L’ALLEVAMENTO “CINOFILO” DEL PASTORE MAREMMANO-ABRUZZESE:morfologia ed omogeneità negli ultimi quaranta anni- Sandro ALLEMAND

Ho letto, ultimamente, alcuni interventi  che parlano di omogeneità nella razza del PMA e fanno riferimento alla sua storia più o meno recente. Penso che sia opportuno ripercorrere correttamente l’evoluzione che il pastore maremmano – abruzzese ha avuto in questi ultimi quaranta anni per fare davvero un po’ di chiarezza.

Fino alla fine degli anni ’80 l’allevamento “cinofilo” del pma era concentrato  prevalentemente, se non esclusivamente, dall’Umbria in su. In Abruzzo non c’erano allevamenti “riconosciuti Enci” ad eccezione, penso,di  quello “del Dannunziano” di Mario Mariani.

In quel periodo, a differenza di quanto viene affermato da qualche appassionato, non c’era affatto una elevata disomogeneità. Soprattutto al nord,  grazie al “lavoro” della signora Franca Simondetti, c’erano( e alcuni ancora ci sono) numerosi  allevatori che avevano soggetti molto simili tra loro, seppur contraddistinti da affissi diversi. Parliamo, oltreché della signora Simondetti, di Anna Albrigo, di Francesco Volpi, di Mario Facchinetti, di Mirta Chiappani Gelpi, e di altri ben noti a chi segue questo cane da molti decenni.  I cani di questi allevatori, pur mostrando in alcuni casi dei difetti ricorrenti, come la non ideale forma e posizione dell’occhio, la non “eccelsa” potenza e  conicità  della testa e del muso e una conformazione, in particolare nei maschi, a volte “leggerina”, erano, comunque, sostanzialmente, omogenei.  Gli allevamenti del centro Italia, e cioè Jacopone da Todi di Franco Simoni, San Miliano di Gianfranco Giannelli, Le Vergherie di Anna Corsini e Francesco Giuntini,  Di Paiatici di Marcellina Tussardi, degli Acquisti di Uliva Guicciardini, più tardi Montemusino di Luigi d’Addio , avevano cani un po’ più potenti di quelli del nord, ma non c’erano tra i due gruppi delle differenze sostanziali ed eclatanti.  Insomma, se la razza ha conosciuto per un lungo periodo una buona omogeneità, risultato mai più raggiunto negli anni a seguire, è stato proprio in quell’epoca.  

 

  La disomogeneità si evidenziò quando negli anni a seguire alcuni appassionati abruzzesi si affacciarono nel mondo della cinofilia espositiva, puntando su soggetti del tutto diversi da quelli che si vedevano nell’ambiente in quel periodo. Si trattava, infatti, di pochissimi esemplari , ma di impronta spiccatamente molossoide, molto lontani dai soggetti di “allevamento” di allora, ma anche dal “verace” cane da pecora della pastorizia abruzzese.Tra questi soggetti e gli altri c’era non solo una disomogeneità sui caratteri particolari di tipo ( occhi, orecchie, cranio, muso, sviluppo labiale, ecc.), ma anche una disomogeneità sui caratteri prioritari di tipo, quelli cioè che identificano una razza, ossia sugli assi cranio facciali, sul salto naso-frontale, sulla conformazione, sull’andatura. Pertanto, in quegli anni non si rileva una  disomogeneità diffusa: la stragrande maggioranza dei cani aveva caratteristiche sostanzialmente simili e solo qualche cane presentava caratteristiche molto diverse per l’impronta spiccatamente molossoide.

 

A partire dalla fine degli anni ’90 in poi, gli allevatori abruzzesi hanno cambiato profondamente il loro modo di allevare,  orientandosi tutti, o quasi tutti, verso la morfologia del cane “verace” della pastorizia abruzzese, abbandonando così l’idea di imporre un cane con caratteristiche di pesante molossoide, molto diverse da quelle del vero cane da pecora della tradizione.

In questo modo si sono prodotti, nel tempo, alcuni  soggetti che singolarmente esaminati risultavano di migliore tipicità e sostanza, rispetto ai cani “Simondettiani” e non solo, ma non si sono raggiunti risultati significativi sulla qualità morfologica media della razza, né sulla sua omogeneità… e questo lo si riscontra ancora oggi. 

Anzi, negli ultimi anni, la qualità media e l’omogeneità della razza sono vieppiù peggiorate, soprattutto nei maschi,  tanto che attualmente anche in “importanti” raduni risultano a volte vincitori soggetti con evidenti difetti di tipo e alcune classi di maschi adulti sono veramente inguardabili.

Va poi precisato che che quando si parla della non omogeneità di tipo che attualmente interessa la razza, non ci si riferisce ( escluse rare eccezioni, purtroppo anche vincenti ) ai caratteri prioritari di tipo, altrimenti non avremmo  più la razza, ma ai caratteri particolari di tipo che appaiono differenti, in particolare nei maschi, tra un cane e l’altro e impediscono che questi cani si assomiglino tra loro.

Quali possono essere i motivi che hanno portato a tutto questo?  Alcuni, diciamo, sono strutturali, nel senso che sono insiti nella storia recente dell’allevamento del pma.

 Il primo motivo è dovuto al fatto che il pur meritorio “progetto” di recupero di tipicità e di massa nel “nostro” cane, iniziato alla fine degli anni ’90, non ha avuto, purtroppo, come guida e come faro un’allevatrice esperta e professionale come la signora Simondetti, ma si è sviluppato in maniera molto spontanea, un po’ casuale e, almeno inizialmente, senza che tutti avessero le idee ben chiare.

Un secondo motivo lo si può ricondurre all’esistenza nel “rinnovato” allevamento del pastore maremmano – abruzzese di una iniziale notevole variabilità. Inoltre, l’utilizzo di alcuni maschi sicuramente potenti e di forte ossatura, ma di scarsa tipicità , non ha certo contribuito ad elevare la qualità morfologica media e l’omogeneità nella razza.

Un terzo motivo può essere individuata nella circostanza  che il “rinnovato” allevamento del pastore maremmano – abruzzese ha interessato, e ancora oggi interessa, soprattutto appassionati che allevano in modo “amatoriale” con l’ovvia conseguenza che questo modo di allevare, seppur positivo per molti versi, non potrà portare a risultati eclatanti  in quanto è sovente caratterizzato da evidenti limiti “tecnici”.

Tutto questo scagiona il Circolo da ogni responsabilità? Purtroppo no.

Vi sono sicuramente alcune responsabilità riconducibili a chi ha diretto il Circolo negli ultimi anni.

 La prima responsabilità che i dirigenti del Circolo del Pastore Maremmano – Abruzzese hanno avuto è stata quella di plaudire di fronte a risultati “sconcertanti”, nei raduni e non solo.

Spesso lo hanno fatto per mantenere un facile consenso, mentre sarebbe stato necessario un intervento deciso sui giudici e sugli allevatori, chiedendo ai giudici di  fare con attenzione e professionalità il loro “mestiere”, e possibilmente di approfondire la conoscenza della razza, e agli allevatori di non approfittare della “scarsa” competenza dei giudici per ottenere risultati di prestigio con soggetti “inadeguati”. Non è possibile, per esempio, che un allevatore, che frequenta da anni le esposizioni, presenti una volta un soggetto con una testa tipica e un’altra volta un soggetto con una testa “sbagliata”,   sapendo che tanto, probabilmente, vincerà lo stesso.

 Un altro grave errore commesso dai dirigenti del Circolo  è stato quello di organizzare una quantità spropositata di raduni e speciali e tutto questo sempre nell’ottica della ricerca di un troppo facile consenso.Si è voluto, in sostanza,  permettere a tutti gli espositori abituali  di poter fare il proprio “campioncino”, approfittando anche della scarsa partecipazione che c’era e c’è nelle varie manifestazioni . In questo modo, sono diventati campioni, e quindi padri e madri di molti cuccioli, anche soggetti che non lo meritavano.

 Un’ altra responsabilità di coloro che hanno diretto il Circolo negli ultimi anni è stata quella di non aver saputo, o voluto, coinvolgere nella vita dell’Associazione, tutte le varie componenti e le varie sensibilità che ruotano intorno al “nostro” cane, anzi, di essere arrivati, sovente, con molte di queste ad aperti conflitti. 

Anche questa incapacità di “mediazione” ha influito negativamente sulla qualità della razza, perché molti appassionati, per protesta, hanno abbandonato il Circolo e non hanno più esposto i loro cani nei raduni, lasciando magari spazio a soggetti morfologicamente inferiori che però, vincendo, hanno avuto modo di farsi pubblicità, con tutte le conseguenze nefaste che questo ha comportato.

 E per concludere chi ha diretto il Circolo in questi ultimi anni non può nemmeno  sostenere, a mò di giustificazione, che  il peggioramento nel livello morfologico e nell’omogeneità della razza  sia stato in qualche modo “compensato” dal mantenimento di un’ alta qualità caratteriale nel “nostro” cane, perché anche su questo versante il peggioramento è evidente a tutti coloro che abbiano occhi per vedere.

Sandro ALLEMAND