IL PASTORE DELL’APPENNINO – Paolo BREBER

Vallo di Nera (PG)-Chiesa di S. Maria-affresco sec XV

Questa volta parliamo del pastore dell’Appennino.

Ho sempre parlato del cane da pecora abruzzese ma arriva il momento in cui bisogna parlare anche del pastore che ne è il depositario e tutore.

Da un po’ di tempo assistiamo a un grande interesse per la gastronomia tipica. Basta aprire la televisione su qualunque canale ed è un tutto di pietanze, specialità, ricette della nonna e così via. Nelle grandi città incontriamo pizzicagnoli di lusso con prodotti nostrani di ogni tipo. Ma anche nei piccoli sperduti paesi dell’interno dove pochi decenni fa c’era una sola bottega che vendeva pane, pasta e pomodori pelati ora troviamo un vezzoso caseificio che propone specialità del posto. Tutto ciò è ottimo. Però in tutta questa filiera, dalla materia prima fino alla pietanza del buongustaio, c’è un anello molto debole quanto fondamentale che è anche il primo dal quale tutto il resto dipende: la figura del pastore. Qui intendo il pastore che personalmente porta il bestiame sui pascoli di montagna.

Gli ultimi pastori nostrani dell’Appennino sono scomparsi negli anni 1970. Io ho fatto in tempo negli anni 1960 ad apprezzare l’alto livello professionale di queste figure. Vicino dove abitavo io, nella campagna tra le vie Trionfale e la Cassia, a ridosso di Monte Mario, aveva preso in affitto il pascolo un piccolo proprietario di gregge di Cerqueto (Teramo) di nome Francesco Paolo. Il luogo era buono ma per il pastore non c’era abitazione. Senza scomporsi si costruì in quattro e quattr’otto una casa per se e famiglia con canne, pali, e filo di ferro cotto. Un attento esame della costruzione rivelava una consumata finezza tecnica, l’espressione di un mestiere altamente evoluto. Un giorno andai da lui a comprare un abbacchio e potei assistere alla destrezza con la quale me lo preparò. Con un movimento continuo prese l’agnello, lo appese a testa in giù e con il suo piccolo coltello gli bucò la giugulare. Non un sussulto né un verso dell’agnello che sembrava passasse dalla vita alla morte senza accorgersene. Francesco Paolo era fiero di fare il pastore e si vantava di sua moglie perché “gemellara”. Ho conosciuto altre simili figure come Patrizio di Pescasseroli e Liuzzo di Barrea, veri massari di pecore. Questi personaggi con il loro patrimonio

Scanno (AQ)-foto di Henry Bresson 1951

culturale non esistono più. Finita questa generazione nessun giovane si è sognato di prenderne il posto. Il lavoro del pastore in montagna richiama emarginazione, disagio, isolamento e niente donne. I ragazzotti di paese seduti al bar in piazza ora sognano di aprire una pizzeria a Berlino o gestire un pub a Londra, ma nulla al mondo gli farebbe fare il mestiere dei padri e dei nonni. Appena in tempo sono arrivati i pastori dei Balcani reduci dallo sfaldamento del sistema cooperativistico degli scomparsi regimi comunisti e ora pronti ad accettare da salariati qualunque condizione che permettesse loro di campare.

Ci si chiede se la pastorizia appenninica è condannata ad estinguersi per leggi economiche oggettive oppure la decadenza è dovuta ad una soggettiva incapacità a riorganizzare il settore. Consideriamo i vari aspetti della questione. Anzitutto la pecora produce beni di prima necessità quali formaggio, carne e lana di cui ci sarà sempre bisogno. Personalmente, come consumatore, mi aspetto di trovare sempre sulla mia mensa il pecorino, il cacio, la ricotta, la giuncata, il canestrato, l’abbacchio, la pecora alla cottura, l’arrosticino, il torcinello, ecc. ecc. La cosa più squisita per me resta la ricotta ancora tiepida fatta con il latte degli alti pascoli. La domanda di questi beni alimentari di alta qualità non potrà mai venir meno per cui l’offerta di prodotti ovini e caprini troverà sempre un mercato accogliente, ricchi o poveri che siamo.

Tutti quegli aspetti negativi correlati al lavoro del pastore in montagna si possono facilmente eliminare con un po’ di fantasia. Anzitutto ci vogliono stazzi dotati di tutti i comfort dove il pastore può portare la famiglia. Dato che il lavoro di accompagnare il gregge durante il giorno in montagna non richiede particolari qualifiche e che il pastore di mestiere trova noioso, potrebbe essere affidato a studenti/tesse, specialmente stranieri, per i quali fare una stagione a duemila metri di quota rappresenterebbe un’esperienza meravigliosa, una avventura stile Abruzzenräuber. Se poi l’armentario non si fida troppo può seguire da casa i movimenti dei suoi animali al pascolo mediante un GPS tracker al collo del manziero.

La classe politica abruzzese da l’impressione di ignorare che la pastorizia è stata per secoli (millenni!) non solo la principale industria della regione ma di tutto il Regno di Napoli. A metà ‘800 il settore dava da campare a circa 50.000 persone, e 93 comuni della provincia dell’Aquila basavano il loro bilancio sulla fittanza dei pascoli estivi. Malgrado il ripudio a livello politico di questa tradizione pastorale, è destino inevitabile che in Abruzzo alla pastorizia bisognerà tornare: il pascolo, insieme al bosco, è la più importante risorsa naturale rinnovabile della regione. A quale economia altrimenti pensano i nostri politici? Alle solite fabbriche che poi chiudono o traslocano? Al

Visso (MC) – pecore sopravvissane ai primi del ‘900

turismo, attività voluttuaria soggetta ad alti e bassi non dipendenti dalla politica regionale? A parte una fascia costiera di bassa collina piuttosto stretta dove si produce buon vino, e anche olio d’oliva, la stragrande parte del territorio vegetativo d’Abruzzo è costituito da alta collina e montagna. Il governo regionale dovrebbe preoccuparsi dello stato d’abbandono di questo territorio e mantenerlo produttivo. Le foreste vanno sfruttate altrimenti c’è accumulo di biomassa legnosa secca che prima o poi alimenta gigantesche conflagrazioni incontrollabili. Al di sopra delle foreste si stendono i vasti pascoli d’altitudine creati in epoche passate disboscando a forza di braccia. Questi prati asciutti sopra i 1700 m. sono quelli scomodi dove i pochi pastori rimasti non vogliono andare, ma sono anche quelli che offrono il miglior pascolo in assoluto. Il guaio è che se non vengono pascolati la vegetazione cambia e perde di qualità. Le basse essenze così appetite agli ovini, e che lo stesso pascolamento serve a mantenere, vengono sostituite da erba alta fibrosa, detta dai pastori “falasco”, che la pecora non bruca. Cosa fa in tutto ciò la Regione Abruzzo? Dai giornali apprendo che non riesce nemmeno a fare avere in tempo ai pastori le sovvenzioni dell’Unione Europea.

Paolo BREBER