PASTORI D’ABRUZZO


Pubblichiamo un brano scritto dal giornalista e saggista Raffaello Biordi , nato a Paganica nel 1896 e professionalmente attivo a Roma dal 1915.

Il brano  comparve nel numero 10 de “La lettura”, Rivista del Corriere della Sera, nel lontano ottobre 1922.

La prosa ha accenti aulici ed intonazioni tra il carducciano ed il dannunziano, con qualche evidente caduta declamatoria. Non dimentichiamoci, però, che si tratta di uno scritto di quasi cento anni or sono, in cui colpisce comunque la figura del pastore, tratteggiata come un tipo umano panicamente immerso nella natura e solennemente austero nei gesti del suo lavoro e nel suo incedere faticoso con “le mandre”…E il ricordo va al pastore del canto popolare J’Abbruzze, quello, per capirci, che “pare ju Ddiu della Majella” e che, ieratico tra i suoi monti, “veja e – soprattutto – TACE”.

Altri tempi, altri Uomini.

Ieri il lavoro ed il silenzio, oggi il cazzeggio ozioso ed i ragli su Facebook

Ma tant’è….leggiamoci  il brano e pensiamo che ci fu un tempo in cui, pur in mezzo ad abissali difficoltà e ad insidie di ogni genere, c’erano Uomini veri che hanno onorato la loro terra ed il loro lavoro.

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Allor che giugno spande il suo ardore nei cieli, e nei luminosi vesperi tornano ad abbattersi sui prati melanconiche le lunghe ombre dei pioppi, i pastori lasciano il piano e avviano le mandre verso gli alti pascoli.

La vita dei pastori in montagna è piena, nella sua intensità e nella sua varietà, di ogni attrattiva.

Ritornare alle cose pure è riaccostarsi a Dio.

E che più puro della natura?

Bisognerebbe che ognuno di noi, corroso nelle ossa e nello spirito dalla febbre del viver cittadino, menasse per alcun tempo codesta vita pastorale.

Perderebbe la dimestichezza con certe caduche cose che rappresentano – perché lo vogliamo noi – l’indispensabile nella quotidianità della nostra esistenza; agli occhi si aprirebbe la visione di bellezze nuove ed eterne. L’anima, avendo a compagni il silenzio e l’infinito, potrebbe scorgere le vere linee del proprio volto e le pagine vaste dei cieli stellati non l’atterrirebbero più.

Prima che “in ciel la stella ultima cada” il pastore è in piedi e fuga dal viso ogni traccia di sonno lavandosi abbondantemente in limpide gelide fonti, cui danno alimento le nevi via via discioglientesi.

Nessuna barriera s’eleva dinnanzi al suo sguardo: gli orizzonti si allargano sconfinati e terra e cielo si confondono laggiù in un molle vapore roseo.

Le pecore asserrate nello stazzo cacciano i musi nei varchi delle reti che l’imprigionano: è nei loro belati insistenti il desiderio di errare libere brucando qua e là l’erba cui tolse la polvere del giorno e ridonò freschezza la recente rugiada.

Il sole quando ha lanciato nei cieli il suo carro non avvampa come nelle nostre cttà: le correnti d’aria tolgono alle ore meridiane l’eccessiva caldura.

I pastori allora o riposano nella capanna o in qualche ombrata radura si dedicano a facili eppur utili lavori e rammendano le calze, intessono le fiscelle dove sarà colato e posto ad essiccare il formaggio, conciano le pelli in cui le loro anche durante l’inverno troveranno riparo dal freddo.

La munta del latte e la fabbricazione del formaggio sono le faccende che più richiedono, giornalmente, tempo e cura.

La prima stella che si accende nei cieli trova i pastori già avvolti nelle coperte di lana che si ristorano della fatica.

E la Notte intenta al mormorio sottile dei rivi e agli echi più impercettibili veglia il loro tranquillo e profondo sonno cui non reca turbamento nessuna delle nostre morbosità.

In ottobre, quando alle prime scrollate della tramontana succedono le tenaci piogge che mutano in fango l’oro che l’autunno profuse sui colli e negli orti e il Gran Sasso rimette il suo berrettone bianco, i pastori raccolgono le mandre e le guidan sulla via del ritorno…

 

Raffaello Biordi