Strano TIPO… con quel NOME, poi! – Giampiero TARTAGLIA

Nel frattempo sono diventato socio. Socio del CPMA.

Motivo? Curiosità, passione, amore per il “nostro” cane che, come abruzzese, sento mio e ogni giorno, guardando i tantissimi esemplari che vedo dietro i cancelli delle case mentre guido l’auto, mi interrogo su cosa centri la Maremma… Sentivo già da tempo il risveglio di una passione sopita che, timidamente, da ragazzo si era manifestata. Credo che proprio la “questione del nome” abbia “riacceso le polveri” e riportato alla coscienza questo stimolo, forte e nuovo, per affrontare una questione annosa e stantia.

La lettera del Sig. Di Cola, improntata all’analisi dei problemi di tipo zootecnico e della corretta denominazione, mi spinge a scrivere ancora una volta la mia, forse più per avere risposte alle mie domande che per affermare il mio pensiero.

Sempre da semplice appassionato, con qualche nozione in più, certo non tale da pormi sullo stesso piano dei due curatori del Blog né, tantomeno, del Sig. Di Cola, allevatore, giudice e cultore della razza ( che non conosco personalmente ma so essere titolare di un allevamento fucina di campioni ) vorrei precisare e ribadire, anche con ulteriori esempi, alcuni concetti sulla “questione del nome” che non comprendo  perché mai non vengano ancora superati in quanto su di essi, esempi, raffronti e documentazione siano ormai sovrabbondanti.

Vorrei esaminare circa l’aspetto zootecnico, alcuni elementi relativi alla forma ( e non al merito poiché tecnicamente non ne ho le competenze ) sui quali mi interrogo. Rammento sempre che non sono un allevatore (non ho neanche un PMA!), non rivesto cariche e non devo difendere nessuno. Entro “a gamba tesa” in un dato momento storico senza aver vissuto in prima persona le vicende passate ( con tutti i limiti nelle conoscenze e nelle competenze che questo comporta per me ) ma, proprio per questo, analizzando in maniera neutra e neutrale ( forse non completamente, ma probabilmente più di molti altri ) il presente, vorrei modestamente contribuire a fare maggiore chiarezza su certi aspetti, con un atteggiamento della serie… “se quel che dite è vero…allora spiegatemi come mai accade questo o quello” oppure…”se quel che io dico è falso, allora come mai…” ecc.

Un po’ sfrontato, forse. Certamente curioso e, quando addirittura nelle vesti “dell’avvocato del diavolo”, sempre onestamente per capire, se non dove sia davvero la verità, quantomeno il posto più vicino ad essa…E, soprattutto, sempre pronto ad ammettere i miei errori. Nell’ottica di un confronto leale, aperto ed onesto su questo blog che accoglie democraticamente e meritoriamente articoli di persone con pareri differenti nella visione di una sempre più proficua discussione e di una più ampia base del dibattito, altrove evidentemente impossibile ( almeno con la stessa apertura e con le medesime possibilità che “Canes Pastorales” offre ) mi rivolgo, nella prima parte di questo mio intervento, direttamente al Sig. Di Cola, ringraziandolo preventivamente se vorrà leggere e, magari, rispondere alle mie domande ed alle mie considerazioni.

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Punto 1) della lettera del Sig. Di Cola:

<<non entro nel merito se sia o no fondata e giusta l’idea del cambio del nome della razza>>

Perché no?

Nell’introduzione al suo intervento lei sostiene di voler chiarire la sua visione delle cose rispetto ad accuse ( da lei ritenute ) infondate o, da quel che scrive <<travisate>> cioè, per capirci, lei avrebbe espresso pareri di tipo zootecnico e qualcuno li avrebbe interpretati ( travisandoli appunto) come pareri relativi al cambio del nome. Poiché la sua << esternata>> non era relativa alla “questione del nome” ha affermato quanto sopra riportato.  Ma per essere chiari ed evitare travisamenti…

Sig. Di Cola, ma lei, semplicemente, è d’accordo o meno al cambio del nome?

Punto 2) Su questo non ho sufficiente esperienza per parlare del merito, mi limito tuttavia ad osservare quanto segue:

  1. a) se esiste un CD democraticamente ( e quindi regolarmente ) eletto, il “modo “ di agire è prerogativa esclusiva di tale assemblea tanto quanto il Sig. Di Cola o altri sono liberi di criticarlo
  2. b) Se la situazione versa in questo stato, non credo possa essere colpa di questo CD appena insediato ma, evidentemente, del lavoro svolto negli anni passati da una serie di altri CD nei confronti dei quali non sò quale sia stato l’approccio del Sig. Di Cola e di altri. In altre parole, proprio perché io sono al di fuori, ma è lei a parlare di una situazione critica che tale è, da quel che scrive <<ormai da anni >>…fino ad ora,Lei ( che è contemporaneamente allevatore e giudice ), dove è stato?

Punto 3) Vedasi osservazione del punto precedente. Se <<la razza è ormai da anni in crisi zootecnica>>, sarà pur corretto, quanto troppo facile, ora, dare addosso a questo CD il quale, se non altro, ha scelto ( giustamente o meno, sicuramente però in maniera legittima, determinata, coraggiosa e forse politicamente scorretta – raro caso in Italia…) di sposare una linea. Se quest’ultima, poi, venga percorsa o meno, nel “ modo” più corretto, lo vedremo e lo giudicheremo al termine del mandato: diamo tempo di lavorare, altri hanno fallito per anni ( come si evince chiaramente dalle righe del Sig. Di Cola ) qui, siamo a sparare a zero dopo pochi mesi. Se tale è la situazione, cioè, ripeto, “anni di crisi”, vuol dire che altri CD non solo non hanno risolto la questione del nome, ma neanche quella zootecnica: due zeri nelle rispettive “caselle”. L’attuale CD, almeno, cerca se non altro si segnare un punto in una di esse. La meno importante? Forse, ma in questa fattispecie credo sia una questione che ”pesi” particolarmente e che possa avere risvolti anche sotto altri aspetti. Come la partecipazione. Relativamente al “tipo” ed alla mancanza di riferimenti in merito per gli allevatori, domando ( davvero a mero titolo di conoscenza): ma non è che molti non sono d’accordo proprio con “il tipo” di cane che, pur non formalizzato da precisi riferimenti tecnici, è comunque tendenzialmente definito o và definendosi negli ultimi anni? Cioè, sono forse in molti coloro i quali desidererebbero un altro tipo? ( A torto o a ragione zootecnicamente parlando…ma credo che anche questo possa almeno in parte essere opinabile…)  Più in generale…se tante cose non si sono fatte, molto banalmente, sarà forse anche perché c’è sempre stata una maggioranza che non era ( per vari ed opinabili motivi ) d’accordo? Ma questa si chiama democrazia, e, come sappiamo, non è detto che comporti sempre una positiva evoluzione delle cose. Sappiamo anche, come spesso viene ricordato, che proprio per questo attendiamo tutti un sistema migliore…suggerimenti?

Punto 4) Il numero dei soci… Sono un nuovo socio. E la mia iscrizione nasce forse proprio per perorare la causa ( dal mio punto di vista sacrosanta ) del nome, pur sapendo benissimo che non sia il numero di iscrizioni a determinare una scelta positiva in tal senso. Il senso, invece, è quello di portare dentro linfa nuova che non sia stanca (come molti, troppi?) di sentire questa vecchia storia, che, per quanto trascinata e noiosa, per me ed altri come me rappresenta invece una questione primaria poiché è, secondo il nostro parere, essenzialmente una “gran bella questione di principio”. Quel che potrò fare, nel mio piccolo, lo farò, indipendentemente dall’esito finale. Molti soci sono fuori probabilmente anche per questo.

Punto 5) Comitato tecnico: io non so neanche cosa sia, pertanto non parlo di questioni che non conosco. Mi limito ad osservare però che gli allevatori, volendo, saprebbero (quasi tutti) benissimo cosa fare. Visto che Lei è fra questi, non si può continuare a concepire, in zootecnia come in politica e, più in generale nella vita di relazione, che ci debbano essere norme e leggi per definire ogni singolo aspetto della vita: attualmente ( magari mi sbaglio…) credo che nulla impedisca agli allevatori di selezionare correttamente i propri soggetti tanto dal punto di vista morfologico che caratteriale. Non credo, francamente, che occorra attendere qualche delibera del Comitato Tecnico per farlo. Lei , per esempio lo sa fare. Ma se altri non lo sanno ( o non lo vogliono ) fare, non sarà certo il Comitato Tecnico a correggerli. Come lo ha fatto (egregiamente) Lei in questi anni avrebbero potuto ( e dovuto…) farlo tutti. Non saremmo arrivati oggi a questo punto. Esiste uno standard ( “aggiornato” dal commento ufficialmente riconosciuto del Dott. Vullo ) ed un TMC? Bene, facciamoli funzionare, se ci sono cani inadeguati si comincino a respingere essendo più esigenti e selettivi. Ma questo dipende ( anche ) dai giudici…o no?

Punto 10) <<petulanti sollecitazioni di stampo campanilistico al grido di un Abruzzo asseritamente derubato di una denominazione identitaria>>

…beh, per me e per molti altri, soci e non, è esattamente così! In molti settori, vedasi l’agricoltura, potrei fare diversi esempi di come, altre regioni, si siano appropriate di prodotti tipici abruzzesi ( su tutti lo zafferano – quello dell’Aquila scientificamente decretato il migliore – ) attribuendo nuovi marchi al prodotto. Tutto lecito, s’intende ( perché fatto negli anni 80’ e 90’…). Chapeau agli imprenditoriali e svelti amici delle regioni in oggetto che han fatto “cùcù” a noi, dormienti e “cafoni”…pastori abruzzesi! Ritengo però che non sia mai troppo tardi per riportare all’esame della coscienza ( e della conoscenza ) le cose, per chiedersi, senza questo imperante ed ipocrita relativismo, se siano ( o siano state ) giuste o sbagliate. ( La qual cosa in diverse situazioni si evince molto più chiaramente di quanto si tenti di far credere…)

Al punto 12) della sua disamina, l’ultimo, parlando di <<discutibile>> cambio di nome, contraddice in parte ( perché appare come una mezza dichiarazione o giudizio quando invece aveva all’inizio dichiarato di non voler entrare nella discussione sul nome …”discutibile” per chi? …se non per chi scrive …) quanto asserito nel punto 1. Ancora una volta, Sig. Di Cola, Lei, è favorevole o meno al cambio del nome?

 Mi permetto di insistere ( spero mi perdonerà per tale, accorata insistenza) perché, in ultima analisi, la critica ( spero costruttiva e rispettosa ) che le voglio muovere, è quella, secondo il mio umile parere, di essere uscito allo scoperto anche Lei, come il CD che tanto critica, nel “modo” sbagliato: molte delle Sue analisi sono sacrosante ( lo capisco anch’io…) ma andavano rivolte anzitutto anche direttamente al CPMA ed al Presidente in particolare e non solo su “Canes Pastorales”. Questo perché mi pare più opportuno che questioni tecniche ( tra l’altro già ampiamente e, credo accuratamente esaminate dal Dott. Allemand, dal Dott. Breber, dal Dott. Barberini ed altri ) rivolte esplicitamente in tono critico ( seppur con auspici costruttivi ) verso il Circolo e l’operato del Presidente e degli organi tecnici sarebbero dovute essere indirizzate in maniera diretta, anzitutto a chi si riferiscono senza utilizzare metodi (legittimi ) di “sponda” ( perché non ne comprendo il senso, ma probabilmente è un mio limite ), questo “parlare a suocera perché nuora intenda”… mah… Bisogna lavorare dall’interno, non demordere, dare consigli e fare proposte, non critiche. Chi pensa che le ascolterà? Sono giuste e vanno accolte, ma se già è difficile normalmente, inviate tramite “frecciate” del genere, è più probabile che ottengano l’effetto contrario. Penso che anni di allevamento e studio Le abbiano conferito un livello di competenza invidiabile e da tutti riconosciuto. Se per i curatori del Blog sia stata fatta una delibera “ad hoc” per evitare che i loro interventi finissero sul sito del CPMA, non credo che a Lei sia stato riservato il medesimo trattamento. Ergo il “calare” dal Blog “Canes Pastorales” una dozzina di punti critici nei confronti del CPMA dà al suo intervento l’aria delle parole “da Senatore “ stufo di lottare nella mischia e che, “comodamente seduto” in disparte, critica ( anche giustamente ) in maniera però “facile” e certamente poco remunerativa. Dall’interno è meglio.  O si è al fronte a lottare, oppure è meglio non dare consigli “da casa”: rischierebbero di prenderla male… Interventi portati con queste modalità servono solo ad indebolire la “posizione” abruzzese, già vacillante di per sé…Forse stando un po’ più calmi, affrontando le questioni direttamente con coloro i quali ci hanno attaccato, o tirato in ballo,  darebbe all’esterno ( e non solo ) l’idea di essere più uniti, presupposto forse non sufficiente, ma senz’altro necessario, per giungere ad una denominazione favorevole all’Abruzzo. A meno che questo non si desideri… La cosa che più mi lascia amareggiato, infatti, è la constatazione che la questione del nome rappresenti (ancora!) un punto divisivo anche tra noi abruzzesi anziché un centro di aggregazione. Il fatto che la “questione zootecnica” sia cogente, urgente, prioritaria, non deve offuscare “la questione del nome”, “provvedimento bandiera” ( condivisibile o meno, senza dubbio legittimo ) di questo CD. Si potrebbe addirittura pensare, infatti, che contrariamente a quanto adesso si scrive, sia proprio la questione zootecnica ad essere rimarcata con urgenza,  proprio ora che, almeno rispetto ai precedenti, “la questione del nome” sembra essere stata affrontata veramente con tutta la forza e gli strumenti possibili, al fine di evitare che si risolva quest’ultima e nella speranza che “ha da passa’ ‘a nuttata” dopodichè cada nuovamente nel dimenticatoio delle tante recriminazioni facendo esclamare un sospirato “pericolo scampato” a tutti i “ non abruzzesisti”… Altrimenti perché tanti tentennamenti? E’ forse vera la storiella che “ i nemici degli abruzzesi sono…gli abruzzesi”? Perché lei non prende posizione? ( sarebbe importante da parte di Figure di rilievo come Lei ). Sono sicuro al 100% che a situazione invertita, un suo “pari livello” nell’ambito  zootecnico, cinofilo , cinognostico, ( un qualsiasi allevatore e giudice di altra regione, di grande esperienza e cultura come lei ) non cederebbe un millimetro, anche a costo di sostenere una tesi falsa ( quel che poi da oltre 60 anni si fa…) pur di tenere alto il nome della propria Terra. Mi si risponderà che la Sua maestria e serietà nell’allevamento è forse il contributo migliore dato alla “causa” in questi anni. Lo condivido, ma è arrivato il momento di esporsi con maggiore coraggio, fare una scelta di campo, iniziare a “contarci”. Mi si dirà che Lei per tanti anni molte cose le fatte, altre le ha proposte senza magari essere completamente ascoltato: ci credo, ma avendo fatto parte per diversi mandati ( da quel che leggo sulla storia del Circolo nella relativa sezione del sito ) del Direttivo, non posso tendenzialmente riflettere sul fatto ( a lume di logica, per carità…) che nei 12 punti elencati, non riesca proprio a trovare spazio per almeno uno in chiave minimamente autocritica: anche “qui”, come in tutti gli ambienti in Italia, rilevo ( con una certa diffidenza verso chi lo esprime ) che è sempre colpa di qualcun altro… Ecco, Sig. Di Cola, questo suo atteggiamento “ambiguo” e “distaccato” ( mi perdonerà ma così lo interpreto da quello che scrive ) io lo vivo come una sorta di “tradimento” alla nostra terra, l’Abruzzo, che di tutto ha bisogno, (anche oltre la cinofilia) tranne che di continuare a svendere, a chi già è più astuto e più ricco di noi, i suoi pezzi più pregiati.

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In generale sul nome ( ancora )

Si sono utilizzati gli esempi relativi al “Caucaso”, ai “Tatra” ecc. Tutto vero, tutto giusto ma anche qui, fino a un certo punto, dato che, come ho già avuto modo di scrivere, i Tatra come il Caucaso, sono catene montuose addirittura a cavallo tra due o più nazioni, sono ivi presenti popoli, culture ed etnie differenti, denominazioni molteplici e, nel Caucaso, l’influenza ( e l’ingerenza…) russa su tutte le questioni, quella cinofila compresa. Esempi, dunque, non proprio calzanti…inadatti a fare paragoni e a giustificare nomi di “portata appenninica”. Rimaniamo in Italia, seguendo la storia di razze antiche, alcune antichissime, delle quali troviamo abbondanti cenni in epoca medievale e, anche qui, come nel “nostro” caso, descrizioni di epoca romana e discendenze asiatiche con diffusione in Europa da parte dei romani, appunto, e, forse, ancor prima dei Fenici. Mi riferisco al Pastore Bergamasco e, soprattutto (nel secondo caso) al Mastino Napoletano. Perché il Pastore Bergamasco si chiama …Bergamasco? Era forse diffuso solo nella città di Bergamo o nelle valli bergamasche? Risposta: no. Nella sezione “Origini” del sito relativo alla razza in questione, si legge a chiare lettere, che il cane era diffuso sull’arco alpino e prealpino ( un territorio che, per capirci, è più esteso di quello compreso entro i “confini” indicati per il PMA “dal Mugello al Pollino” ). Anzi, viene chiaramente resa nota la sua presenza in Svizzera…Si dovrebbe dunque chiamare “Pastore alpino” o “delle Alpi”? “Delle Alpi e delle Prealpi”? Già questo basterebbe a mettere in evidenza la  cavillosa e assurda voglia di denominare il PMA “appenninico” “degli Appennini” ecc. La verità che deve essere punto di partenza oggettivo, è che i pastori delle valli bresciane ( Adamello, Val Camonica ecc.), del Comasco, della immensa Valtellina ( provincia di Sondrio ), del vicino Passo del Tonale ( Regione Trentino Alto Adige, provincia di Trento ) ecc., conoscevano e conoscono, utilizzavano ed utilizzano lo stesso cane da secoli. Non per questo qualcuno ha avuto la “brillante” idea di definirlo in altro modo. Molto semplicemente (e giustamente…), non si è, come nel “nostro” caso, fatto finta di non vedere: sempre come riportato sul sito, nonostante la sua diffusione su un arco montuoso di oltre 600 km si è denominata “Bergamasco”, questa razza, con la semplice, lineare, obiettiva e sacrosanta motivazione che il suo utilizzo e la sua diffusione fossero stati storicamente prevalenti nelle valli Bergamasche. Dimostrazione del fatto che non è scritto da nessuna parte che occorra avere l’esclusiva per attribuire il nome: molte razze, troppe, forse, dovrebbero allora assumere almeno una mezza dozzina di nomi se ragioniamo in questo modo…ma non ci si rende conto che tutte queste “storie” si stanno tirando in ballo solo per questo caso? Suvvia! E’ davvero ridicolo… Si è probabilmente quasi sempre attribuito il nome in base al luogo in cui, storicamente, la razza ha avuto maggiore diffusione, utilizzo, splendore. Punto. Forse proprio per evitare rivendicazioni che altrimenti non finirebbero più…Riporto di seguito, testualmente, quanto presente nella sopraccitata sezione dal sito:

“L’area di diffusione del Pastore Bergamasco comprendeva l’arco alpino e prealpino, con una particolare diffusione nelle zone di maggiore pastorizia, come le valli del bergamasco, dove un tempo fioriva l’industria della lavorazione della lana che richiedeva numerosi greggi.”

Appare chiaro come, sostituendo le parole “PMA” a “Pastore Bergamasco”, e quelle dei luoghi, il discorso sia pressochè identico.

Qualcuno è in grado a questo punto di spiegare in maniera plausibile ed oggettivamente ponderata per quale motivo una razza diffusa sull’intero arco alpino e prealpino ma particolarmente concentrata in un dato luogo assuma il nome da quest’ultimo e se la stessa cosa accade qualche centinaio di chilometri più a sud il ragionamento non sia più corretto? Ne deriverebbe, allora, che qualcuno tra i massimi esperti, contrario alla denominazione “abruzzese” dovrebbe, a questo punto per coerenza e serietà, spingere la Associazione del Cane da Pastore Bergamasco al cambio del nome, poiché, evidentemente, non corretto…

Relativamente al Mastino Napoletano, troviamo anche in questo, come nel caso del PMA, descrizioni di epoca romana, diffusione nei territori di conquista fino alla Gran Bretagna dove l’antico molosso potrebbe aver dato origine agli attuali molossi inglesi. Presenza certa e ad alta concentrazione, forse quasi esclusiva, nella Roma dell’epoca dove veniva impiegato per lotte e spettacoli. Poi in molti altri luoghi per guardia, caccia ed altre mansioni. Infine la quasi estinzione fino all’intervento decisivo del Prof. Scanziani negli anni ’40 del 1900. Anche qui, non vi è stata in passato, e non si è mai riscontrata in tempi recenti, alcuna forma di esclusività nell’areale di diffusione necessaria ad attribuire il nome, tanto che si parla di razza recuperata a partire dai grossi molossi diffusi nell’Italia meridionale e particolarmente nelle campagne del napoletano e della provincia di Avellino ( che per informazione è anche molto più estesa di quella di Napoli). Pertanto anche in questo caso, mutatis mutandis, per l’attribuzione del nome è stata fatta una scelta di “prevalenza” , in cui non si è certo genericamente preso in considerazione l’intero areale di diffusione ( poiché è chiaro che questo tipo di ragionamento non renda davvero “giustizia” alla “qualità e quantità”, all’entità, dei fatti storici… ) che coincideva con buona parte della Campania, ed alcune zone della Puglia, ed addirittura il noto ed ampiamente testimoniato glorioso passato nell’antichità romana ( quindi anche gli odierni romani dovrebbero rivendicarne il nome?…!) ma  la maggiore diffusione nella zona del napoletano, forse il ruolo storico e culturale della città partenopea. Stà di fatto, che nel beneventano, nel salernitano, nell’avellinese o nel casertano e, forse, nelle campagne foggiane, il cane ci fosse: come nel nord Italia, anche qui, (pur passando inizialmente per alcune diverse denominazioni) nessuno si è mai sognato però di negarne senza “titolo” il nome pretendendo di essere “nominato”. O, peggio ancora, come nelle proposte che si sono fatte per il PMA, escludere Napoli (l’Abruzzo nel nostro caso) se non si viene nominati!

Si può dire di tutto, anzi, no. Sarebbe ora di finirla con due pesi e due misure, la motivazione della  diffusione sulla dorsale appenninica non “regge” il confronto ed il peso che ha sul “piatto della bilancia” la mole enorme di dati a favore dell’ ”abruzzese”, mole di dati assai più corposa di quella che è stata sufficiente al Bergamasco e al Napoletano per chiamarsi così…Chi sostiene tesi differenti, nega secondo il mio modesto parere una buona parte della storia, anche e soprattutto di quella relativa alle modalità che sempre sono state adottate per attribuire delle denominazioni in casi in cui, come il nostro, la prevalenza in un determinato luogo fosse certa, e, probabilmente, anche più marcata rispetto ad altri casi. Come ripeto, se avessero ragione, il Bergamasco allora dovrebbe cambiare nome. Delle due l’una. Sarebbe davvero ridicola ed imbarazzante la contrapposizione, per l’attribuzione di un nome, dei due concetti: la prevalenza di concentrazione all’interno di un più ampio areale di diffusione, e, dall’altra parte, l’intero areale di diffusione. Sono due concetti (quasi) opposti! Il discorso è probabilmente che nessuno dei due sia perfetto, entrambi si prestano a critiche, ma il nucleo fondante su cui si impernia la “ragione” “abruzzesistica” risiede tanto nella statistica, nei numeri, nella cultura e nella tradizione ( già di per sé ampiamente sufficienti…), quanto nel fatto che sia profondamente ingiusto richiamare l’intero Appennino sapendo bene che in diverse zone appenniniche il numero di cani fosse risibile mentre la concentrazione di essi, il loro utilizzo dato l’ambiente d’alta montagna e l’elevato numero di predatori, fosse, in Abruzzo, di livello nettamente superiore. Come già ho avuto modo di spiegare, non è affatto corretto e giusto “distribuire la torta” così facilmente ed in maniera disinvolta a “tutti”, perché è evidente ed innegabile che non “tutti” la “meritano”…Pertanto, tra le due differenti e fallaci tipologie di ragionamento, quella “abruzzesistica” è chiaramente la meno errata, la meno difettosa, o, quantomeno, se imprecisa e incompleta, lo è  tanto quanto quella che ha determinato l’attribuzione del nome al Bergamasco…Molti hanno visto la presenza del “cane bianco”: chi più chi meno, nessuno però tanto quanto l’Abruzzo, per diffusione capillare sul territorio, ambiente, tradizione.

Nessun esperto riesce ancora ad illuminarci sul punto fondamentale, e cioè su quanti cani ( almeno teoricamente) fossero presenti in Abruzzo nei periodi di massimo splendore della pastorizia e quanti in tutti gli altri luoghi. Questo sarebbe il criterio più equo ed oggettivo per attribuire il nome. Ma la domanda resta ancora senza risposta…

Occorre dunque fare chiarezza su diversi aspetti. Meno male che oltre 2000 anni hanno forgiato caratteristiche e peculiarità che, almeno fino ad oggi, nonostante tutto ancora tengono. Questa storia, è una delle tante in cui appare chiaro come la “ragione” e “la scienza”, prerogative della presunta superiorità dell’uomo, se portate oltre un certo limite, divengano dannose e deleterie. Dopo 2000 anni di tranquillità e di identità forte e riconosciuta, il cane sembra “disorientato”: non sa più né come pettinarsi la mattina nè come si chiami…

 Giampiero TARTAGLIA