LA PASSATA PRESENZA DEL CANE PASTORALE ABRUZZESE NELLE ALPI -Paolo BREBER

Nelle Alpi, come altrove, le sorti del cane per la protezione delle pecore sono legate a quelle della pastorizia e del lupo. Se c’è il lupo la pastorizia non può fare a meno del mastino, ma se il predatore scompare anche il cane pastorale scompare. Le testimonianze che seguono sono dell’800, periodo in cui il lupo stava per estinguersi nella zona alpina con la conseguenza che anche il cane in questione si era molto ridotto.

Nel trattato “Governo delle pecore spagnole ed italiane” di Vincenzo Dandolo, pubblicato nel 1804, troviamo la migliore dimostrazione.

Il Dandolo (Venezia 12.X.1755 – Varese 12.XII.1819) fu un tipico intellettuale del ‘700, tutto preso dal progresso e dalla scienza. Quando la sua Venezia passò agli Asburgo esulò a Milano con la Repubblica Cisalpina e divenne deputato. A Varese acquistò una vasta tenuta dove volle cimentarsi con l’allevamento delle pecore da lana e fu da questa esperienza che nacque il suo trattato; morì a Varese il 12 dicembre 1819.

Il suo scritto assume lo stile di una cronaca. Gli avevano detto che sui pascoli montani sopra Varese non c’erano più lupi ma dopo una ventina di giorni che vi aveva condotto il suo gregge si accorse che mancavano alcuni capi. Subito fece scendere le pecore al riparo di Santa Maria del Monte e inviò il suo pastore a reperire dei cani da lupo (v. Figura). Quando le pecore furono ricondotte in montagna scortate dai cani questi non tardarono a snidare e a scacciare i lupi in agguato nei dintorni. Il Dandolo consiglia di prendere cani già del tutto formati; racconta che un cucciolo che aveva comperato quasi contemporaneamente agli altri cominciò un giorno a giuocare con un agnello, e lo morsicò così forte da farlo morire. Questi inconvenienti, ammonisce il Dandolo, non accadono mai con cani adulti. “È grandissimo l’attaccamento che il cane ha per le pecore”, egli continua. “Né il bisogno più pressante, né il disagio maggiore possono determinarlo ad abbandonarle. E anche osservabile la previdenza di questi cani. Appena hanno messo il lupo in fuga non pensano d’inseguirlo ma ritornano affannati alla greggia, temendo di essere sorpresi alle spalle. L’inquietezza che mostrano denota quanto un tal timore li agiti.

Il collo del cane dev’essere guarnito di un collare di pelle, foderato di grossa tela, e munito di punte di ferro.

Fra tutti i cani conosciuti, non ne esistono altri che abbiano occhi di fuoco come questi. La loro complessione è robustissima; la loro forza è grandissima; e la natura li ha provveduti di molto pelo affinché possano sopportare il freddo. Tali cani sono lunghi once 17, alti once 15 e mezzo, e grossi once 18 e mezzo. Ve ne sono di razza più grande, ma non di razza migliore. Giova ricordare che questi cani, quando sono al monte, debbono avere per la notte una capannuccia. In un mese consumano essi in pane, farina di miglio colla crusca libbre 48 grosse; farina di segale o di frumentone libbre 16.  Appartengono ai cani tutte le croste che restano giornalmente attaccate alla caldaia della polenta dei pastori. Quando questa è votata, vi si pone entro dell’acqua, la quale riscaldandosi distacca e ammolla le dette croste. Si versa il tutto in una scodella di legno: volendo, vi si rompe dentro anche del pane, ed i cani mangiano ogni cosa. Il mantenimento di due cani costa 132 Lire/anno.”

Il periodo napoleonico in cui visse il Dandolo aveva portato dei profondi cambiamenti nell’assetto ecologico dell’Europa. Il regime feudale era stato abolito, i diritti signorili sulla caccia eliminati e la grande fauna sterminata; molti antichi boschi una volta vincolati furono abbattuti. Per quanto riguardo il lupo sulle Alpi le notizie del tempo lo danno ormai allo sbando, colpito radicalmente da tutti questi cambiamenti. Le varie segnalazioni danno l’impressione di trattarsi di individui erratici costretti a predare gli armenti.

 

È ciò che appare evidente da una relazione prefettizia del 10 ottobre 1807 (Archivio di Stato di Novara, P.D.A., cart. 1889). “il viceprefetto del distretto di Vigevano segnala alla Commissione di Sanità di Novara la presenza di lupi nell’alta costa e valle del Ticino, discendendo fin dove giungono i boschi nelle adiacenze delle località Occhio, Marzo e Parassacco. Essi però non sono in gran numero ma in proporzione alla neve caduta sulle montagne, da cui sembrano partire per venire in queste campagne, attirati dall’avidità di divorare le pecore che pure vengono qui al pascolo in alcune stagioni dell’anno. È probabile che essi siano guidati dall’olfatto e in tal modo giungono a giusta meta, così che poi riesce loro di divorare qualche pecora. È quanto accadde nei giorni precedenti nella vicina valle di S. Giovanni, ove il lupo, avendo sorpreso il gregge, trasse nel bosco una pecora per divorarla e la stava uccidendo quando i cani gliela fecero lasciare. Qualche volta i lupi salgono la valle e scorrono la campagna aperta, avidi di far preda, non rinvenendola più sui pascoli; ma ciò non succede che nel pieno inverno. Alcuni di essi rimangono poi in queste parti e vi generano, ma non si propagano, venendo tosto uccisi dai cacciatori e dai paesani, che in gran numero sanno ben adoperare il fucile. In genere si può dire che vi sia qualche lupo ogni quattro o cinque miglia di bosco e che essi non vi ritrovano un clima molto adatto o sufficienti pascoli o tolleranza, per cui non vi possono allignare.“

 

 

Un altro ricordo della presenza del cane mastino abruzzese sulle Alpi ci giunge mediato. Sui ghiacciai dell’Ortles-Cevedale e Adamello, durante la guerra del 1915-18, l’esercito ebbe l’idea di trasportare feriti e rifornimenti su slitte trainate da cani. Qualunque cane di grande taglia poteva servire ma in pratica le foto dell’epoca mostrano soggetti tutti del tipo “abruzzese” (vedi foto). Non si può escludere che questi cani provenissero dal lontano Appennino ma è più probabile che furono presi dai più vicini pastori alpini. D’altronde costoro li cedettero facilmente in quanto la pastorizia nelle Alpi orientali era ormai impossibile a causa delle devastazioni belliche.

Sulle Alpi occidentali non colpite dal trauma bellico il quadro pecora/lupo/mastino ebbe un decorso terminale più graduale. Molto interessante è ciò che ha da dire in merito lo scrittore francese di cose canine Paul Mégnin sull’evoluzione del cane nella pastorizia in Francia durante il decorso dell’800. Fino alla Rivoluzione Francese (1789-99), egli dice, il cane del pastore rimase esclusivamente il protettore del gregge contro il lupo, ed è solamente dopo l’estremo frazionamento fondiario che apparve la figura del conduttore, e ciò solamente nei paesi dove il lupo fu eliminato; da tutte le altre parti rimase ancora esclusivamente il difensore. Lo stesso autore poi aggiunge: «Noi in Francia abbiamo realmente una sola varietà di cane di montagna ed è il Cane dei Pirenei; il cane delle Alpi che gli rassomiglia molto, appartiene all’Italia, …”.

L’ultimo accenno all’uso del mastino da pecora sulle Alpi si ha nei ricordi di pastori francesi degli anni 1950 (Moyal, 1956). Raccontano che fino agli anni 1920 i lupi erano ancora una minaccia nelle Alpes Maritimes e i cani da guardia dovevano essere protetti con collari guarniti di punte di ferro.

 

Paolo BREBER