LA RAGION PASTORALE di Stefano Di Stefano – a cura di Paolo BREBER

Vi presento ciò che ha scritto sul cane da pecora Stefano di Stefano, il giurista napoletano che è stato prima avvocato della Generalità dei locati e poi governatore della Dogana della Mena delle Pecore a Foggia dal 1735 al 1737.

Il capitolo che c’interessa è inserito nel suo magistrale trattato in due volumi “La Ragion Pastorale” che costituisce la più completa esposizione della istituzione governativa della Dogana delle Pecore che regolò l’industria ovina del Regno di Napoli per 400 anni.

Ho voluto limare un po’ il testo poiché troppo infarcito di citazioni giuridiche e letterarie senza tuttavia togliere nulla alla sostanza.

Riguardo al nostro cane, il Di Stefano copre certi aspetti di legge che non troviamo in altri autori.

Paolo Breber.

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Stefano Di Stefano. 1731. La Ragion Pastorale. Volumi I & II. In Napoli presso Domenico Roselli.

II cane da pastore. Vol. I: pp. I95-201.

Essendosi sopra veduto, come le greggi non potrebbero alla lunga sussistere senza la guardia dei pastori e dei cani di cui almeno due a morra ne hanno bisogno. Tralasciando di ragionare della specie e qualità degli altri cani che servono per la villa, per delizia, per la caccia, e per altr’uso degli uomini, parleremo solo di quei cani, che sono utili e necessari ad una greggia di pecore, e da Columella, pecuarii, da Apulejo, pastoritii, da Virgilio, molossi, e da altri, mastini sono volgarmente chiamati. Ed invero le pecore che più degli altri animali hanno bisogno d’aiuto, da nessun’altro possono esser custodite e difese, che dai suddetti cani pastorizi, fedelissimi e diligentissimi guardiani di quelle. Le pecore non hanno nemici più fieri dei lupi e, dato che i cani sono ai lupi naturalmente contrari, cosi la sicurezza delle pecore totalmente dai cani dipende.

Sono dunque i cani tanto utili e necessari per la custodia delle masserie, che, come accessori vengono compresi sotto il nome della greggia; debbono allevarsi diligentemente, e pascersi di grasso siero ch’è quell’acqua che rimane nel vaso in cui il latte munto si cava. Sogliono gli accennati cani pastorizi esser cosi vigilanti e fedeli amanti delle pecore, che ad ogni piccolo sospetto di fiere, sia di notte, sia di giorno, si pongono a latrare, a scuoter dal sonno i pastori, ed a pugnar insino alla morte; anzi è cosi propria dei cani la vigilanza e di opporsi con prontezza agli altrui insulti; sogliono vegliar di notte e dormir di giorno È vero però che detti cani pecuarj alle volte divengono pigri, e mancano dal loro dovere per colpa dei pastori che non li mantengono vigilanti.

Sono altresì i medesimi cani cosi mordaci e fieri che, stizziti dai padroni, sogliono far tanto danno, che gli uomini ammazzano e, se vi concorre il dolo, sono tenuti i padroni, o i loro custodi, alla pena dell’omicidio, oppure alla pena straordinaria se v’interviene la colpa, come sarebbe se, pur potendo, avessero trascurato di intervenire per frenarli e tenerli; poiché i feroci cani alla sola comparsa dei padroni si placano come alla presenza di Dio si quietano tutti gli affetti ribelli. Oppure, se avessero mangiato le uve nelle vigne dei vicini dovendo specialmente ciò avvertirsi in tempo delle vendemmie nei luoghi di Puglia, di Abbruzzo e luoghi vicini ove le dette masserie di pecore si trovano, e le viti sono umili, né alte, né maritate a pioppi, o ad altri alberi, come nella Campania Felice si osserva, ma sono si basse ed inchinate, che un fanciullino di leggieri giungerebbe i grappoli, appena sciolte le mani dalle fasci; onde, se i pastori non usassero in quei tempi e luoghi una special diligenza, potrebbero detti cani mastini cagionar notabili danni ed essere i padroni obbligati a rifarli. Quindi in alcuni luoghi essi cani dovrebbero tenersi legati altrimenti i padroni, od i pastori, sarebbero in colpa, come sarebbe ancora se li tenessero vicino la pubblica strada, od in altri luoghi, ove, benché legati, potessero offendere. Ma in questo nostro Reame di Napoli altrimenti si osserva poiché quando essi cani non siano mordaci, arrabbiati, e soliti a nuocere, si tengono liberi e sciolti nelle case, né giardini, e specialmente in Puglia nelle masserie di pecore, nonostante che quando sono vicini alle strade pubbliche inseguono con latrati tutti coloro che passano vicino alle mandre. Se detti cani si dovessero tenere legati o in altro modo impediti, diverrebbero inutili. Tuttavia, quando le mandre sono vicine alle pubbliche vie, il pastore deve essere presente per controllare i cani.

Sogliono pero detti cani deporre i latrati e la rabbia, e non offendere, qualora i provocanti si buttino a terra, o si seggono lassi, o facciano cadere da mano bastoni, o altro strumento, con cui potessero dar loro sospetto o gelosia d’offesa. Di questo mezzo si servì Ulisse quando, ricevuto per ospite nel campo di Eumeo, acquetò la grossa turma dei cani che lo circondò abbaiando, trafelando, e mostrando tutti ardente ansietà di affannarlo. O meglio fanno alcuni che con roba da mangiare o con altri espedienti li serrano tosto la bocca; onde 1’Ariosto

Come il mastin, che con furor s’avventa

Addosso al ladro, ad acchetarsi è presto,

Che quello, o pane, o cacio gli appresenta;

O che fa incanto appropriato a questo.

Dee intanto notarsi per regola, che in caso di dolo, colpa, o mancanza, non i padroni delle masserie che, trattenendosi nelle città, non possono sapere la natura dei cani, ma i pastori a cui è commessa la cura della greggia son tenuti per i danni che cagionassero i cani. Per il resto, quando i cani non sono mordaci o soliti a nuocere, e manca ogni dolo e colpa, non sono nemmeno i pastori tenuti a rispondere essendo della natura dei cani latrare, e quando siano provocati od offesi aggredire o mordere; altrimenti mancherebbero dal loro dovere, sarebbero vani ed inutili, e rimprovereremmo la natura di averli invano dato i denti. Di più, se, per altrui inavvedutezza o scherzo facessero danno, cessa parimente in tal caso la divisata azione. Non altrimenti cessa detta azione, se dal pecoraio fosse il mastino disciolto per acciuffare il ladro. Così il Serrano nell’Arcadia del Sannazaro giustamente si duole non aver veduto il ladro, che due capre e due capretti l’aveva tolto dalla greggia,

Che se’l vedea, di certo era impossibile

Uscir vivo da’ cani irati, e calidi;

Ove non val, che l’huom richiami, o sibile,

O si afferrassero fra loro, o coi cani delle mandrie vicine, e per gelosia, per sdegno, o per altra causa avvenisse ciò, che l’Ariosto descrisse:

Come soglion talor due can mordenti,

O per invidia, o per altr’odio mossi,

Avvicinarsi, digrignando i denti,

Con occhi biechi, e più che bragia rossi;

Indi a’ morsi venir, di rabbia ardenti

Con aspri ringhi, e rabbuffati dossi.

e la ragion si è, mentre, quando è lecito il discacciar altri da un luogo, ove ad insidiar la greggia, o far altro danno venisse, se ciò si fa col bastone, colle pietre, o coi cani, da cui ferito, o ammazzato restasse, a niente è tenuto colui, che, per soddisfare al suo dovere, viene a tale atto obbligato.

Ma se uno studiosamente attizza un cane perché uccida una vitella, ponghi in fuga un’animale, ed in altro modo altri offenda, può esserne criminalmente punito; però, se senza fare atto, segno alcuno, mancasse solamente di frenarlo, sarebbe egli tenuto per il danno civile. Sarebbe altresì scusato il pastore, quando il cane si fusse improvvisamente scoverto arrabbiato, e senza sua colpa, entrando nelle mandre, dilacerasse le pecore, o in altra guisa ad altri nuocesse; imperocché allora, come di caso inopinato, e casuale, né meno al danno sarebbe egli tenuto.

E benché cotali generi di cani grossi e mastini mostrino di esser lenti, sonnacchiosi, e tardi, stizziti però, non vi è forza, ed empito, che li ritenga. All’incontro i nostri mastini di pecore, qualora in tempo di està, coricati sotto l’ombra degli alberi, si trovano fastiditi dai tafani, e dalle mosche, sogliono, senza impegnar altra parte del corpo, che i semplici denti, venir all’assalto con quelle, come l’Ariosto al vivo ci dipinge il fatto:

 

 

Simil battaglia fa la mosca audace

Contra il mastin nel polveroso agosto;

O nel mese dinanzi, o nel seguace,

L’uno di spiche, e l’altro pien di mosto.

Negli occhi il punge, e nel grifo mordace

Volagli intorno, e gli stà sempre accosto:

E quel sonar fa spesso il dente asciutto:

Ma un tratto, ch’egli arrivi, appaga il tutto.

ed il Dante,

Non altrimente fan di state i cani,

Or col ceffo, or col piè, quando son morsi,

O da pulci, o da mosche, o da tafani.

L’uccisione di essi cani è talmente proibita ed illecita, che, se fuori di necessità fusse un cane ammazzato, non solamente l’uccisore dee, secondo la stima del padrone, pagarne il prezzo ma può essere punito con pena straordinaria, e siccome ad un galantuomo non può darsi ingiuria maggiore che ammazzarli o ferirli il cane da caccia; cosi ad un pastore non può farsi maggior danno o dispetto che uccidergli un cane che nel compito di guardar le pecore sia abile ed atto; onde nacque l’adagio, che per i cani, e per le puttane nascon le liti; ma, se l’imminente danno o morso dei cani non potesse in altra guisa fuggirsi, è lecito allora, come per propria difesa, ammazzarli.

Or ragion vuole, che, dopo di essersi parlato di pecore, di capre, e dei cani, si parli dei lupi che sono di essi naturalmente contrari. Ha da sapersi che i lupi sono tanto delle pecore e delle capre irreconciliabili nemici che né vivi né morti posson esse aver commerzio veruno. Quindi, come delle virtù il vizio è implacabile nemico, cosi delle innocenti e semplici pecore vedesi il vizioso lupo naturalmente contrario. Fanno i lupi studio si grande per insidiar la vita alle pecore che non pensano tanto i padroni a mantenerle ed a moltiplicarle quanto essi per ammazzarle e distruggerle; ed affinché possano maggiormente occultarsi lo fanno in tempo nuvoloso e notturno; anzi, perché il rumor non si scuopra, si pongono in aguato fuor della strada e bagnandosi colla lingua le piante dei piedi cercano render men duro e più lubrico il sentiere; e se, chetamente passando per una siepe, il pié sdrucciola e si sente, loro con rabbia come colpevole lo mordono. Quindi obbligano i poveri pastori ed i cani a star anche in tempo di notte vigilanti e desti affinché ad ogni picciol sospetto e segno d’essi i cani si congreghino e li fugghino, o incappino. Dee pero avvertirsi, che il lupo si difende come un leone da chi tentasse d’offenderlo; onde, essendo ferito un lupo vicino Roma da Nifo, talmente se l’avventò contro, che se non aveva sollecito ajuto, vi rimaneva ucciso; e pero, se predando vi accorre il pastore coi cani, ed egli inferior si conosce, abbandona la preda, e fugge; ma, se pur superior si sente, fa fronte e resiste. E da ciò anche procede che, volendo assaltar un’armento, si unisce con altri lupi, e per esser più saldi e forti s’empiono il ventre di terra, e trattandosi di vacche, bufale, o altri animali cornuti, dal dorso sogliono sorprenderli. Ma quando è racchiuso in qualche luogo divien talmente timido che, non ostante in ltalia, poco lungi da Milano, fusse per lo spavento fuggita fuori la madre dal luogo ov’era entrato un lupo ed egli vi fusse rimasto solo con due bambini lattanti, non ardì quelli toccare. Vedesi dunque che, accorgendosi i pastori di avvicinarsi fra l’oscurità della notte fraudolentemente il lupo, tutti loro ed i cani si uniscono gridando tanto al lupo, al lupo, al lupo, che spesse volte, affiocandosi per l’alte grida, rochi divengono benché all’esser stati prima dal lupo scoverti, volgarmente si ascrive.

ll lupo quanto più ha fame, tanto più si mostra fiero e crudele. All’incontro, quando è sazio sembra un mansueto agnello. Con somma provvidenza, allorché ha preda soverchia, ne sepellisce le reliquie in terra per potersene poi in tempo di necessità avvalere. Ma, ciò non ostante, che per tal fisso e continuato pensiere d’insidiar sempre le gregge, muti il pelo da nero in bianco, non cangia pero vizio e natura; onde surse l’adagio, Che’l lupo cangia il pelo, e non la mente.

E quel ch’é peggio, non solo il lupo grande, adulto, ed armato ma anche lattante, debole, ed imbecille è temuto dalle pecore; anzi, anche in vederne il colore si spaventano e temono. I cani pastorizi soglion esser più tosto bianchi che neri; e da qui nacque altresì il proverbio che non si grida mai al lupo che ivi, o desso, o can bigio non sia; e quantunque le pecore camminino, pascano, e trattino familiarmente con essi cani, co’ tori, co’ buoi, cogli elefanti, co’ cavalli, e con altri animali grossi, pure co’ lupi, benché piccioli, non possono, né pur un momento trattenersi; anzi, non ostante che un lupotto si trovi senza denti, bisognoso e lattante, pure contro quell’istessa pecora o capra, che per violenza del pastore li dava il latte, cercava avventarsi alla gola. 

E finalmente è d’ammirarsi, che anche di voce sono loro contrarj imperocché le pecore disarmate con vana e fievol voce né men de’ torti san risentirsi. All’incontro i lupi, proveduti di ardire, di denti, di corso e di ferocia, empion l’aere di urli e di stridi.

Né l’accennata nimistà che hanno i lupi colle pecore, cessa e s’estingue colla vita ma dura anche dopo morte; imperocché, né le pelli, né le viscere, né il sangue possono mischiarsi e convenire insieme fra loro; onde narra Oppiano, che un tamburro vestito di pelle di lupo se fra altri tamburri, composti di pelli pecorine si suona, solamente quello di pelle di lupo gravemente rimbomba; imperocché tutti gli altri si ammutiscono e tacciono quasi le pecore non pur vive ma anche morte s’atteriscono dei lupi defunti.

Adunque, ove abbondano tali animali, non possono allignarvi le pecore, come fu sperimentato un tempo nell’Inghilterra in cui per copia de’ lupi non si facea industria di pecore insino a che con una caccia universale furono i lupi distrutti. Nella Scozia e nell’Inghilterra, ove sono ottimi paschi per non esservi lupi, pascono i bestiami per la campagna anche in tempo di notte senza che veruno uomo li custodisca e vi sono introdotte in tanto numero le gregge, che oggi gl’Inglesi fanno di lane grandissimo traffico, ed ivi per la scarsezza dei lupi si lasciano nelle campagne in ogni tempo sicure le pecore, il che molto contribuisce alla bellezza e perfezione delle lane. Donde parimente avvenne che gli antichi Re di Napoli per salvare le loro razze dai lupi a proprie spese mandavano nelle parti di Puglia dei cacciatori che lupari si chiamavano. In alcuni luoghi le comunità, per mantener le pecore immuni dalla rapacità dei lupi, sogliono costituir salarj e premj ai cacciatori che vanno in traccia per ammazzarli ed anzi si afferma che possa in effetto costituirsi pubblico salario a coloro che prendono quegli animali che sono perniciosi agli altri, e si rendono così utili e necessarj alla patria ed agli uomini. E dall’accennata nobile usanza ebbe altresì principio quel lodevole costume che certamente si osserva in alcuni luoghi di questo Regno, e specialmente nelle parti di Abruzzo, ove per la freddezza del clima sono i lupi più aspri e crudeli, cioè di riceversi nell’abitato vittorioso e trionfante colui che nella campagna prendesse morto o vivo un lupo; e recandolo come in trionfo per tutta la Città, per la Terra, e per le pubbliche piazze e strade ed avanti ogni casa, se li presentano dai piccioli, dai grandi, e dai mezzani, da femmine e dai maschi tributi, benedizioni, premj, ed applausi. Nasce intanto il dubbio se a colui che ammazzasse o prendesse viva una lupa pregna uno over due premj si debbano? Secondo il Baldo un solo guiderdone li spetti; ma, se pigliasse o uccidesse una lupa co’ lupacchini appresso, allora più premj al cacciatore si diano. Leisser aggiunge che colui che salva dalle fauci del lupo una pecora o un’agnello non può ritenerselo come suo ma dee al padrone ristituirlo. Sarà pero giustizia che quel pastore i cui cani riescano a recuperare una pecora sottratta dal lupo, o qualunque altro ricuperatore, che in altra guisa opponendosi ai lupi, avesse salvato la preda, non sia in danno e perda quegl’incomodi e spese che inseguendo il lupo avesse fatto e patito; giaché se li dovrebbe allora la retenzione della cosa salvata sin tanto che fuss’egli soddisfatto non solo de’ danni ma anche del tempo che vi avesse consumato. Il che dovrebbe il padrone volentieri soffrire, ricuperando ciò che avea perduto, aumentato di valore; imperocché la carne delle pecore addentate da’ lupi divien più saporita, tenera, e soave. Ed un cavallo, morsecchiato e ferito da’ lupi, divien più forte, veloce, ed ardito, come narra Plutarco. A1l’incontro una giumenta gravida, calpestando non pur la pelle ma le vestigia d’un lupo, si sconcia e divien rabbiosa.

Si danno pero’ due sorte di lupi, alcuni sono solitarj ed altri cacciano in branco. I solitari non vanno a stuolo, ma soli; e però mancando lo stimolo dell’emulazione, soglion esser pigri e tardi, benché più fieri, aspri, e crudeli. I lupi dell’altra sorte vanno sempre uniti ed a schiere, e sono più snelli e veloci di modo che possono e vogliono assalir le fiere. Di questi lupi cacciatori, snelli e veloci, che vanno in traccia di pecore e di altri animali, è il nostro discorso.