IL SEGRETO DEL TRATTURO che appare e scompare – Gianluca DIAMANTI

Non si passa, neanche a piedi, ci vorrebbe la roncola. Colpi di roncola e di memoria. Perché sì, del tratturo Celano-Foggia, in Molise c’è certamente ancora la memoria. Ed è una memoria forte, di quelle che quando le racconti ti si accendono gli occhi. Di quelle memorie che smuovono l’immaginazione, che ti parlano di un altro mondo, di un altro Appennino, l’Appennino dell’allevamento e della pastorizia, rimasto uguale per millenni fino a…

“Fino agli anni Settanta del secolo scorso passavano ancora, proprio qui sopra, sul tratturo per Foggia e poi anche dal tratturello che viene su da Carovilli e arriva alla nostra masseria”, dice Enzo che la transumanza l’ha vista davvero e dal vivo, quando era bambino, dalla finestra della sua casa, a mille metri d’altezza, sotto le scenografiche orografie di Monte Pizzi.
Da lì, in effetti, di cose ne vedi tante e riesci a sentire che il Molise c’è, la sua presenza è forte ed è roba accompagnata da sensazioni che durano da migliaia di anni. Come la transumanza.

“Per i tratturi passavano centinaia di migliaia di capi, pecore e vacche, greggi e mandrie”, dice Nicola Mastronardi, giornalista e scrittore. “Con loro c’erano i pastori, almeno uno ogni trecento pecore, le masserizie trasportate sui muli, gli ombrelli che servivano anche da riparo per la notte e grandi caldaie di rame per fare il formaggio, perché la produzione non si fermava neanche durante la transumanza, come si racconta ancora al Museo del Rame di Agnone.

Era un popolo in movimento quello che seguiva gli animali, pecore, vacche, cani e pastori, ma niente donne che restavano a casa, come le mogli dei marinai. E in tutti i paesi c’era chi aspettava la transumanza per comprare il formaggio, per vendere qualcosa, come al passaggio di un esercito pacifico

La grande transumanza dall’Abruzzo al Tavoliere delle Puglie, più di duecento chilometri: andata nei mesi più freddi e ritorno in quelli più caldi. Greggi, mandrie, cani e uomini camminavano dai tempi dei Sanniti, che qui in Molise avevano il loro santuario nazionale, da quando l’Appennino era italico, da quando l’Italia nasceva, da quando in Appennino gli animali a quattro zampe vivevano con quelli a due zampe in una lunga e proficua alleanza.

L’allevamento era una grande economia celebrata con il rito della transumanza che forse ricordava geneticamente ai pastori le grandi migrazioni dei popoli italici, dei loro avi, la loro stessa voglia di libertà e di spazi aperti.
I tratturi erano enormi autostrade, senza auto e senza asfalto, che ci sono invece in quelle di oggi, dove ora gli animali, le pecore e le vacche, quelle che restano, sono imbarcate sui camion e sugli autotreni per essere portate in Puglia, senza camminare. E, probabilmente, si annoiano pure loro, come gli autisti.

Dalla cima della monumentale scalinata che sale al grande tempio del santuario sannita di Pietrabbondante, Nicola indica l’orizzonte. Come Papio Mutilo, il protagonista del suo romanzo storico sui Sanniti, che presto avrà un seguito.
C’è il Sannio lì davanti, un Sannio sterminato, di una bellezza sfacciata e selvatica. Se si accendeva un fuoco qua sopra, ardevano i cuori di tutti, sulle cime e nelle valli: poteva significare una chiamata alle armi, contro Roma, per difendere la libertà, la fierezza e la bellezza di questa terra.

Nicola indica un punto poco sotto l’orizzonte, verso Campobasso.
Ecco lassù, lo vedi il tratturo?
Sì, si vede a chilometri di distanza. C’è un’ampia fascia erbosa in mezzo agli alberi.

È il segno lasciato sul territorio. Un segno che da qualche parte non se ne vuole andare, come a Pescolanciano, o come nella memoria di Enzo e di tanti che sono più anziani si lui.

Ma altrove il tratturo si ritrova a stento, si perde: San Pietro Avellana, Vastogirardi, Carovilli, Pescolanciano, Agnone (la bellissima Agnone!), Pietrabbondante. Qualche segnale qua e là e niente più pecore. Come si fa a percorrerlo?

E pensare che ci sono state le leggi regionali a tutela del tratturo. La Legge regionale del Molise n.9  del 1997 che ad esempio recita:

«I tratturi, in quanto beni di notevole interesse storico, archeologico, naturalistico e paesaggistico, nonché utili all’esercizio dell’attività armentizia, vengono conservati al demanio regionale e costituiscono un sistema organico della rete tratturale denominato Parco dei tratturi del Molise.»

E poi ne affida la gestione alla Regione stessa.

In seguito c’è stata la candidatura della transumanza e dei Regi Tratturi a patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, ripetuta pure nel marzo del 2018 a Parigi dal Governo italiano.

Oggi il tratturo non serve e non servirà più per le transumanze di pecore e vacche, se non per le rievocazioni e per qualche allevatore nostalgico, resistente, meritevole. Eppure il tratturo resta un percorso della memoria e un percorso reale, segnato e segnante.

A percorrerlo di nuovo potrebbero esserci le e-bike, le bici elettriche a pedalata assistita, dice Nadia che gestisce la masseria di Monte Pizzi; ci sono i cavalli, dice Nicola; ci sono gli escursionisti, diciamo noi.

Quello del tratturo molisano è un itinerario che non ha uguali per fascino e bellezza. Basta riscaldare la memoria, liberare l’immaginazione, guardare le tracce con gli occhi del futuro e ascoltare l’Appennino. E chiedere con forza allo Stato, alla Regione, agli enti locali, agli operatori della ricettività di crederci.

Perché il segreto del tratturo che c’è e non c’è – come il Molise – è proprio nella sua memoria lunga, nella sua capacità di tramandarla in modi differenti, dai Sanniti ai pastori del Regno di Napoli, fino agli escursionisti. Nella sua capacità di narrare un cammino di libertà, che non si può interrompere, anche nella modernità, specialmente in questa modernità.
Un cammino che può portare ancora tanta gente in Molise e in Appennino ad imparare camminando sensazioni antiche, con animo nuovo.

Gianluca DIAMANTI

dal blog www.appenniniweb.it