QUALE NOME per il PMA? – A. Valente

E’ ormai da qualche anno che prosegue tra gli appassionati la discussione sul nome più appropriato che dovrebbe essere assegnato al Cane da Pastore Maremmano – Abruzzese (perché poi l’attuale denominazione non rispetta l’ordine alfabetico…?) nell’ambito della Cinofilia ufficiale.

Attualmente tale nome ha dato origine a varie contestazioni soprattutto da parte di Cinofili abruzzesi che ritengono a torto o a ragione che la vera ed unica origine della razza debba essere individuata nei vasti territori delle montagne d’Abruzzo, dimenticando peraltro che sino al 1963 tale Regione comprendeva anche il Molise che, eventualmente, avrebbe analogo diritto alla citata rivendicazione essendo la razza in questione assai più antica dell’anno sopra indicato.

Ulteriore motivo di dissenso dalla denominazione ufficiale nasce dal fatto che l’E.N.C.I. (Ente Nazionale della Cinofilia Italiana) ne abbia tollerato un adattamento distorto in alcune realtà cinofile estere del tipo “Maremma Sheepdog”, che dimostra l’assoluta mancanza di una preventiva informazione (dipendente dalla non  conoscenza…?) da parte del nostro Ente del vero significato della citata denominazione. Considerando infatti che trattasi di una razza adatta allo specifico lavoro della protezione del gregge, questo cane ha da sempre accompagnato pastori ed animali nelle transumanze stagionali dagli alti pascoli appenninici (gli “Abruzzi”) alle pianure marine (le “Maremme”) e viceversa. Ne discende che, qualora si voglia citare l’areale di lavoro del P.M.A. in qualunque lingua, dovrebbero assolutamente essere indicate entrambe le zone sopra dette.

Va poi fatta un’ altra considerazione: questo cane veniva utilizzato per quanto riguarda le zone montane non solo nell’Abruzzo e nel Molise, bensì anche in Umbria, nelle Marche, nel Lazio e nell’entroterra campano. Per quanto riguarda invece le zone di pianura utilizzate nel periodo invernale, oltre alle citate Regioni e alla Toscana va aggiunta la Puglia, dove addirittura risulta ancora indicato il percorso del Tratturo usato  per la transumanza ed ora adiacente a diversi tratti della Strada Statale 16 Adriatica.  Per inciso e concludendo l’accenno alla transumanza, momento storico della tradizione pastorale del centro Italia, non si può non andare per un attimo con il pensiero alla bellissima poesia “I Pastori” di Gabriele D’Annunzio: “Settembre andiamo è tempo di migrare…”.

Tutto ciò premesso e scusandomi per eventuali dimenticanze od omissioni, veniamo al punto, senza però trascurare la scelta prioritaria che andrebbe fatta per una giusta denominazione della razza: si vuole prendere spunto dai luoghi d’origine o dal lavoro che questo cane è chiamato a svolgere? Credo che sia possibile fondere le due esigenze perché inserendo comunque nella denominazione la parola “pastore” già se ne  richiama la funzione, sebbene anche in questa parola convergano le mansioni del custode e quella del conduttore; d’altra parte una sintesi è pur sempre necessaria.

Relativamente invece ai luoghi d’origine, trattandosi di un custode il P.M.A. nacque certamente laddove fu più necessaria la sua presenza e cioè dove  maggiore era la presenza dei predatori: le montagne dell’Appennino ed in particolare quello centrale che ancora oggi risulta ampiamente popolato da questi grandi “Cani bianchi da pecora”.

Considerando quindi tutto quanto scritto nonché un ultimo elemento appena sopra accennato ma assai distintivo per la razza e cioè il colore assolutamente candido del mantello, vorrei proporre questa nuova denominazione “Pastore Bianco dell’Appennino”, lasciando infine per una interpretazione più nazionalista anche la possibile scelta di “Pastore Bianco Italiano”…..

Alessandro VALENTE

P.S.

L’attenta e pregevole analisi fatta dall’amico Sandro sul PMA per arrivare alla scelta della nuova denominazione della Razza si presta però ad un’altra interpretazione. Il censimento dei soggetti rurali effettuato dal Corpo Forestale dello Stato nel 1974 dimostra infatti che solo il 36% dei cani fu individuato in Abruzzo, mentre altre percentuali significative, seppur minori, risultavano essere in Molise, in Basilicata, nel Lazio, in Umbria, in Campania e nelle Marche. Trascurando poi le presenze in Calabria e Toscana, purtuttavia esistenti. La suddetta percentuale del 36% anche se sufficiente ad un partito politico per cantar vittoria in una tornata elettorale, non appare però di consistenza adeguata per attribuire l’esclusività dell’origine del PMA ad una singola zona del nostro  Appennino centro meridionale. Va anche ricordato che tutte queste razze custodi non sono improvvisamente nate in una specifica zona, ma derivano da antiche migrazioni provenienti da est- sud/est che hanno “seminato” ibridi e meticci nel loro cammino con la conseguenza della radicalizzazione delle attuali razze in territori abbastanza vasti. Per questo motivo propenderei per una denominazione geograficamente meno restrittiva… .