che sarebbe oggi, ritornava, e che mandava un bacio a tutti, e anche alla su’ Giuditta. Eppoi, prima di finire, gli dice che in caso d’una disgrazia gliel’hann’a mandare scritto subito, perché lui a casa non ci sarebbe più ritornato.

I vecchi s’eran fermati a sedere, e ci guardavano fissi, a bocca aperta.

«Dite più adagio, Verdiana, perché vi stanno a sentire.»

«Eh, povera gente! chi sa dov’hanno la testa!», mi rispose la padrona, e continuò: «Il su’ babbo, del giovanotto, dice che gli rispose subito la settimana passata che l’aspettavano a gloria, e che la ragazza era addirittura fuori di pericolo».

«Eppoi?»

«Eppoi per fare il discorso breve, la ragazza cominciò a peggiorare appena andato via il postino; la sera, peggio; la mattina dopo, peggio che mai, e ieri sera, per fare un discorso solo, rese l’anima a Dio, e a quest’ora è per la strada che la portano al camposanto.»

«O mio Dio, mio Dio, pigliate anche me, non ne posso più, non ne posso più!» Così dicendo, il babbo della ragazza, che aveva sentito le ultime parole del racconto, si buttò attraverso alla tavola già apparecchiata per loro, dando in un largo scoppio di pianto e lamentandosi con voce rantolosa: «Ah! ah! ah!»……

Il suo compagno gli si avvicinò, gli pose le mani sulle spalle e si piegò su lui per dirgli qualche parola di consolazione; ma, il pianto gli serrava la gola. E allora guardava noi e accennava il suo compagno, e si contorceva e si mordeva le labbra con un’espressione ora di stupido dolore, ora di rabbia feroce.

Finalmente fece un cor risoluto: si strisciò con una mano la barba, scosse la testa e, voltosi al suo compagno, gli disse con voce ferma e sonora:

«Animo, Marcello; fatevi coraggio, via, fatevi…».

Ma non poté continuare, ché singhiozzando si buttò sulle spalle dell’amico a lamentarsi: «Dio ci vedeva nel core, non ci doveva gastigare così».

«Che mondo, eh, Verdiana?», dissi sbacchiando il cappello e il pugno sulla tavola.

«Che vòl che gli dica? Ho cinquant’anni sonati e a un affare a questa maniera non mi c’ero ancora ritrovata.»

Il vecchio, sentendo come io partecipassi al loro dolore, corse da me; e quasi che io solo fossi stato buono di rendergli la pace, mi si raccomandò, stringendomi forte la mano fra i grossi calli delle sue, che non l’abbandonassi, per carità; che l’assistessi, per l’amor di Dio.

«Figuratevi, amico mio! Ma che posso fare per voi?»

«Non ci abbandoni. Non si voleva neanche venire. Ma quelle donne non c’è stato versi di persuaderle; ci hanno voluto mandare per forza incontro a quel ragazzo per vedere di prepararlo, che se ne facesse una ragione…»

«Sta tutto bene. Ma che gli devo dire io meglio di voi che siete suo padre?»

«Non ci importa, gli dica quello che vòle, lei signorìa gli dirà sempre meglio di noi che siamo du’ poveri ignoranti. Mi faccia la carità, signore, perché io, ormai lo sento, appena lo vedo mi manca il core e mi tradisco. Mi prometta di non lasciarci soli, me lo prometta; se no, quel ragazzo mi fa qualche pazzia. Eppoi, ci comandi, e da poveri che siamo c’ingegneremo di ricompensare la su’ carità.»

«Mi tratterrò, via. Ma ora datevi pace e bevete un bicchier di vino.»

«Non potrei… No, in coscienza, non potrei… no, lo ringrazio, non lo bevo davvero.»

Il vecchio tornò adagio adagio dal suo compagno e tutti e due si misero di nuovo a guardare silenziosi in fondo alla via……..

Accesi la pipa e mi misi in fondo alla bottega seduto a guardare di sopra alle spalle dei vecchi la campagna allegra e gli alberi sottili della via che tremolanti alla brezza del marino lasciavano il loro cotone, il quale vagando intorno per l’aria, cadeva fra gli olivi bianco, lento e silenzioso come la neve. ……………………………..

Era passata una ventina di minuti, quando in fondo alla strada comparve un cane bianco da pastori. I vecchi si alzarono con impeto e si misero a guardar bene, facendosi ombra agli occhi con la mano. Ma il cane, dopo aver dato una nasata all’aria, tornò indietro.

«E ci sono, sapete?» disse la padrona ch’era andata a guardare dalla finestra di cucina. «Non li sentite i campanacci delle pecore?»

«Sta’! sono loro davvero, Gian Luca,» disse il babbo della ragazza. «Animo, fatemi core, e andiamogli incontro.»

Gian Luca era diventato bianco come un panno lavato. S’alzò vacillando e, appoggiandosi al braccio dell’amico, s’avviò incontro al su’ giovinotto. Io non mi mossi.

Già da qualche minuto avevo perso di vista i due vecchi alla svoltata della via, quando vidi riapparire Gian Luca solo, che correva in su a balzelloni, gesticolando colle mani all’aria come un demente. E dietro a lui subito l’altro vecchio che si affaticava a seguitarlo, e smaniante lo chiamava senza essere ascoltato.

«Che sarà stato, Verdiana?»

«Vergine santissima! che sarà stato?»

Il vecchio passò davanti alla bottega… «Gian Luca! che v’è accaduto?»

«Ah! Ah!» disse trafelando dall’ambascia e dalla fatica, e continuò la sua corsa affannosa, mandando un lamento ad ogni sospiro.

«Ma che è accaduto, che è accaduto?»

Il vecchio Marcello me lo disse. Il giovinotto impaziente di rivedere la sua ragazza, alla prima scorciatoia, che gli avrebbe anticipato d’un par d’ore l’arrivo a casa, aveva lasciato i suoi compagni, e via, come una capra, era sparito in un batter d’occhio su pei viottoli della poggiata, distruggendo così le previsioni amorose con tanta cura studiate da que’ poveri vecchi e dalle loro donne sconsolate, perché la barbara notizia non lo colpisse atrocemente improvvisa.

Marcello seguitò la sua corsa dietro all’amico, raccomandosi che l’aspettasse e chiamandolo a nome inutilmente.

Passarono le pecore quasi a corsa, stimolate dalle grida e dalle vergate degli uomini, i quali, sgomenti dell’accaduto, senza sapere che nella bottega c’era un boccone preparato anche per loro, tirarono innanzi mandando fischi e sassate alle pigre; passarono i somari legati a fila per le cavezze, sballottando fra sacchi e corbelli una donna e due ragazzi che li cavalcavano; passò il nuvolo di polvere sollevato da questa truppa tumultuosa, si allontanò adagio adagio il tintinnìo de’ campanacci, e dopo poco si perse per le forre del monte anche la voce di Marcello, che sempre più fioca e dolente chiamava: «Gian Luca! Gian Luca!»

La padrona, dando allora un’ultima occhiata dalla parte dei poggi: «Povere creature!», esclamò. Poi volgendosi con un lungo sospiro alla sua bottega: «E ora, di tutto quel baccalà che me ne faccio?»