L’ANTICA REPUTAZIONE DEL CANE PASTORALE ABRUZZESE – Paolo BREBER

Fino a tutto il ‘700, e anche oltre, il lupo era diffuso ovunque in Europa fuorché nelle isole britanniche dove era già stato da tempo eliminato. Ciò significa che a quel tempo in tutto il continente il cane al seguito delle greggi era per definizione il “mastino” (vedi quello che ho scritto sui nomi), cioè il cane da protezione e non il toccatore. Questo lo avrebbe sostituito man mano che il lupo sarebbe stato eliminato nel corso dell’800 (Paul Mégnin, 1904). L’ubiquità del mastino da pecora è testimoniata dai documenti d’epoca.

In un trattato del 1782 di M. Daubenton sull’allevamento della pecora in Francia, leggiamo che il gregge dev’essere accompagnato dal “mâtin” al fine di difenderlo dal lupo. “Questo cane è forte e coraggioso, ma bisogna armarlo di un collare con punte di ferro, e saper incoraggiare il soggetto giovane al primo incontro col lupo, oppure metterlo in compagnia di mastini già agguerriti.”

In un compendio anonimo di cinofilia francese del 1876 (ed. Rothschild), apprendiamo che i pastori dei Pirenei, delle Alpi, e degli Abruzzi usano tutti lo stesso cane pastorale. Si, anche sulle Alpi; ne abbiamo conferma in Dandolo (1804) che si procurò dei “cani da lupo” per difendere il suo gregge sui monti di Varese. I cani descritti e illustrati dal Dandolo nel suo trattato sull’allevamento delle pecore spagnole sono indistinguibili dall’Abruzzese. L’ultimo accenno all’uso del cane pastorale sulle Alpi si ha nei ricordi di pastori francesi degli anni 1950 (Moyal, 1956). Raccontano che fino agli anni 1920 i lupi erano ancora una minaccia nelle Alpes Maritimes e i cani dovevano essere protetti con collari guarniti di punte di ferro.

Per l’Europa dei Carpazi si può citare Grossinger (1793). “I molossi [vedi quello che ho scritto sui nomi] spiccano tra i cani per la loro grandezza. Ce ne sono di due tipi: uno si presenta con un muso prominente, capo tondeggiante, labbra pendule, sguardo acceso, pelo corto, gambe solide e robuste, e dal manto dal colore vario. L’altro tipo è allevato dai pastori per la custodia delle greggi; sfoggia un manto bianco, folto e lungo; però presso alcuni pastori si vedono cani dal manto lupino. Sono cani che vivono in campagna e raramente si vedono in città. La gente li chiama komondor, kamasz o kuasz.”

È interessante notare come gli antichi autori fanno di tutti un unico cane senza distinguerli in razze separate. Un autore inglese, lo Youatt (1845), addirittura accomuna il nostro Abruzzese con il cane pastorale della Pomerania, regione che si affaccia sul Baltico meridionale. L’ovvio motivo di tale mancanza di discriminazione si spiega con la grande somiglianza tra tutti questi cani nell’aspetto e nella funzione.

Tuttavia una discriminante c’era! Emerge dalle testimonianze che il più qualificato e prestigioso rappresentante della categoria fosse il nostro cane pastorale abruzzese. Come si spiega altrimenti il fatto che, per rifornire il canile del re, il capo louvetier di Luigi XV (1715-1774) andò a procurarsi dei “cani da lupo” fino nel lontano Abruzzo quando poteva trovarne nella stessa Francia, in Spagna, nelle Alpi e comunque in luoghi più vicini? Questi esemplari abruzzesi vennero poi immortalati in un quadro dal pittore di corte Oudry (Dunoyer, 1868).

Un’altra prova del primato del nostro cane è riportata in una notizia del 1792 (Grossinger), dove si racconta che, al ritorno da una spedizione militare ungherese nel Regno di Napoli, il conte Stefano Zichy riportò con se alcuni esemplari dall’Abruzzo. Il conte Zichy era uno dei grandi magnati dell’Ungheria con possedimenti che superavano i 100.000 ettari, e sebbene avesse centinaia di kuwasz con i suoi sterminati armenti, volle acquisire da noi dei soggetti miglioratori.

A quei tempi il nostro cane era molto più rinomato di oggi. Raccontando del suo viaggio in Abruzzo (1838), l’inglese K. Craven incontrando i cani dei pastori così commenta: “La bellezza e docilità di queste bianche bestie sono state spesso descritte.” Queste parole sono una ulteriore conferma della fama e reputazione di cui godeva il cane pastorale abruzzese nel ‘700 e primo ‘800.                    

 

Paolo BREBER