PERCHÉ COSTA TANTO AVERE UN ANIMALE IN CASA? Sandro ALLEMAND

Alcuni giorni orsono ho portato il cagnolino di mia figlia dal veterinario, perché era da un po’ che aveva una strana tosse di gola, soprattutto di notte e  quando si stancava. Dalla visita è emerso che il cane soffre di problemi cardiaci e perciò il veterinario gli ha prescritto delle medicine ad hoc. Così, uscito dall’ambulatorio, sono andato in farmacia a comprarle. I medicinali per uso veterinario erano due, e li chiamerò farmaco X da 20 mg e farmaco Y da 5 mg. I due farmaci prescritti al cagnolino sono identici, come principio attivo e come numero di compresse per confezione, a due farmaci ad uso umano: Lasix che corrisponde al farmaco X e Benazepril Sandoz che corrisponde al farmaco Y. Senonchè Lasix costa  1,72 euro, a fronte degli 8,40 euro del farmaco X, e  Benazepril Sandoz costa 5,18 euro, a fronte dei 19,20 euro del farmaco Y. Non c’è male come differenza di prezzo!!!!! Ma questo non è il solo caso di un costo di gran lunga superiore dei farmaci veterinari rispetto a quelli per uso umano. L’Augmentin (uso umano) da 1000 mg, per esempio, che ha come principio attivo l’Amoxicillina, uno degli antibiotici più usati per le faringiti, viene venduto a 10 euro, pertanto frazionandolo costa 5 euro per 500 mg.,  ma se prendi lo stesso antibiotico per “uso veterinario”, il ………… da 500 mg.,  lo paghi ben 22,50 euro. Un altro esempio?  I banalissimi flaconi da 500 ml di soluzione glucosata per le flebo: quelli ad uso veterinario costano il 10% in più rispetto a quelli per uso umano e la loro scadenza è inferiore di un anno. E ancora: i farmaci contro il vomito.  In medicina umana si usa il Plasil da 10 mg. iniettabile, che ha come principio attivo la metoclopramide e costa 1,89 euro a scatola. In veterinaria lo stesso principio attivo è disponibile come ……….. all’incredibile prezzo di 22 euro.!

In sostanza, se le medicine sono destinate ai nostri cani o ai nostri gatti costano in media 3 o 4  volte in più rispetto alle stesse medicine per uso umano. Dagli ultimi dati Istat emerge che il rapporto cittadini e animali d’affezione ( cani, gatti, pesciolini, uccelli e tanti altri) è di 1 a 1. Il mercato delle medicine per  curare i nostri “ amici” rappresenta perciò  un bell’affaruccio ( nel nostro Paese vale già oggi oltre 600 milioni di euro, e cresce annualmente).

Tra gli animali di affezione, si contano oltre 7 milioni di cani e altrettanti di gatti e quando si ammalano si trasformano, spesso, in un serio problema economico, soprattutto per i più anziani e per i meno abbienti. Oltre ai privati, questi costi abnormi ricadono anche sullo Stato che, dovendo gestire i cani abbandonati dall’ ignominia degli uomini e poi ospitati nei canili, è il maggior proprietario di cani e, secondo l’ultimo rapporto della Lav ( lega antivivisezione), spende circa 118 milioni di euro l’anno di soldi pubblici per curarli. I farmaci ad uso veterinario, a differenza dei farmaci per uso umano, come sappiamo, non sono coperti dal Sistema sanitario nazionale. Il costo perciò è tutto a carico del proprietario dell’animale… e i generici veterinari sono una rarità. L’unica opportunità di risparmio è la possibilità di detrazione fiscale, pari al 19%, delle spese veterinarie ( come avviene per i farmaci umani), ma è una pratica poco diffusa e che fa recuperare una percentuale modesta del costo sostenuto, inoltre c’è una franchigia di  129,11 euro e il tetto massimo di spesa detraibile è pari a 387,40 euro.

Ma perché le medicine ad uso veterinario costano così tanto? La risposta  è molto semplice. In primo luogo il motivo del loro alto costo è da ricercare nel fatto che il mercato dei farmaci è controllato da poche aziende, quasi tutte riconducibili alle grandi multinazionali della farmaceutica, che, proprio perché poche, evitano di farsi concorrenza e riescono così a praticare prezzi alti. In secondo luogo queste aziende praticano prezzi spesso esagerati, perché approfittano del fatto che ormai i nostri cani o i nostri gatti sono parte della famiglia, e che per loro siamo disposti a fare anche grandi sacrifici pur di garantirgli le cure più adeguate.  Pensate ai sacrifici che fanno molti anziani! In Italia le persone sopra i 65 anni di età sono davvero tante e molte di queste, oltre il 39%,  hanno un cane o un gatto che spesso diventano l’unica ragione di vita… l’unico antidoto alla solitudine. Considerato che le pensioni di molti anziani non sono certo da nababbi, tanto che parecchi di loro non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, i costi per curare i loro “compagni di vita” sono a volte insopportabili, ma li affrontano lo stesso, rinunciando a tutto, pur di curare i loro amici.

La normativa attuale impedisce ai veterinari di prescrivere farmaci per uso umano nel caso in cui siano disponibili medicinali veterinari con le stesse indicazioni terapeutiche. Il veterinario, sotto la sua diretta responsabilità, può prescrivere l’impiego dei farmaci ad uso umano solo nel caso in cui non esistano medicinali veterinari idonei a curare una determinata patologia. Se, invece, il professionista prescrivesse medicine per uso umano ai nostri “amici” a quattro zampe, in presenza di equivalenti farmaci ad uso veterinario, rischierebbe  multe salate e varie sanzioni.

L’unica cosa da fare, per rendere sostenibili le cure per i nostri “amici”, sarebbe quella di superare la normativa in vigore e di permettere ai veterinari di prescrivere farmaci ad uso umano anche in presenza di farmaci equivalenti ad uso veterinario, costringendo così le case farmaceutiche che producono medicinali ad uso veterinario ad abbassare i prezzi.

Non dico che le aziende che producono medicine per gli “animali” non debbano fare dei profitti. Ci mancherebbe altro!! Ma forse un po’ più di “sobrietà”non sarebbe male. Fare una seria battaglia affinché i farmaci per i nostri cani, e per gli animali d’affezione in genere, abbiano un costo sopportabile dovrebbe essere una priorità, ma le associazioni dei consumatori e le tante associazioni animaliste del nostro paese non sembra che si interessino più di tanto a questo problema che, invece, è di grande importanza e coinvolge tantissime persone.

Un altro settore dove i costi, per noi che abbiamo uno o più cani,  sono molto alti è quello dei mangimi. Nonostante la crisi economica che ha attraversato e che ancora in parte attraversa l’Italia, il settore dei  mangimi  per cani continua a crescere. Un ottimo affare per coloro che li producono, considerato che il fatturato del settore in Italia è di molto superiore al miliardo di euro. Anche il più modesto dei mangimi per cani costa intorno ai 90/100 euro al quintale, mentre un mangime per animali da reddito, come polli, conigli o bovini, costa più o meno la metà. Tra i due tipi di mangimi, però, non c’è poi una grande differenza: i componenti, insomma, sono per larga parte gli stessi. Ma perché quelli per i cani costano tanto di più? Forse perché sono animali d’affezione e così si può alzare un po’ il prezzo, tanto i proprietari non lesinano spese per i loro “amici” . Senza parlare poi di quanto  costano al chilogrammo i mangimi “famosi”: più o meno come un chilo di bistecche. È vero che sono, senza alcun dubbio, di gran lunga qualitativamente migliori dei  mangimi a “basso” costo, ma la enorme differenza di prezzo tra le due tipologie è davvero esagerata.

E poi c’è un’altra domanda molto importante che dobbiamo porci: di cosa sono fatti molti mangimi per i cani? Fateci caso. Sulle etichette dei mangimi secchi le informazioni sono scarsissime. Nella composizione si legge, per esempio, cereali. Ma quali cereali? In che percentuale? Quale è la loro provenienza? Insomma, non c’è nessuna garanzia sulla qualità dei prodotti che vengono utilizzati. Per i cibi umidi è la stessa cosa. Spesso troviamo scritto sull’etichetta: “carni e derivati, di cui il 4% pollo”… e il restante 96% che roba è? Lombata di vitello? Tra gli ingredienti si legge spesso: ‘derivati di carne’ (“ sottoprodotti provenienti dalla trasformazione del corpo di animali terrestri a sangue caldo”), ovvero scarti di lavorazione di origine animale non meglio identificati: ma che roba è? Oppure si legge ‘farine di carne’. Queste ultime derivano dagli scarti della carne utilizzata per il consumo umano, i quali, se non ci fosse la possibilità di riciclarli con ottimo profitto nella preparazione dei cibi per cani e gatti, dovrebbero essere mandati al macero, per evidenti motivi di ordine igienico-sanitario. Circa il 50% del volume della carcassa dell’animale macellato: intestini, tendini, legamenti, mammelle, esofagi, stomaci, ossa, sangue…, diventerà, quindi, dopo essere stato magari confezionato in una bella busta colorata, cibo per i nostri cani, con costi per le aziende produttrici molto bassi… e per noi molto alti.

Inoltre la cottura degli scarti di carne, indispensabile per “sanificarli”, viene fatta ad alte temperature che spesso provocano l’alterazione delle proteine che si trovano nella “materia prima”, riducendone il già modesto potere nutritivo.

Ma non è ancora tutto. Parecchie industrie di mangimi, per rendere il cibo più appetibile utilizzano i cosiddetti  “appetizzanti” che, col tempo, possono diventare una specie di droga per i nostri “amici”. Questi “appetizzanti” sono composti da olii e grassi animali, non certo di qualità eccelsa, e vengono spruzzati direttamente sulle crocchette, sui ‘bocconcini’ e sui ‘patè,  prima che questi siano confezionati.

C’è poi da sottolineare, per completare il quadro, che la tanto deprecata sperimentazione sugli animali viene praticata spesso anche dall’industria che produce cibo per i nostri cani e i nostri gatti. Alcune importanti industrie del settore, non tutte per fortuna, testano sugli animali una buona parte del cibo che diamo, per esempio, ai nostri cani: da quello umido, ai croccantini; dagli ossi vitaminici ai mangimi prodotti ad hoc per “curare” diverse patologie, per determinarne la tossicità o l’efficacia curativa. Per valutare, per esempio, il potere “curativo” di alcuni particolari cibi, spesso vengono indotte malattie in animali sani, per poi provare a curarli con questi cibi medicati, per verificare la loro l’efficacia. È da un po’, infatti, che molte tra le più note marche di cibo per animali propongono tantissimi tipi di mangimi adatti per ogni disturbo: dalle dermatiti, alle patologie dentali; dal diabete, all’artrosi; dai problemi delle vie urinarie, a quelli epatici. Senza parlare poi dell’invasione sul mercato di mangimi specifici per ogni razza, per ogni taglia e per ogni età: ma diamoci una calmata per favore!

I mangimi cosiddetti “curativi” costano davvero tanto, ma funzionano veramente? I dubbi non sono pochi, soprattutto in rapporto a quello che costano. Anzi, sembra che molto spesso i risultati ottenuti con l’utilizzo di questi cibi non siano poi un granché, mentre magari funziona di più una corretta dieta con ingredienti  freschi. D’altra parte l’effettiva e rilevante efficacia di questi cibi “particolari” è “dimostrata” soltanto dalle sperimentazioni effettuate dalle stesse ditte che li producono ( controllato e controllore coincidono) mentre, per avere un pò più di garanzie, sarebbe opportuno che le verifiche le facesse un Ente terzo… meglio se pubblico.

Non pensate che per parecchi disturbi che queste diete “scientificamente testate” curerebbero, sarebbe sufficiente, per migliorare di molto le condizioni dei nostri “amici”, eliminare alcuni alimenti o una dieta più leggera, con un giusto rapporto tra carne, verdure e carboidrati, e magari più movimento? Forse è proprio così, visto che anche molti veterinari lo consigliano.

Un’ ultima novità, di cui, però, i responsabili siamo noi, in quanto cominciamo a scegliere per i nostri  “ amici a quattro zampe” prodotti che rispecchiano le nostre scelte alimentari, è la comparsa sul mercato di cibi biologici, senza conservanti o additivi, certificati e tracciati come quelli per l’alimentazione umana…. o, addirittura, di prodotti vegetariani e vegani… e tutti a prezzi molto alti. Ma non vi sembra, che stiamo un pò  esagerando?

In definita, il cibo per cani e gatti e le medicine ad uso veterinario sono un affare multimilionario, per cui gli interessi sono molti, come molte sono le pressioni che le aziende produttrici possono esercitare per vendere il più possibile e al miglior prezzo. Per il cibo, forse, la cosa migliore sarebbe tornare alla dieta casalinga di una volta: carne, riso o pasta e verdure e, se necessario, qualche integratore. Ma per i ritmi della vita di oggi la maggior parte delle persone non ha il tempo, né la voglia, di preparare la “pappa” in casa per il proprio “amico”, cane o gatto che sia. Pertanto all’utilizzo dei cibi pronti per i nostri compagni a quattro zampe non ci sono praticamente alternative. Ma pretendere che la qualità dei mangimi e il loro prezzo siano sottoposti a dei controlli, non penso sia chiedere la luna. Ed anche qui, le varie associazioni animaliste e le associazioni di consumatori, sempre pronte ad alzare la voce su tutto… cosa fanno? Non mi sembra molto!  Forse se per qualche tempo rinunciassimo ad acquistare i mangimi pronti ( rinunciare alle medicine purtroppo non è possibile) e preparassimo il cibo per i nostri “amici” in casa… forse le industrie abbasserebbero un po’ i prezzi…ma questa credo che sia pura utopia.

Sandro ALLEMAND