PASTORI E SCHIOPPETTATE: quando l'”arcadia” non era la realtà-Graziano BARBERINI

il vettore

Recentemente mi è capitato di leggere questa bella pagina del grande storico Franco CARDINI:

“La storia del genere umano è segnata costantemente, in molteplici varianti, dal rapporto, dall’incontro e inevitabilmente anche dallo scontro fra tipi umani che dovrebbero essere antropologicamente parlando complementari ma che sono, invece, talora – per motivi ora geostorici, ora climatici, ora socioeconomici, ora etnoreligiosi –, concorrenti se non addirittura conflittuali fra loro: il nomade-raccoglitore-cacciatore e il sedentario-allevatore-contadino, il costruttore di strade e di ponti e l’edificatore di città, di muraglie e di fortezze. Due miti fondanti della cultura eurasiomediterranea, quello di Caino e Abele e quello di Romolo e Remo, presentano analogo schema: il pastore e quindi nomade Abele versus   l’agricoltore e quindi sedentario Caino, il pastore e quindi nomade Remo e l’agricoltore e quindi sedentario Romolo. Caino e Romolo, sedentari (e assassini), sono anche fondatori di città e cultori di raffinate tecnologie, quali la musica e le arti della lavorazione dei metalli….”

Come sempre mi succede quando leggo pensieri “ad alta densità”, sono andato a ritroso con la memoria a ricercare episodi correlati a questi concetti.

norcia

E il primo ricordo che è riaffiorato, tra le mie poche conoscenze, riguarda un episodio del 9 settembre 1759 quando  Pescasseroli conobbe una giornata di sangue tra abruzzesi. C’era una vecchia contesa tra i locati di Gioia dei Marsi e gli abitanti di Pescasseroli, in quanto i primi, per condurre le loro pecore nella locazione di Ordona tramite il ponte della Zittola, volevano “accorciare” il tragitto passando nei campi limitrofi al centro abitato dove, a dire dei Pescasserolesi, distruggevano le coltivazioni nei “territori seminatori privati”. Quel giorno, ben indagato da Saverio Russo, si  concluse in tragedia con cinque morti (altre fonti parlano di 7/8) e vari feriti. Nella versione dei Pescasserolesi (ASFg, Fondo Dogana) un massaro “ con una pistola in mano gridava, tirate, che io pago a tutti, tanto più che di prossimo esce l’indulto”. Tra gli altri fu uccisa “Anastasia del Principe gravida di sei mesi che fu ammazzata dentro la sua propria casa nel mentre chiamava i suoi figli dalla finestra”. Ovviamente del tutto diversa è la ricostruzione dei Gioiesi: “la detta aggente al numero di quattro cento persone tiravano sassi anche con le fionde….continuorno verso tutti loro scagliamento de sassi, andando moltissimi di essi premuniti di palangoni de legno, gridando e dicendo che non conoscevano ministri, neanche il re, battendosi le donne con le mani le parti del sedere” e a questo punto i militari ,di stanza all’Aquila, del reggimento “della morte” (infatti…) avrebbe aperto il fuoco. Chissà come saranno andate in realtà le cose….

Non si creda però che episodi siffatti siano propri dell’area abruzzese , anzi un quadro più o meno analogo si ripropone anche nel Granducato di Toscana e nello Stato Pontificio, a testimonianza della sostanziale unitarietà della civiltà della pastorizia appenninica, al di là della sovrana sciocchezza di taluni che vorrebbero il fenomeno pastorale e le sue molteplici manifestazioni circoscritto esclusivamente a una qualche regione .

Lidia Calzolai, citando l’Archivio storico di Scarperia, ricorda che “il 30 maggio 1756 alcuni pastori di San

monteleone

Benedetto in Alpe tornavano dalla Maremma. Giunti alla Contea di Turicchi (Val di Sieve), in prossimità del convento di San Detole, una decina di capre entrarono in un campo. Il contadino, vedendo che mangiavano il grano e sbroccavano le viti, accorse gridando e inveendo contro il proprietario delle capre.

Questo, preso un bastone, colpì il contadino alla testa provocandogli gravi ferite” Ne segui’ una rissa generalizzata con feriti in entrambi gli schieramenti: narrano le storie che i pastori intervennero a difesa del collega, mentre in soccorso del contadino intervennero il padrone del podere, i compaesani e addirittura…il prete!

Ando’ peggio nel 1421 , quando un pastore reo di danno dato fu accoppato da un guardiano di un campo di grano che  “guardava in esso tempo certo peçço di grano in erba posto in essa corte di Grosseto in luogo dicto Berbichaia comme è usança guardare e grani da le bestie in Maremma in esso tempo”. Scrive al riguardo Davide Cristoferi: “ Il custode venne assolto per legittima difesa dal Consiglio generale di Siena su istanza dei suoi concittadini di Grosseto e delle maggiori comunità circostanti (Istia d’Ombrone, Montepescali, Campagnatico e Magliano). Proprio il vasto interesse suscitato in Maremma da questo episodio di violenza prova come non si trattasse probabilmente di un’eventualità remota o eccezionale…”

Non sono a conoscenza di uccisioni nello Stato Pontificio, e del resto la presenza del Papa regnante forse…attenuava i bollenti spiriti. Ma certo non era tutto rose e fiori nemmeno nei territori umbro-marchigiani-laziali, anzi….

Nell’appendice all’opera di De Cupis “Le vicende dell’agrcoltura e della pastorizia nell’Agro Romano” è trascritta una Relazione redatta nel 1497 da Agostino Ghigi, doganiere dei pascoli dell’Agro e del Patrimonio, indirizzata alla Camera apostolica, in cui in un’ottica che ovviamente sposa completamente le ragioni dei pastori “fidati”, si sostiene che “la dohana è assassinata et robata non solamente da contadini ed altri ribaldi”.

Si citano furti e conflitti avvenuti a Spoleto, Todi, Amelia ,Marsciano, Soriano, Vitorchiano, Bagnaia, Bagnoregio, Viterbo, Orvieto, Perugia e si elencano i nomi dei pastori fatti oggetto di furti e grassazioni: Giovanni Angelo di Caterino da Norcia, Giovanni di Titio da Norcia, Giovan Battista da Norcia, Pazzaglia da Monteleone e altri..Emblematico il caso di Pazzaglia di Monte Leone di Cascia, a cui nei pressi di Amelia rubarono oltre cento ciavarri. Un garzone del Pazzaglia, un certo Pampana, ebbe la brillante idea di chiedere udienza e giustizia al governatore di Narni, esibendo la “bolletta della fida”.Il governatore, però, non solo rifiutò di accogliere la richiesta  del povero Pampana, ma anzi lo fece imprigionare minacciando addirittura di…impiccarlo!

E alla fine una domanda sorge spontanea: cosa avranno fatto i nostri cani bianchi in mezzo a questo turbinio di sassi ,di bastonate, di schioppettate, di furti et similia?

Probabilmente avranno osservato con distaccato e indifferente scetticismo la consueta, feroce stupidità del genere umano….

 

 

Graziano BARBERINI