PUNTI DI (s)VISTA – Giampiero TARTAGLIA

L’intervento di Graziano Barberini in risposta ad alcune mie considerazioni, ha offerto, come sempre, ulteriori ed interessanti dati che vanno da quelli di tipo statistico a quelli tipicamente zootecnici passando anche per citazioni letterarie. Ringraziando Graziano per le positive note nei miei confronti relative alle modalità attraverso cui mi sono espresso negli articoli precedenti, desidererei osservare quanto segue: dapprima delle precisazioni per cercare di “limare” ulteriormente la mole di dati a disposizione tentando di restringere quanto più possibile il focus sull’argomento, dall’altra, provare, in questo articolo, ad esaminare la “questione del nome” sotto un altro profilo, quello della letteratura scientifica storicamente a nostra disposizione e provare a riflettere  sull’utilizzo che del nome si è fatto negli anni.

Tra le precisazioni: circa le modalità di attribuzione del nome, condivido poco, o meglio, penso che vi siano pochi argomenti e dati a supporto di una certa tesi, quando si iniziano a prendere come esempi razze ovine, bovine, equine o il lupo per spiegare “come siano andate le cose” nell’ambito di una razza canina. E’ un tipo di ragionamento che ho già letto in uno scritto del Dott. Simoni nel quale, lo stesso Professore ed allevatore, cita le razze ovine che anche Graziano riporta, altre razze equine e bovine. Mi sono sempre chiesto, infatti, come mai, per dare spiegazioni circa l’opportunità di denominare “Appenninico” o “Degli Appennini” l’attuale PMA, il Simoni non sia stato in grado di fornire un solo esempio in ambito cinofilo (ovviamente più coerente) e, magari, relativamente all’Italia.

La zootecnia e la cinofilia, infatti, assumono come ogni altra scienza ed aspetto della vita, retaggi e schemi culturali differenti a seconda del Paese, del luogo e delle vicende storiche. Alcune razze estere citate da Graziano sono sostanzialmente “senza storia” (almeno rispetto alla nostra), “prodotti  recenti” della cinofilia che hanno seguito, ritengo anche nel nome, logiche non sempre disgiunte da interessi personali, nazionalistici, o chissà cos’altro. Relativamente agli esempi specifici, mi chiedo il perchè, come riporta Graziano, si siano di volta in volta denominate razze con nomi relativi a città, regioni ( e sarebbe il caso dell’Abruzzese – quindi…ci starebbe! ) o contee oppure funzioni: forse perché in quelle regioni/città/contee il cane era più diffuso o qualcuno ha oggettivamente avuto il meritorio compito di selezionare la razza in certe località? O per la funzione particolare o altro? In tutti i casi che si possono esaminare, certo qualcosa in quelle città/regioni/contee dovrà pur essere avvenuto per sceglierle quale nome da attribuire alla razza: infatti è quel concetto di prevalenza che ritengo debba valere in questo caso, attribuire “Abruzzese” alla razza o, al limite “Degli Abruzzi” ricordando che “oltremodo” in quei luoghi, in un passato glorioso per l’allevamento ovino, la razza ha trovato massimo splendore. Chiaro che un criterio vada scelto: tutto ciò che ho scritto tende ad andare a supporto di uno dei criteri che si possono scegliere. In questo caso la funzione (“pastore”) e il luogo principale, senza aver mai detto che vi sia stata l’esclusività.

Sui dati relativi al censimento del 1974 mi sono già espresso: la “controdeduzione” del 64% fuori dell’Abruzzo è, mi permetterà Graziano, un tantino “cavillosa” per quanto matematica: sappiamo bene tutti che, innanzitutto, quel dato và contestualizzato storicamente in quanto rappresenta, forse, uno dei minimi storici dato il periodo socio-economico che determinò un grande abbandono della pastorizia ( non solo in Abruzzo ma particolarmente in Abruzzo), che, in secondo luogo, le regioni che si spartiscono quel 64% sono 8-9 ( quanti ne avevano in media ciascuna?) e, infine, che la mia domanda in merito a quanti cani ci fossero in Abruzzo e quanti, contemporaneamente, in altre regioni, è relativa ai tempi d’oro della pastorizia, non certo gli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900, men che meno agli anni ’70 del XX secolo.

E comunque lo si cita in quanto unico dato disponibile. O forse no. Quello del censimento ministeriale del 1952, sempre su base regionale, pare riportasse 46 cani in Toscana e 4637 in Abruzzo. Non mi risultano documenti che lo smentiscano. Ma non viene citato…

Lupi? Graziano riporta i seguenti dati: Sibillini/Laga 8, Alt. Rocche – Sirente – Velino 5, Tolfa/Alto Lazio 12, Majella – PNALM 22, Matese 3, Irpinia 8, Alburni 4, Sirino 4, Pollino 12, Sila 25.

Ora…non dovremmo ridurci a contare anche i lupi per dirimere questa questione…comunque, anche qui, il dato deve essere contestualizzato nel periodo storico: credo che ad ispirare tali censimenti, negli anni ’70 del secolo scorso, fosse stata proprio la consapevolezza del fatto che si stesse perdendo quasi totalmente il patrimonio di biodiversità legato, in particolare, ad alcune specie. Pertanto è anche questo un minimo storico (o quasi) che non dovrebbe, in quanto tale, essere preso in considerazione per trarre conclusioni generali, a prescindere. Vorrei tuttavia mettere in risalto il fatto che i numeri maggiori ( 22 ) fossero, anche qui, in Abruzzo, concentrati nel distretto Majella – PNALM, e sulla Sila.

  1. della Tolfa – Alto Lazio un numero significativo. Vale però lo stesso principio: 30% in Abruzzo considerando però che sono 7 le regioni coinvolte.  Accetterei le ragioni dei “non abruzzesisti” se fossero dei 30% tra tre o quattro regioni, cosa che determinerebbe una sostanziale parità. Ma quando è una sola su 7,8, o più, a possedere tali percentuali, la differenza diviene piuttosto netta e genera quell’indubbia prevalenza che secondo il mio punto di vista non può essere ignorata. A queste percentuali bisognerebbe dunque riconoscere il giusto “peso”, proporzionalmente a quanto esaminato. Osservo oltretutto che regioni come la Toscana o l’Emilia Romagna non risultano neanche prese in considerazione. Da quegli anni lì, comunque, con l’Operazione San Franceso, proprio dall’Abruzzo iniziò la lenta ma inesorabile ripresa. Spicca la Sila col suo bel 25: ma lì un pastore da guardiania ce l’avevano, ed è, per fortuna, da poco recuperato dopo tempi bui anche per lui.

Pecore? Finiremo per addormentarci! Perché fare riferimento ai dati di fine ‘800?  ( inchiesta Jacini citata da Graziano Barberini). Quello era ormai un periodo che, come spiegato precedentemente, potremmo definire “l’inizio della fine” per la transumanza abruzzese ( anche se, in realtà, il declino era già iniziato da tempo ). Non possono far testo unicamente i dati di fine ‘800. E’ tutto ciò che è avvenuto prima, a mio avviso, che deve essere tenuto in considerazione poiché impresse un marchio indelebile nella società connotando fortemente   l’Abruzzo dal punto di vista economico e sociale. Negli articoli già pubblicati da Graziano Barberini e Sandro Allemand, infatti, i dati ci sono e sono chiari: “saltare” al dato del 1908 non rende neanche giustizia a tutti gli studi sulle transumanze ( tra cui anche quello già citato di Graziano ) che è disponibile su questo blog. Lì, statistiche e numeri non temono confronti…Trarre conclusioni sul nome, sia esaminando i criteri di attribuzione dello stesso in altri casi ( per altre razze ), sia cercando di inquadrare numericamente e, quindi, stabilire l’entità del fenomeno relativa alla presenza di greggi, così come esaminare gli aspetti socio – culturali che ne conseguono, deve essere la conclusione di un’analisi organica su un ampio arco temporale ( secoli ) al termine del quale un dato fenomeno ( per la molteplicità dei fattori in gioco ) risulta, almeno per grandi linee, più o meno definito.

Relativamente al Piccioni ( che ha scritto molte cose interessanti che mi sono ripromesso di leggere ) nulla da dire più di quanto non detto: i dati sono relativi anche qui al 1800 circa ( perché ora questo soffermarsi a cavallo tra il XIX ed il XX secolo?), ma negli articoli già pubblicati, che esaminano un arco temporale più ampio (giustamente), i numeri ci sono, sia in quello relativo alle transumanze verso il Tirreno di Graziano Barberini, sia in quello focalizzato soprattutto sulla transumanza abruzzese verso il Tavoliere: studio e relativo articolo di Sandro Allemand ritenuto <<sostanzialmente corretto>> ( lo ricordo ) da Graziano. I dati riportati dal documento del Piccioni sono quelli di un periodo ben preciso che non comprendo il perché debba costituire unico riferimento relativamente ad un’attività e ad un fenomeno durato millenni. Quand’anche dal punto di vista letterario si fosse calcata troppo la mano, poi, mitizzando la civiltà pastorale abruzzese, restano, come già detto, gli inequivocabili numeri pocanzi ricordati a riportare tutti alla realtà. Se la letteratura si nutre anche di ciò, non è che aumentino le pecore e i cani. Dunque per controbattere alla mia tesi relativa ( in parte ) ai numeri ed alla statistica, i dati non possono riferirsi unicamente ad un periodo così ristretto. Le mie deduzioni, come spiegato, venivano fuori da una semplice analisi matematica e proporzionale dei numeri riportati da Allemand e Barberini nei rispettivi articoli che, invece, erano il risultato di un’analisi che andava dalle prime testimonianze in epoca romana fino al giorno d’oggi. Quindi dei riferimenti estremamente più validi.

Per quel che concerne il Bergamasco, non  ho ben compreso le motivazioni secondo le quali il paragone con il PMA sarebbe  improprio: per quanto negletta per lungo tempo come razza, abbiamo comunque due razze italiane, due razze “da pastore”, una da guardiania, l’altra da guardiania e toccatore, due razze rustiche e forti diffuse su un vasto areale prevalentemente montuoso, presenti da secoli sui rispettivi territori e, a differenza di molti altri casi, piuttosto vicine geograficamente…dovrebbero essere più propri i paragoni con pecore, vacche, lupi o razze canine estere?

Sulle vicende specifiche poi, neanche io posso dire di più: rilevo che, comunque, la presenza sull’intero arco alpino sia cosa acclarata, la razza era utilizzata anch’essa in “modalità transumante” con varie zone della Pianura Padana, e, come riportato sul sito dell’Associazione di razza <<era ben conosciuto anche in Svizzera con il nome di Bergamasker Hirtehunde>>.

Sul fatto poi, che “il nostro” sia il più bello ed affascinante…sono d’accordo con Graziano. Finalmente!

Ma anche questo, è soltanto un ( nostro )…punto di vista.

In merito alla letteratura settoriale ed all’utilizzo del nome…

Poniamo che tutte le questioni relative a quanto sopra riportato non esistano. Dobbiamo riuscire a capire come debba essere chiamata questa razza. Da un lato, occorre ragionare guardando avanti, dall’altro, non si può non considerare quanto avvenuto nei decenni precedenti. E siccome sappiamo bene che non sia facile comprendere il presente se non si conosce il passato…tutta questa storia, anzi, questa “questione”, ce l’ha un inizio? Forse si. E dovrebbe, a lume di logica ( perché credo che in ogni vicenda simile occorra ricomporre i pezzi dal punto di vista cronologico ) coincidere con le prime testimonianze non tanto della razza in quanto tale, ma proprio del nome scelto ed utilizzato per indicarla “ufficialmente” dalla scienza. Quindi la sua classificazione scientifica ( cinofila ). Mi risulta (relazione “Di Giustino – Di Giustino – Della Penna” – 2016), che già a fine ‘800 fossero stati regalati dei cuccioli alla regina Inglese e che venissero denominati “Italian Mountainer dog of Maremmas” (?), provenienti non so da dove, credo dalla Maremma toscana. Ma non esisteva alcun riconoscimento e denominazione ufficiale. Ancora, nel 1924 si redige lo standard del “Maremmano” e pubblicato su un bollettino dell’allora KCI, senza che la letteratura scientifica che della branca cinofila si interessa, la citasse minimamente. Gli inglesi, sempre “avanti” in cinofilia come negli altri ambiti della società, denominano il cane con un “Maremma’s Sheep Dog” che non trova mai riscontro ufficiale nel nostro Paese. Esistono citazioni della stampa estera anche come Sheep Dog of Abruzzi ( Dogs of The World, San Farncisco 1915) e, ancora prima, nei rapporti sull’esposizione  universale di Parigi alla fine del decennio1860 come riporta la relazione “Di Giustino – Di Giustino – Della Penna” ( 2016), dove, tra l’altro, vi sono numerosi documenti scritti, a partire dal 1700 circa, nei quali si parla di “cani da pastore abruzzesi” e “mastini abruzzesi”, “cani abruzzesi” anche qui, però, nulla di ufficiale.

Per avere un documento ufficiale, nel senso di una pubblicazione di tipo scientifico (cinofilo) in cui qualche studioso della materia avesse catalogato, suddiviso, ed in qualche modo denominato le razze allora esistenti, dobbiamo attendere il 1900: nell’opera del Mégnin, infatti, troviamo per la prima volta la denominazione della razza: Abruzzese. Come scrive il Breber nel suo articolo del 27 novembre 2018 pubblicato su Canes Pastorales, parlando della questione del nome e dell’intervento della cinofilia nazionale nel “cambiare le carte in tavola”, prima del 1930, <<la razza era sempre stata pacificamente conosciuta come Abruzzese>>: seguono le citazioni dello stesso Mégnin (1900), poi Vecchio (1904) e Faelli ( 1908). Non mi sono preso certo la briga di andare a controllare…Pertanto, se quel che il Breber riporta corrisponde a verità, visto che non risulta alcuna pubblicazione precedente in ambito cinofilo e zootecnico che nomini mai una sola volta la razza “Maremmano”, vuol dire che non siamo noi “abruzzesisti”, oggi, ad accampare pretese campanilistiche e senza ragione nel voler denominare la razza “Abruzzese”, poiché già agli albori della moderna cinofilia e zootecnia, i primi studiosi decisero che così doveva chiamarsi. E così si chiamò. Ed il fatto che nessuno di loro fosse neanche lontanamente abruzzese, avvalora ancor di più la cosa, in quanto dimostra che, evidentemente, la massiccia presenza della razza in quella regione era, o era stata nei secoli, preponderante rispetto ad altri luoghi a tal punto da lasciare nell’accezione diffusa, l’aggettivo, come nome d’origine o di caratterizzazione territoriale per la razza. Quel che cerco, insieme a molti, di dimostrare…

E se anche il criterio non fù questo, bisogna comunque prendere atto che dal punto di vista scientifico (tassonomico), venne da subito riportata nei testi di cinofilia come “Abruzzese”, e mai, sottolineo mai, come “Maremmano” o “Appenninico”. Questo nome non è mai esistito.

Se poi si aggiunge che nel 1950 fù il Circolo del Pastore Abruzzese il primo a nascere e ad essere ufficialmente riconosciuto, quelli senza ragione, mi pare che improvvisamente siano i “non abruzzesisti”, in quanto, stando ai fatti storici e scientifici ( da molti riportati e in particolare dal Breber ), non posso non definirli “negazionisti”. Negano, cioè, che vi siano ragioni per chiamarlo “Abruzzese”. Ma la ragione è che per ( almeno ) 58 anni si è sempre chiamato esattamente così! Prima che “Maremmano” e senza che mai qualcuno lo definisse una sola volta volta “Appenninico”. Pertanto non sono qui a dire che, ovviamente, non si debba chiamare Maremmano. Meglio ancora, voglio dire che non si debba chiamare Maremmno né Appenninico o Dell’Appennino ed in nessun altro modo semplicemente perché, tra le altre cose, un nome ce l’ha già. Non dobbiamo inventarci nulla.

Nella relazione “Di Giustino – Di Giustino – Della Penna”, si riporta la citazione del Kennel Club Francese di “Sheep Dog of Abruzzi” all’indomani di una delle Esposizioni Universali tenutasi a Parigi verso la fine del decennio 1860 e dell’Almanacco delle razze canine presente a Los Angeles nel 1915: non sono in grado di suffragare il primo dato, tuttavia, se vero, confermerebbe che non solo in Italia la cinofilia e la zootecnia ufficiali parlassero di “Abruzzese” nelle relative prime opere, ma anche a livello internazionale la denominazione fosse la medesima. Pertanto non si comprende come nel 1924 lo standard redatto potesse parlare di “Maremmano detto anche Abruzzese”…Comunque, quello standard, arrivò quando già sui testi di riferimento il cane era stato inquadrato come Abruzzese.

Dunque, a prescindere dalle pecore, dai lupi, e dalla diffusione della razza ( criteri che da questo punto di vista divengono paradossalmente inutili per contribuire a stabilire “quale nome” ) i riferimenti certi, nell’utilizzo “scientifico” e ufficiale ( non citazioni di altra natura) del nome sono, come riportato dal Dott. Breber, cronologicamente i seguenti:

-Mégnin 1900

-Vecchio 1904

-Faelli 1908

-Riconoscimento Circolo Pastore Abruzzese 1950

Poi arriva il Corsini, fà e disfa a suo piacimento ( quali ragioni zootecniche? Quale supporto scientifico? Quale coinvolgimento del Circolo del PA, già esistente? ), esegue i suoi “magheggi”, prosegue la sua “dittatura interna”, genera danni (forse irreversibili – perché tutti i non addetti ai lavori, cioè il 99% della popolazione, per contrazione e semplicità linguistica conosce oggi quasi esclusivamente la razza come “Maremmano” e non sa proprio che si chiami PMA) poi, dopo 60 e più anni, vengono fuori pareri che dicono “ è sbagliato chiamarlo come si chiama ora, ma anche come si chiamava prima ( perché? Se si chiama così …?) ma bisogna chiamarlo ancora in un altro modo…(?)

Il “Pastore Abruzzese” nasce scientificamente ed ufficialmente come tale poiché così lo riportano i primi testi di cinofilia della storia moderna e così viene denominato dall’Enci il primo Circolo della razza nel 1950 e, quindi, la razza. Paradosso inconcepibile, oggi, è che fù proprio lo stesso Ente Nazionale della Cinofilia Italiana a riconoscerlo come Abruzzese!

E perché oggi non dovremmo essere più autorizzati a chiamarlo col suo nome? Perché poi arrivò il Corsini e cambiò tutto? O perché taluni propongono addirittura un terzo nome (!)? …Che considerando il doppio nome attuale sarebbe addirittura il  quarto… (folle!).

Vi pare una buona motivazione?

Perché si esamina sempre “la questione” dall’unione delle razze in poi? Quel che accadde prima non è forse storia con pari dignità?

O forse è scomodo riconoscere che in realtà si chiamava davvero così?

Qui passiamo dai punti di vista a quelli di “svista”: svista clamorosa, per malafede o menefreghismo (dovendo escludere a priori l’ignoranza), e che rappresenta la “ciliegina sulla torta” di tutta questa faccenda, è costituita dall’inversione alfabetica del nome ma soprattutto dalla sua accettazione da parte di molti, primo fra tutti l’Enci. Quest’ultimo, infatti, dovrebbe sentirsi “tecnicamente” (per ovvie ragioni alfabetiche ancorchè etiche e morali), in dovere di invertire il nome a prescindere da richieste e proteste. Quanta “puzza” ci sia sotto questa vicenda, infatti, ce lo riporta chiaramente il fatto che si siano voluti chiudere gli occhi financo a dimenticare l’ordine alfabetico…Inversione che, come detto, ha generato forse più danni di tutto il resto. Quali motivazioni potrebbe addurre l’Enci per rifiutarsi di ripristinare l’ordine alfabetico? E cronologico, visto che il circolo del PA anticipa quello del PM. E, almeno questo, non penso rappresenti un mio punto di vista ( a meno che non si voglia sovvertire oltre all’ordine alfabetico anche quello cronologico… )

Il problema non è dunque verificare la diffusione della razza: è quello di riconoscere il nome originario, eliminando il “Maremmano” riconoscendo l’assurdità della manovra che portò ad un inconsueto quanto incredibile doppio nome (esempio raro in cinofilia, senz’altro unico caso tra le razze italiane… ). Non mi convince la posizione di chi critica l’attuale nome ma al contempo non reputa corretto “Abruzzese”: come si può non accettare un nome che già esisteva ed era stato attribuito? Quindi “Maremmano” andrebbe eliminato a prescindere perché frutto di un’operazione errata scientificamente e scorretta eticamente. Il resto dei nomi sono chiacchiere mai esistite. Oltretutto: perché in questi 60 e più anni nessuno ha mai avuto l’idea di proporre all’Enci un nuovo nome se lo avesse ritenuto davvero più corretto? A partire dal CPMA? Ciò avrebbe sgomberato il campo da ulteriori, snervanti dubbi e polemiche dimostrando la “purezza” delle intenzioni di uno studio e di un intervento “motu proprio” e il disinteresse ( o il vero interesse scientifico verso una presunta verità ) di chi ha giocato sin ora un qualche ruolo nella vicenda. Invece è solo in risposta alle richieste “abruzzesistiche” che si sono mossi i contrari, i quali, mi pare ( per carità, è un mio punto di vista!), che se deve chiamarsi “Abruzzese” ( corretto perché storicamente esistito, utilizzato scientificamente, riconosciuto ufficialmente ) preferiscano invece che continui a chiamarsi così come si chiama pur riconoscendo che sia sbagliato …pensiamo quanto gli possa dispiacere che si chiami “Maremmano – Abruzzese”!

Anche in questo stà la differenza tra l’operato dell’attuale CD del CPMA e quelli precedenti.

Pertanto la distribuzione sulla dorsale appenninica e tutte le “dispute” sui numeri di pecore e lupi appaiono addirittura argomenti fuorvianti: il cane deve essere chiamato “Abruzzese” semplicemente perché è così che si chiamava. Se poi si è chiamato diversamente è stato un errore ( riconosciuto da molti, anche da Graziano Barberini o dal Dott. Valente ed altri ). Errore cui và posto rimedio tornando a quel che era prima ( se quello è stato davvero un errore…) non a quel che non è mai stato. Perché se così fù deciso di chiamarlo, un qualche motivo ( o anche di  più …forse tutti quelli che ho elencato nei vari articoli! ) ci sarà pur stato. Anche qui, a sentire alcuni, sembra che il “nostro pastore”, noi “abruzzesisti” ce lo siamo riconosciuto da soli…ribadisco che fù invece proprio l’Enci a riconoscerlo ed ancor prima gli studiosi a catalogarlo. Gli esperti contrari, allora, abbiano il coraggio di affermare che lo studioso francese Jean Pierre Mégnin, Angelo Vecchio,  il Prof. Faelli, ( autori di opere i cui contenuti sono in parte tutt’oggi validi…) e l’Enci ( nel 1950 ) presero un abbaglio e non avrebbero dovuto chiamarlo “Abruzzese”. Dopodichè mi piacerebbe sapere chi, per quale ragione ed in base a quale criterio si sentisse di affermare una cosa del genere. Poi si dirà, ancora, che son tutte chiacchiere ed una razza esiste o meno solo se l’Enci decide in merito. Pertanto, se il cambio del nome non si dovesse realizzare per motivi di “peso politico” di una certa parte della cinofilia, non mi meraviglierò: vorrà dire che il tempo si è fermato al 1958, ed in questi 61 anni, in Italia, anche in questo campo nulla è migliorato.

A quel punto sarebbe chiaro che non c siano più margini di dialogo: e sarebbe l’ennesima ragione ”abruzzesistica”.

Giampiero TARTAGLIA

Caro Giampiero,

pubblichiamo, come sempre, il tuo lungo ed appassionato intervento.

Non entriamo più nel merito delle tue argomentazioni (né pro né contro) perchè ormai la questione del nome è stata ampiamente affrontata e le varie  e contrapposte ragioni sono ben note ai lettori del blog che, al riguardo, hanno tutti gli elementi per formarsi una propria autonoma convinzione. Noi abbiamo ” litigato” per anni tra noi e poi, restando ognuno sulle  sue posizioni, abbiamo deciso che non occorre pensarla  allo stesso modo per collaborare e per lavorare insieme sulla “sostanza” ( l’identità e la funzione del cane) piuttosto che sulla “forma” ( il nome) Ci auguriamo che questa nostra conclusione possa essere valida anche per te.

Sandro ALLEMAND

Graziano BARBERINI

P.S.: solo per l’esattezza dei dati: non esiste alcun censimento ministeriale del 1952.