RAZZE ABORIGENE E RAZZE SELEZIONATE – Sandro ALLEMAND

I cani aborigeni

I cani aborigeni ( i cani da slitta dei popoli esquimesi e siberiani, i Laika, i cani da difesa del gregge, alcuni levrieri, il Basenji,  ecc.) appartengono a razze naturali e primitive che non derivano da nessuna manipolazione genetica effettuata dall’uomo, come è  successo, invece, per la maggior parte delle altre razze oggi esistenti.

I cani aborigeni, da cui sono derivate molte odierne razze di cani, sono cani semiselvatici che hanno comportamenti marcatamente naturali, spesso estremamente distanti da quelli delle razze canine di più o meno recente costituzione. Sono cani che ancora, fortunatamente, sopravvivono in ben determinate aree geografiche, sono sempre associati a popolazioni ben individuabili e seguitano a svolgere con successo il lavoro che fanno da millenni. Un tipico esempio di cane aborigeno è il nostro cane da pecora, quello che ancora lavora con le greggi, per intenderci, e non certo quello che vediamo sfilare nelle  mostre canine.  

I cani aborigeni sono cani semidomestici, frutto di una selezione naturale, che vivono liberi e si accoppiano spontaneamente. Pertanto, l’intervento dell’uomo nella loro “evoluzione” è stato limitatissimo, e sempre finalizzato, quando possibile, a “migliorare” le qualità necessarie all’espletamento del lavoro a cui questi cani erano, e sono, destinati. A volte, infatti, può succedere che l’uomo riesca ad individuare cucciolate provenienti da soggetti particolarmente dotati nel lavoro e a crescerne con maggiore attenzione  i cuccioli, operando di fatto una “selezione”, ma questo non accade molto spesso.

.Il rapporto dei cani aborigeni con l’uomo è completamente diverso da quello che hanno i cani “selezionati” con i loro padroni. Trattasi, di fatto, di una sorta di mutualismo, ossia di una  “convivenza”  vantaggiosa per entrambi. I cani aborigeni, infatti, svolgono un lavoro utile per l’uomo e per questo ottengono da esso delle “ricompense”  come, per esempio, una seppur modesta e, in alcuni casi, non costante alimentazione, o magari un aiuto in condizioni climatiche estreme.  È il “famoso” rapporto di tipo utilitaristico che sostanzialmente hanno i nostri cani da pecora con i pastori… e che noi conosciamo molto bene.

I  “nostri”Cani da pecora aborigeni

Un’altra essenziale caratteristica dei cani aborigeni, che li fa assomigliare di più agli animali selvatici che agli altri cani, è la loro indipendenza. Per questo un cane “aborigeno” non sarà mai addestrabile nell’accezione “moderna” del termine, tanto da venir considerato un “testardo” e un “capoccione”.  Il cane aborigeno non è addestrabile, perché non rientra nella sua natura “obbedire” a cose che per lui non hanno alcun senso e non sono di nessuna utilità né per la sua vita né per il suo “lavoro”. Al contrario, questi cani sono estremamente intelligenti, in quanto nel loro ambiente sanno trovare autonomamente soluzioni e risolvere situazioni molto complicate, ed hanno la capacità di cavarsela in condizioni, a volte, estreme, dove i cani “selezionati” non riuscirebbero mai a sopravvivere. Ed è  proprio così che sono i nostri “veri” cani da pecora.

I nostri cani guardiani, infatti, fin da cuccioli crescono con le pecore;  per  loro difendere il gregge  è un comportamento naturale, fa parte della loro vita, mentre non hanno alcun interesse e nessuna predisposizione a “compiacere” l’uomo, imparando comandi non legati alle loro necessità vitali o al loro “lavoro”, come, succede, invece, per le razze “selezionate”.

Quando a cani aborigeni e a cani “selezionati” è stato richiesto di far conto sulla capacità di iniziativa, sull’indipendenza, sull’abilità nel risolvere problemi, sull’inventiva è risultato che le razze aborigene hanno delle prestazioni di gran lunga superiori a quelle delle razze “selezionate”.  Al contrario,  le razze “selezionate” si sono mostrate  molto più efficienti dei cani aborigeni nei  test di obbedienza  e nelle risposte ad alcuni stimoli tipici della convivenza con l’uomo.

Le razze aborigene, le cui capacità funzionali si sono preservate intatte col passare dei nei millenni, sono dei  veri e propri “monumenti naturali”, come li definisce il famoso etologo russo Vladimir Beregovoy, e si differenziano dalle più o meno recenti razze selezionate dall’uomo anche per il fatto che per questi cani “primordiali” quello che conta non è l’aspetto, ma la capacità di svolgere una particolare funzione, sia essa la guardiania, la caccia o il traino. La loro morfologia, infatti, è sicuramente secondaria ed è sempre subordinata e funzionale al “lavoro” che essi devono svolgere.  Insomma, l’esatto contrario dell’odierna cinofilia dove quello che conta, escluse poche razze, è l’aspetto morfologico del cane.

Kangal  aborigeno

Nonostante la spiccata variabilità che li caratterizza questi cani aborigeni, anche se alcuni studiosi hanno qualche riserva, a parere di  Vladimir Beregovoy, con il quale concordiamo pienamente, possono però essere considerati delle vere e proprie razze,  in quanto tutti i cani che vivono in una determinata area geografica, e sono utilizzati per lo stesso scopo, sono diventati simili l’un l’altro attraverso il processo di selezione e sono in grado di passare la loro fisionomia alla discendenza.”

Alcuni cani da protezione presenti in aree geografiche diverse, e a volte nemmeno limitrofe, presentano addirittura delle caratteristiche morfologiche talmente simili da poterli di fatto considerare un’unica razza. Basti pensare a tutti i cani da guardiania bianchi, come il pastore abruzzese, il montagna dei Pirenei, il pastore di Tatra, il Kuvasz, il Cane da pastore greco bianco, ecc. Il fatto poi che questi cani così simili siano stati suddivisi in singole razze è frutto, soltanto, dell’impostazione campanilistico/commerciale che caratterizza la cinofila.

Infine, vi è un’altra caratteristica importante delle razze aborigene, ossia l’alto livello di eterozigosi, molto simile a quello delle specie di animali selvatici. L’eterozigosi nelle razze aborigene da guardiania, per esempio, è senz’altro favorita dagli scambi genetici che avvengono, o avvenivano un tempo per il nostro cane da pecora, durante le transumanze stagionali. Nella nostra pastorizia, per aumentare l’eterozigosi nel branco dei cani guardiani, e non incorrere nei danni dovuti ad una consanguineità prolungata, c’era, ed ancora c’è, la buona abitudine di immettere periodicamente nel branco cuccioli di altre linee di sangue. Ricordiamo che un elevato livello di eterozigosi è condizione essenziale per garantire la salute e l’efficienza di una determinata specie o, nel nostro caso, di una determinata razza.

Tagiki (Asia centrale) aborigeni

La nascita del rapporto tra l’uomo e il “cane”

La domesticazione del lupo iniziò sostanzialmente come una sorta di“auto – domesticazione”, nel senso che fu il lupo ad accostarsi ai villaggi umani per trovare del cibo, instaurando con l’uomo una relazione che Coppinger chiama “ commensale ( cane spazzino).” “Questi cani da villaggio”, afferma Coppinger, “traggono vantaggio dalla presenza degli uomini senza costare loro nulla…..Con l’evoluzione delle razze da lavoro”, prosegue lo studioso americano, “lo status  del cane passa dalla relazione commensale (cane spazzino) a quella simbiotica, conosciuta come mutualistica…ogni razza da lavoro è un adattamento del cane da villaggio alle necessità umane.”  Il primo rapporto di tipo mutualistico che si instaurò tra “cane” e uomo è legato alla caccia.  A quei tempi, l’uomo era ancora “cacciatore”  e, pertanto, iniziò a “collaborare” con il lupo, sfruttandone le inclinazioni naturali alla predazione, per avere maggior successo nella caccia. Il lupo “addomesticato” lo aiutava  a scovare e a cacciare la preda e, nel contempo, “controllava” il territorio… e l’uomo in cambio  lo “sfamava”. Insomma, l’uomo primitivo, all’inizio della domesticazione, non operò sostanzialmente alcun tipo di “selezione”, ma sfruttò soltanto a suo vantaggio le caratteristiche e i comportamenti naturali del lupo, come ancora oggi fanno, per esempio, alcune popolazioni indigene, come gli aborigeni australiani che utilizzano dei Dingo “selvatici” per la caccia ai canguri  o alcune popolazioni esquimesi o siberiane che “utilizzano” cani  la cui natura lupina è rimasta sostanzialmente immodificata.

Soltanto quando l’uomo cacciatore è diventato “pastore” è nata la necessità di instaurare con il “cane” un nuovo tipo di rapporto mutualistico, completamente diverso, e per certi versi opposto, da quello che c’era stato fino ad allora tra il “lupo/cane” e l’uomo cacciatore. Adesso, all’uomo –  pastore serviva un “cane” che non lo aiutasse più a cacciare le prede, ma che fosse invece  capace di  difendere i suoi animali dai predatori, e questo “cambiamento” rappresentò qualcosa di veramente rivoluzionario nel rapporto “simbiotico” o mutualistico, come lo vogliamo chiamare, tra l’uomo e il “cane”. Trasformare  “predatori”  in difensori di potenziali “prede” fu un’operazione davvero straordinaria.  Come riuscì l’uomo pastore ad ottenere questa trasformazione? Probabilmente, cominciò a “selezionare” tra i “cani” che aveva intorno quelli che avevano minori inclinazione alla predazione e non manifestavano aggressività, ma addirittura una sorta di “attaccamento” nei confronti delle pecore. Partendo da questi esemplari “diversi” l’uomo, attraverso la selezione, è riuscito così a “creare” dei cani in grado di aiutarlo a difendere il suo gregge dai predatori, stravolgendo, di fatto, le loro inclinazioni naturali.

Pertanto, rispetto alle altre razze aborigene, nel caso dei cani da difesa del gregge l’intervento dell’uomo nella loro “trasformazione”deve essere stato necessariamente molto più intenso, costante e  incisivo, perché, nel tempo, è riuscito a “creare”  cani capaci non solo di non predare le pecore, ma addirittura di difenderle dagli attacchi dei loro “simili”. In definitiva, rendere inoffensivi verso le pecore, e addirittura protettivi verso di esse, “cani  semidomestici” è stato il primo e forse l’unico vero intervento  di modificazione genetica legata alla funzione operato con successo dall’uomo e, come dice Breber, “il vero salto dalla condizione primitiva alla specializzazione funzionale”.    

La selezione operata dall’uomo: la nascita delle razze canine

Nel rapporto uomo/cane si sono avuti cambiamenti radicali solo a partire dal tardo 1800, con l’avvento della “cinofilia”.  Sono nate in breve tempo centinaia di razze canine, con azioni, anche spregiudicate, di manipolazione genetica, volte, generalmente, alla ricerca ed alla esaltazione di particolari caratteristiche estetiche che potessero differenziare una razza dall’altra, e tutto questo, spesso, senza badare troppo alla salute degli animali. Fino ad allora i cani venivano allevati soltanto per svolgere dei determinati compiti: difesa dai predatori, caccia, guardia ecc.,  perciò la loro selezione era volta ad esaltare le attitudini necessarie a compiere questi compiti… e questo li faceva ancora assomigliare molto ai loro progenitori aborigeni.

Da quegli anni in poi, il rapporto  uomo – cane, rimasto sostanzialmente invariato per millenni, si è trasformato radicalmente. La funzione è passata in secondo piano e il cane ha assunto ruoli diversi e spesso contrari alla propria natura: è diventato un animale da compagnia, un modo per soddisfare la propria vanità, un “oggetto” da esposizione, e contemporaneamente il suo “aspetto” ha assunto un ruolo preminente in quasi tutte le razze.

Si è arrivati all’assurdo che alcune razze siano oggi distinte, di fatto, in due “tipologie”, una per gli show e una per la funzione.

Inoltre, l’utilizzo come riproduttori di pochi maschi, vincenti nelle esposizioni  ha portato ad una velocissima perdita di eterozigosi nella popolazione di appartenenza e alla comparsa, grazie ad una persistente selezione in stretta consanguineità, di anomalie genetiche sempre più frequenti, come problemi , cardiaci, dentizioni incomplete, problemi caratteriali, anomalie riproduttive, problemi oculari, epilessia, displasia dell’anca, ecc.

Anche diverse razze derivate da gruppi di cani aborigeni, in tempi relativamente recenti, una volta trasformate in razze da esposizione hanno cominciato a manifestare problemi di natura genetica, oltreché modificazioni nella morfologia, con la ricerca di taglie esagerate, che ne impedirebbero l’utilizzo nel loro ambiente di origine e che servono soltanto a soddisfare un mercato che insegue . gli  inutili e innaturali“eccessi”.  In buona sostanza, si può affermare che, purtroppo, alcune di queste razze non hanno più niente a che vedere con il vero cane aborigeno da cui derivano. 

Per quello che gli si richiede e per ciò che il cane rappresenta per l’uomo moderno , le caratteristiche tipiche del cane aborigeno, quali l’indipendenza, l’energia, il bisogno di vivere in libertà, sono un ostacolo alla convivenza, perché un cane aborigeno non potrà mai accettare di buon grado di rimanere per tanto tempo rinchiuso in un recinto, senza poter correre liberamente; non potrà mai essere un coccolone, che supplisce alle carenze affettive del proprietario, né rimanere il più immune possibile agli stimoli ambientali che gli provengono dall’esterno… né potrà mai essere un cane da show, perché le sue caratteristiche, carattere “forte”, indipendenza, autonomia, non si adattano ai cani da “mostra” dove quello che conta è l’estetica, e anzi, l’indipendenza una certa durezza caratteriale sono considerate uno svantaggio, un limite, tanto che cani siffatti vengono spesso esclusi dalla riproduzione.

Un cane da mostra, infatti, deve fare cose che un cane “naturale”, come il cane aborigeno, non farebbe mai, come andare senza “protestare” con sconosciuti ( vedi gli handler)  o  farsi toccare e aprire la bocca da un estraneo senza battere ciglio, o starsene buono buono, per ore, rinchiuso in gabbie anguste o legato ad un palo, magari lasciandosi accarezzare da chiunque passi davanti a lui. In definitiva, un cane da mostra deve diventare, più o meno, indifferente a qualsiasi sollecitazione… l’importante è che rispecchi al meglio le caratteristiche morfologiche dello standard… tutto il resto non conta praticamente niente.

Proprio per questo gli allevatori nella selezione, esclusi pochi benemeriti, che comunque ci sono,  privilegiano, purtroppo, in riproduzione il cane più bello, e quello più “adatto” alle mostre, piuttosto che un altro meno bello, ma di carattere “forte”, dominante e che rispecchi al meglio le qualità “morali” della razza di appartenenza. Così facendo, col passare di poche generazioni, la razza, come è già ampiamente dimostrato, perderà tutte le sue qualità originarie e sarà soltanto una pallida imitazione di quello che era una volta.

Molte razze di cani che hanno dietro di sé una lunga storia di selezione  hanno, tra l’altro, perduto da tempo quegli istinti innati e quelle qualità che sono indispensabili in natura, perché non ne hanno più bisogno, in quanto nella loro vita non dovranno mai fare affidamento su quelle doti che sono invece necessarie per vivere in condizioni naturali… e questo ha portato queste razze ad un progressivo e costante “immiserimento”.

Nella stessa riproduzione della razze “selezionate” si opera spesso contro natura, in quanto non vengono scelti per la riproduzione i soggetti migliori dal punto di vista caratteriale, fisico e funzionale,  che meglio si adatterebbero a condizioni di vita naturali, ma quelli che corrispondono alle esigenza dell’odierna cinofila, ossia i soggetti esteticamente più belli. Non interessa  poi che questi cani in condizioni naturali non riuscirebbero nemmeno ad accoppiarsi, perché inidonei alla riproduzione per mancanza di carattere, di forza, di intelligenza, di dominanza, di capacità adattative… va bene  lo stesso.

Come d’altra parte è innaturale “costringere” le femmine ad accoppiarsi sempre con il famoso campione di turno che magari in condizioni naturali rifiuterebbero, preferendo ad esso un cane magari più “brutto”, ma vigoroso e di forte carattere.

E neppure è certamente “corretto” ed “utile” far partorire cagne che in condizioni naturali non ci riuscirebbero.  Le femmine “aborigene”, come le nostre  cagne da pecora, invece, per partorire non hanno bisogno di alcuna assistenza, perché sanno cosa fare e lo fanno nel modo migliore.

 

Pastore del Caucaso aborigeno

L’allevamento di una razza aborigena

I “nostri” aborigeni cani da pecora, diventati poi pastori maremmano – abruzzesi in cinofilia, e tutti gli altri cani aborigeni, per mantenere, nei limiti del possibile, le loro qualità naturali, le loro capacità funzionali e le loro doti fisiche devono essere necessariamente allevati in modo completamente diverso da quello in cui si allevano le altre razze. Una cane aborigeno da guardiania, come il nostro cane da pecora, non può essere allevato in un box, ma deve essere allevato in branco, in mezzo ad un bel po’ di pecore, in grandi spazi che possano riprodurre, seppur artificiosamente e in maniera molto parziale, l’ambiente da cui proviene. Ma questo viene fatto? Purtroppo, credo proprio di no, a meno di pochi e conosciuti casi particolari, anzi sono sicuro che si faccia esattamente il contrario…..

In generale i cani aborigeni, prestati loro malgrado alla cinofilia, per mantenere le loro qualità naturali devono essere necessariamente adibiti al tipo di lavoro che avrebbero svolto se fossero rimasti nei loro paesi di origine: caccia, traino delle slitte, difesa del territorio, e nel nostro caso, e anche per gli altri cani da protezione,  guardia delle pecore.

Chi alleva cani aborigeni, ma questo dovrebbe valere anche per le razze selezionate, deve utilizzare per la riproduzione i cani  migliori  e non i campioni delle mostre. Anzi, chi alleva razze aborigene come la “nostra”, o i pastori dell’Asia centrale,  o i Kangal, o i pastori del Caucaso, ecc. dovrebbe rifiutarsi di partecipare alle mostre canine, fino a quando queste non diventino ( e visto l’andazzo non penso proprio che lo diventeranno mai…) prove atte a verificare le qualità caratteriali dei cani, le loro prestazioni fisiche e le loro capacità funzionali, ossia tutto il contrario di quello che sono oggi.

Allevare i cani aborigeni, come il nostro cane da pecora, e non solo, come viene fatto attualmente nella stragrande maggioranza dei casi, ossia con un impostazione estetico/espositiva, significa snaturarli, renderli un’altra cosa. Dopo un certo numero di generazioni, essi avranno perso completamente le loro straordinarie qualità originarie e saranno diventati altri cani, e per la nostra razza, ormai la strada che si è  intrapresa è questa… ed è una strada da cui, a meno di ripensamenti radicali,  non si tornerà più indietro.

Certo, è davvero avvilente constatare come noi che avevamo, e ancora, seppur limitatamente abbiamo, il grande privilegio di avere una razza aborigena di difesa del gregge, sicuramente tra le migliori al mondo, non abbiamo fatto praticamente nulla per la sua salvaguardia. La popolazione “rustica”, o “aborigena” come la vogliamo chiamare,vista la crisi “irreversibile” in cui versa la pastorizia, soprattutto abruzzese,  che deteneva la maggior parte dei cani  da lavoro, si è, infatti, ridotta in maniera drastica nel numero ed è di qualità, escluse rare eccezioni, sempre più scadente, al punto che il suo declino sembra ormai “inarrestabile”. Né si vede all’orizzonte, di fronte ad una situazione così drammatica, nessun serio progetto, messo in piedi da Istituzioni e Associazioni di categoria ( neppure abruzzesi! ), volto a  “favorire”  la sopravvivenza del nostro “aborigeno” cane da pecora. Senza parlare poi delle iniziative, a dir poco tardive, insignificanti e sbagliate messe ultimamente in atto dall’Ente nazionale della cinofila italiana per la salvaguardia del “nostro”cane da guardiania. 

D’altra parte non è sicuramente migliore la situazione del nostro cane “aborigeno” prestato alla cinofilia, con la denominazione, a dir poco controversa, di “pastore maremmano–abruzzese, vista la deriva estetico/espositiva in cui sta sempre più precipitando.

D’altronde, se l’unico scopo della quasi totalità di coloro che allevano la razza è quello di fare i cani “belli” per vincere le mostre e vendere i cuccioli, senza preoccuparsi di preservarne, invece, le caratteristiche caratteriali e funzionali che la rendevano “unica”… il risultato non può essere che questo.

Non sarebbe meglio se coloro che vogliono allevare i cani per la morfologia e per le mostre di bellezza si rivolgessero ad altre razze, e ce ne sono tante, e lasciassero in pace la nostra straordinaria razza aborigena?

Sandro ALLEMAND

Per chi voglia approfondire:

Bibliografia

“The concept of an Aboriginal Dog Breed”    by Vladimir Beregovoy

DOGS-Raymond e Lorna Coppinger, Haqihana 2012

Il cane da pecora abruzzese – aliter mastino abruzzese”,Paolo Breber, Websterpress