QUALE FUTURO PER IL CANE DA PECORA? – S.Allemand & G.Barberini

Il cane da pecora, in cinofilia pastore maremmano – abruzzese ( co è chiamato ancora oggi il “nostro” cane… per il futuro si vedrà ???), è un cane che ha millenni di storia e che è stato capace di superare indenne epoche tumultuose e funeste, come il crollo dell’impero romano, le invasioni barbariche, le carestie medioevali, la fine delle Dogane e non ultimo le due terribili guerre mondiali del ‘900. Il cane  è riuscito ad arrivare intatto fino ai nostri giorni grazie a coloro che da sempre lo hanno utilizzato per la sua funzione, ossia i pastori d’Appennino, e abruzzesi in particolare, in quanto la cinofilia se ne è “appropriata” solo da alcuni decenni. Ma oggi, che il cane è stato conosciuto dal “grande” pubblico e che ci sono Enti ( Ente nazionale della cinofilia italiana) e Società “specializzate” (?) per la sua tutela ( Circolo del pastore maremmano – abruzzese), come sta il “nostro” cane?

Nella pastorizia, purtroppo, sta messo male.

La tradizionale pastorizia abruzzese, che deteneva la maggior parte dei cani, e più in generale quella appenninica, anno dopo anno regrediscono e manifestano segnali evidenti di una crisi profonda,  a causa delle sempre maggiori difficoltà nel praticare la pastorizia di montagna dove mancano, spesso, le condizioni economiche e sociali minime per garantire la sopravvivenza di questo tipo di attività . Dai dati dell’Anagrafe Zootecnica nazionale, al 30.06.2019, risulta che l’intero l’Abruzzo registra soltanto 167.988 capi ovini ( ancora 30.000 capi in meno rispetto  al 31.12.2017), ed è retrocesso addirittura al nono posto in Italia come numero di capi presenti. La drammatica riduzione del patrimonio  ovino  abruzzese,  e  appenninico  in generale, ha portato necessariamente con sé una forte riduzione del numero di cani da pecora e il loro conseguente scadimento qualitativo, in quanto ormai i cani per gregge sono pochi ( essendo le greggi nella maggior parte dei casi formate da poche centinaia di capi), sono sempre più consanguinei, con tutti i problemi che questo comporta, e hanno possibilità di ricambio ridotte al minimo.

Nonostante gli allarmi lanciati da molti, e da tempo, sulla precaria condizione del cane della pastorizia, nessuno ha fatto niente di serio per salvaguardare questo grande patrimonio della zootecnia e della cultura del nostro paese, e dell’Abruzzo in particolare, e pertanto il cane è ormai “scivolato” verso un declino che sembra  inarrestabile.  Ci sono comunque anche oggi pochi pastori abruzzesi che hanno greggi numerose,  con branchi di cani da pecora importanti, e che per questo andrebbero aiutati e sostenuti anche economicamente, affinché possano conservare e valorizzare quella grande risorsa per la razza che i  loro cani, fortunatamente, ancora rappresentano.

Eppure una importante occasione di rilancio il cane da pecora l’aveva avuta e forse l’avrebbe ancora. Questa occasione era ed è rappresentata dal ritorno del lupo in molte aree dove era scomparso da secoli e dalla conseguente necessità di dotare le greggi di quei territori ( regioni alpine e non solo) di idonei cani da protezione. Ma questa opportunità si è scontrata con due importanti criticità.

La prima è da ricercare nella evidente difficoltà di trasferire i tradizionali metodi appenninici di difesa dal lupo in aree molto diverse da quelle dell’Italia centrale… e questo per vari motivi. Per prima cosa, perché i pastori alpini non sono abituati ad utilizzare il cane da difesa del gregge; non lo “conoscono”, a volte non lo “capiscono”…e fanno fatica a gestirlo. In secondo luogo, perché in quelle aree è molto diffuso il turismo di montagna e la presenza del cane, anche se prevalentemente inoffensivo verso le persone che si muovono con un minimo di precauzione, rappresenta pur sempre per quelle comunità un elemento di disturbo per la loro economia turistica. In ultimo, perché, orograficamente, il territorio alpino è molto diverso da quello appenninico e il cane ha più difficoltà nella protezione delle greggi. In Appennino, infatti, il cane opera, in genere, in grandi altopiani privi di vegetazione, dove la visibilità è ottimale e il lupo ha, perciò, molte più difficoltà nel colpire all’improvviso, mentre nelle Alpi la copertura arborea, dove il predatore può nascondersi e attaccare di sorpresa,  è molto più ampia e il pascolo molto spesso si pratica in zone con un orografia molto più varia e movimentata: valli e vallicelle, spesso circondate da zone boschive, rappresentno fattori che rendono il lavoro del cane molto più complicato e meno efficiente.

La seconda criticità, sicuramente più rilevante di quella esposta in precedenza, che ha influito negativamente sulla possibilità di rilanciare il cane da pecora è rappresentata dal modo in cui la società specializzata ( CPMA) e l’ENCI  hanno “sfruttato” l’opportunità offerta dal ritorno del lupo.  

Per “esportare” i cani da pecora sulle Alpi, e non solo, sono stati, infatti, utilizzati, anche con una certa dose di cinismo, prevalentemente cuccioli di allevamento cinofilo che, salvo rarissime eccezioni, vengono da generazioni in cui si è selezionato per la sola morfologia e non certo per mantenere l’attitudine alla guardiania delle pecore, anche perché negli allevamenti cinofili, per ovvi motivi, è impossibile farlo. Pertanto, questi cani “cinofili” non posseggono le caratteristiche funzionali indispensabili per svolgere con efficacia la difesa delle greggi, cosa ben nota a tutti, anche a quelli che, per “vari” motivi, sostengono il contrario, e quindi utilizzarli per la guardiania delle pecore è stata sostanzialmente una “sciocchezza” che può portare, nel tempo, gravi danni alle aziende ovine interessate e alla reputazione del “nostro” cane.

Proprio sulla “inefficacia” di molti di questi cani venduti ai pastori alpini, ci giungono notizie non certo confortanti, se vere, proprio da chi opera in quei territori, notizie che sarà comunque utile approfondire. La ricomparsa del lupo sulle Alpi, accompagnata dalla disponibilità di fondi pubblici per arginare il problema, sarebbe stata, invece, ( e magari potrebbe esserlo ancora) l’occasione per promuovere il rilancio del cane della pastorizia, ma per farlo si doveva operare in maniera completamente diversa da come è stato fatto. Per prima cosa era necessario censire i cani da lavoro ancora presenti in Abruzzo e in Appennino; individuare i ceppi migliori, acquistare cani adulti esperti ( tutto sommato bisognava acquistarne pochi) e fornirli ai pastori che avevano bisogno di cani da protezione. Quanti bravi cani adulti provenienti dalla pastorizia si sarebbero potuti acquistare con i circa 36.000,00 euro stanziati dall’Enci, e gestiti dal Cpma, che sono serviti per assegnare appena 12 cuccioli ad alcuni pastori toscani e per fare non si sa bene quali altri cose… presumibilmente inutili… o magari “utili” solo per qualcuno”? E quanti altri se ne sarebbero potuti acquistare con tutti i soldi spesi dai parchi del nord ( 70.000,00 euro? 80.000,00 euro?) per acquistare i circa 100 cuccioli forniti ai pastori alpini tramite il settore lavoro del Circolo del pastore maremmano-abruzzese? Insomma, con quei bei soldi, se ne sarebbero potuti acquistare un numero sufficiente  per creare un importante nucleo di cani pastorali adulti di provata esperienza da cui partire per diffondere, in tempi brevi, centinaia di VERI cani da difesa del gregge sulle Alpi, contribuendo così in maniera significativa a “rilanciare” il cane da pecora della nostra pastorizia. Oltretutto, operando in questo modo, i pastori alpini, seppur inesperti, avendo a che fare con cani adulti, già capaci di compiere il loro “mestiere”, avrebbero avuto meno difficoltà nel gestirli e avrebbero avuto anche meno problemi con gli escursionisti. Se poi non era proprio possibile fornire ai pastori alpini esclusivamente cani adulti, e quindi bisognava ricorrere anche a dei cuccioli, allora  era comunque indispensabile fornire a queste aziende più cuccioli  ( almeno quattro o cinque per ogni gregge, per costituire il futuro branco.) Cuccioli in prevalenza maschi e figli di cani della pastorizia di sicura qualità e non, come è stato fatto, fornirgli solo uno o al massimo due cuccioli, (una barzelletta!) oltretutto di provenienza, nella maggior parte dei casi, cinofila. Certo, indirizzarsi sui cani della pastorizia era molto più impegnativo. Significava mettere in atto un progetto ambizioso, di ampio respiro, non limitarsi a “giocare”, creando dal nulla pseudo cani da protezione, e in ultimo, ma non da ultimo, dare soldi ai pastori escludere la quasi totalità dei soci del Circolo dalla vendita dei cuccioli da fornire ai pastori alpini, toscani e adesso calabresi…. ed è stata forse proprio la necessità di non scontentare qualche allevatore, attentissimo alle cosiddette “opportunità del mercato”, che ha convinto la Società specializzata ad ideare una iniziativa che ha poco o niente a che vedere con il vero rilancio del cane da pecora della nostra pastorizia. Questo è successo, perché chi attualmente dirige la Società specializzata (CPMA) la considera, sostanzialmente, un sindacato di allevatori cinofili, stravolgendo completamente le finalità per cui essa è stata istituita. Una Società specializzata, infatti, ha come compito esclusivo la tutela della razza che rappresenta… e non quello della “tutela” degli allevatori cinofili (… e magari sempre gli stessi), perché altrimenti viene meno alla sua funzione.

Ed è proprio per questo motivo che non può essere gestita, come invece accade oggi per il Circolo del pastore maremmano – abruzzese da persone che, almeno in larghissima maggioranza, hanno interessi diversi, e a volte incompatibili,  con la salvaguardia della razza che avrebbero invece il dovere di tutelare.      

 

E i cani da pecora “cinofili” come stanno?

Anche qui la situazione non è certo rosea, sia dal punto di vista morfologico che da quello caratteriale. Riguardo alla morfologia, c’è da rilevare che la qualità media presente nella razza è davvero scadente. L’eterogeneità, soprattutto nei maschi, è imbarazzante, e ciononostante la consanguineità, anche se può sembrare inverosimile, visto l’ampia variabilità genetica di partenza che aveva la razza, è davvero molto, molto preoccupante. Nelle manifestazioni vengono spesso proclamati vincitori cani di scarsa qualità, anche grazie al fatto che i giudici più competenti, per loro scelta, non giudicano più la razza nei raduni e nelle speciali, cosa che nel tempo contribuirà a peggiorare una situazione di per sé già molto complicata. Le classi libere dei raduni, soprattutto nei maschi, che dovrebbero rappresentare il top dell’allevamento, sono, ad essere proprio buoni, a dir poco ultramodeste, oltreché numericamente insignificanti ( 12 cani adulti iscritti all’ultimo campionato sociale…molti meno di quelli, per esempio, presenti al campionato sociale del Leonberger che iscrive ai libri genealogici 1/10 dei cuccioli del pma!). Ma oltre alla morfologia desta grande preoccupazione l’involuzione del carattere della razza. Il pastore maremmano – abruzzese, essendo una diretta derivazione del cane da pecora,  pur vivendo in contesti profondamente diversi da quelli pastorali,  per essere un VERO pastore maremmano – abruzzese deve avere, fatte le dovute proporzioni, le doti caratteriali e comportamentali tipiche dell’originario cane da pecora da cui proviene, ossia deve possedere un carattere forte, deve essere alieno alla sottomissione, deve essere indipendente, poco socievole, poco espansivo e avere una grande, autonoma capacità decisionale…. altrimenti è un altro cane.

 Ma i cani di oggi sono così? Purtroppo direi che, esclusi rari casi, lo sono sempre di meno. Alcuni decenni orsono, infatti, i pastori maremmano – abruzzesi assomigliavano ancora molto nel carattere e nel comportamento ai loro progenitori pastorali. Quelli di oggi, derivanti da una selezione che ormai da molto tempo rincorre, oltretutto senza risultati apprezzabili, escluse poche eccezioni, soltanto il bello inutile, sono, in genere, molto diversi. Sono, nella stragrande maggioranza dei casi, dei cagnoni che fanno magari ancora un pò di guardia, ma che sono stati molto “ammorbiditi” nel carattere, perché un cane meno “complicato” caratterialmente… si vende più facilmente. Ma non c’è solo il problema dell’ “addolcimento” del carattere del cane: si cominciano a rivedere sempre più spesso, nelle esposizioni e nei raduni, soggetti molto insicuri, paurosi e con le code ben nascoste tra le zampe.  E allora? Che fine ha fatto il pastore maremmano – abruzzese di un tempo? Quel cane che “ ha qualcosa in più … una vena di selvatico e l’abitudine a trattare l’uomo da pari a pari e come un amico, non come un Dio o un padrone?”  Chissà, forse, esclusi pochi casi, non esiste più. In definitiva, sta succedendo al “nostro” cane quello che è già successo a importanti e diffuse razze da lavoro che una volta entrate appieno nel mondo della cinofila espositiva hanno perso quelle caratteristiche che le avevano rese famose nel passato, razze che sono ormai soltanto una patetica imitazione di quello che erano una volta.

In sostanza, se la qualità  morfologica della razza è a dir poco bassa e se le qualità caratteriali di un tempo non ci sono più, non possiamo non affermare che il cane da pecora in cinofilia si trovi nelle stesse preoccupanti condizioni in cui versa nella pastorizia.

 

In conclusione, dobbiamo purtroppo constatare, seppur con grande amarezza, che il futuro del cane da pecora, sia nella sua versione “originaria”, sia nella sua versione “cinofila”, è davvero molto oscuro e nebuloso. Soprattutto  il cinofilo pastore maremmano – abruzzese , a meno di “miracolose” inversioni di rotta di cui  non c’è traccia alcuna… ,  si ridurrà sempre più ad un peloso cagnone bianco, copia sbiadita di quel severo ed incorruttibile guardiano che non dava confidenza a nessuno e che trattava il padrone da pari a pari.

Il cane della pastorizia, nonostante l’indifferenza, l’incompetenza e l’opportunismo di molti, ce la potrebbe invece ancora fare (forse…) come ce l’ha fatta in altri momenti critici del  passato. E ce la potrebbe fare grazie alla ricolonizzazione di nuove e diverse aree da parte del lupo,  che solo i cani da pecora della pastorizia, cosa di cui prima o poi si accorgeranno tutti, possono efficacemente contrastare.

Questa è la nostra speranza, peraltro supportata dalla circostanza che un cane che è sopravvissuto ad Attila ed ai barbari può sopravvivere anche alle scelte sbagliate di alcuni personaggi in cerca di autore.

 

Sandro ALLEMAND

Graziano BARBERINI