IL NOME: IL PARERE DI UN SEMPLICE APPASSIONATO (ABRUZZESE)- Giampiero TARTAGLIA

 La lettura degli interventi del Dott. Valente, del Dott. Breber e, soprattutto, del Dott. Allemand e del Dott. Barberini riguardo il nome più corretto da attribuire alla razza, è stata per me estremamente interessante in quanto gli articoli sono ricchi di diverse notizie che francamente non conoscevo.  Un intervento particolarmente approfondito nella disamina delle diverse componenti, quello del Dott. Barberini, il quale, all’inizio della sua dissertazione, si dice in disaccordo rispetto alle conclusioni del Dott. Allemand secondo il quale sarebbe corretto denominare la razza come “Abruzzese” in quanto la sua diffusione ed il suo utilizzo nei secoli sarebbero collocabili <<oltremodo>> in Abruzzo. Gli interessanti ed approfonditi dati che, come già sottolineato all’inizio, il Dott. Barberini presenta, secondo la mia chiave di lettura finiscono però, paradossalmente, per confermare la tesi del Dott. Allemand.

Prima di tutto, mi pare una forzatura voler risalire addirittura alle civiltà della Mezza Luna Fertile per mettere in discussione l’origine di una razza volendo portare il ragionamento alla nascita dell’allevamento ovino e del cane da pastore in genere: nessuna razza, pur solo teoricamente impiegata per la guardia o la conduzione del gregge, potrebbe allora assumere nomi relativi ad altri territori…  Alla fine però si giustifica, in maniera evidentemente contraddittoria, l’utilizzo di un nome tipo “Pastore Appenninico” o “Pecoraio dell’Appennino” sull’esempio dei “del Caucaso” o “dei Tatra” per spiegare che un intero gruppo montuoso può più correttamente esprimere l’areale di diffusione. Esempio secondo il mio modesto punto di vista non calzante in quanto l’estensione di quei monti è estremamente più ampia rispetto a quella appenninica (soprattutto il Caucaso) e tale da interessare addirittura più nazioni ed influenze con etnie che in esse vivono da millenni…  E comunque  (ma potrei sbagliarmi), anche lì mi risulta che vi siano, o vi siano state, delle tipologie differenti di cani nei  diversi stati o territori, con denominazioni probabilmente diverse e magari anche lì con differenze di concentrazione numerica che forse mai nessuno ha esaminato nella loro distribuzione e che andrebbero  analizzate, come nel “nostro” caso, perché la distribuzione in se sull’arco appenninico non dice nulla se non si va a quantificarla e ad analizzarla. Ovvio che per “origine” non ci si debba riferire ai primordi del cane da pastore in genere, ma si debba intendere, in questo come in altri casi, il luogo in cui una razza ha storicamente avuto la massima espressione, il massimo splendore, sviluppo numerico ed utilizzo, il territorio che ne ha richiesto,esaltandole, le caratteristiche precipue e, contemporaneamente, con la selezione operata dall’uomo ha plasmato in parte le peculiarità dell’animale per adattarle alle richieste dell’ambiente. La“nostra” questione è quindi molto più mirata, localizzata, forse inficiata da localismi e campanilismi. Non capisco però dove finiscano  quelli  degli abruzzesi o degli “abruzzesisti” e dove comincino quelli di tutti coloro i quali, a me sembra, facciano di tutto per non darla vinta ai primi,proponendo nomi a mio modesto giudizio incredibili ( addirittura “Pastore Bianco Italiano”proposto dal Dott. Valente ) e analisi storico – culturali di ogni tipo per negare l’evidenza nell’intento che si adotti qualsiasi nome, purchè non l’esclusivo, quanto strameritato “sul campo”“ abruzzese”.  Anche la tempistica è “sospetta”: se ne parla da anni, è vero, ma tutte queste ricerche e questi interventi, saltano fuori ( forse è solo la mia ignoranza in materia ) soltanto dopo l’approvazione della legge regionale che in Abruzzo tutela la razza (pur con altro nome e pur nella limitatezza della legge stessa) ma, soprattutto, dopo l’adozione, da parte del CPMA, di un atto formale per avviare le procedure atte al cambiamento del nome.  Dopo questi eventi e dopo le pubblicazioni del Dott. Allemand vengono fuori studi e teorie per controbattere le tesi che supportano questa scelta. Mi chiedo come mai, ad esempio, negli anni scorsi nessuno abbia invece mai pensato a studi seri che potessero corroborare la discussa scelta del “maremmano” oppure spingere verso l’adozione di un altro (presumibilmente più corretto) nome… Personalmente (ma non essendo nell’ambiente potrebbe essere una mia mancanza) non ho mai visto tanto “interesse” e tanti “studi”, tanti interventi e tanta “passione” finalizzati ad attribuire ( oltretutto dopo decenni…) il giusto nome ad una razza canina… Mah!

 

Passando al merito della questione relativa agli studi sulle transumanze, ad oggi, non ritengo che il problema sia mettere in discussione la diffusione del cane oltre i confini abruzzesi, legata soprattutto alla presenza del fenomeno transumante che, come dimostrato dal Dott. Barberini, era<<significativo>> anche nella zona occidentale dell’Italia centrale (transumanza della Repubblica Senese poi Granducato di Toscana e Stato Pontificio). D’accordo con la ricostruzione e con quanto le fonti storiche ci consegnano, si dovrebbe però parlare del numero di cani presenti nelle diverse regioni, a fronte dei numeri relativi ai capi di bestiame riportati. Queste componenti, infatti, non fanno altro che sancire definitivamente la differenza quantitativa, numerica, che è alla base della conclusione del Dott. Allemand. Si tratta cioè, in ultima analisi, di una questione di numeri.

Prendendo con approssimazione per eccesso, i numeri che il Dott. Barberini presenta, abbiamo rispettivamente 600000 capi da una parte e 1500000 dall’altra: una differenza di 2-3 volte. Tale differenza si acuisce se si considera un fatto, e cioè che, nella “disputationes” sul nome, l’Abruzzo in quanto tale ( regione politicamente ben delineata e fisicamente individuabile – anche se il Dott.Breber propone un’accezione più ampia ed estensiva per l’utilizzo di questo aggettivo quale significato di origine- ) è “da solo” contro almeno altre quattro regioni: Toscana, Lazio, Umbria e Marche ( le quali, a differenza dell’Abruzzo, sono effettivamente interessate dal fenomeno soltanto relativamente a piccole porzioni dal loro territorio ). Tralasciando il fatto che anche il Molise e porzioni dell’attuale Lazio facessero una volta parte della regione Abruzzo (indipendentemente se alcuni di questi territori fossero o meno abruzzesi anche culturalmente), il concetto che voglio porre in evidenza e che, per raggiungere questi numeri, si siano sommate, unificandole, le due transumanze “tirreniche” ponendole “contro” quella abruzzese, “adriatica”, da sola. Come dire:nonostante l’unione, la somma delle “forze”, le due transumanze messe insieme non fanno neanche la metà di quella abruzzese … questo, matematicamente parlando, si desume dal lungo intervento del Dott. Barberini. Non reputo completamente condivisibile poi, l’approccio secondo cui, per la transumanza abruzzese in Puglia, vengano ritenuti “fasulli” numeri oltre 1,5 milioni di capi causa il “giochino” alla Dogana, mentre si assuma il numero di 600000 capi per le due transumanze “maremmane” senza “batter ciglio” circa possibili, quanto probabili (pur per motivi differenti)errori di stima. Andrebbe poi considerato il fatto che dal numero totale di capi relativo alle transumanze maremmane vada decurtato quello (elevato) di vacche, cavalli e maiali, messo in evidenza nell’articolo di Barberini (cit. Barsanti) che dunque contribuisce ulteriormente a sminuire l’entità della presenza di ovini relativa a quel fenomeno. Nella ricostruzione fatta dal Dott.Allemand  ( ritenuta <<sostanzialmente corretta>> dal Dott. Barberini) e riportata nella sua interezza all’interno della sezione “La questione del nome” sul sito del CPMA, si parla della presenza di un numero massimo di capi che sarebbe arrivato intorno ai 4  milioni tra il 1400 e il 1500. Le modalità di “autodichiarazione” alla Dogana fino a che punto hanno influito? Perché si dice che oltre 1,5 milioni di capi il Tavoliere non potesse contenerne? Oppure se ne dovrebbe dedurre che sono numeri errati e quindi la ricostruzione del Dott. Allemand, almeno sotto questo aspetto, non è veritiera? Certamente, delle due l’una…  Ma ritengo che non cambi comunque molto.

Andrebbero tuttavia ricordati i piccoli greggi, credo mai censiti, numericamente però molto elevati, dei non transumanti di cui l’Abruzzo è sempre stato pieno in ogni dove e particolarmente nella Conca del Fucino, nella Valle Peligna e nella Valle Aterno. Si acuisce ulteriormente la differenza, se, come si legge sulla relazione che ha portato all’emanazione della Legge Regionale nel 2016 e su alcuni siti, si considerasse il fenomeno della “Doganella” relativo ai transumanti “intra abruzzesi” e alla transumanza dei Piceni teramani che raggiungevano l’Adriatico ma verso nord. Da quel che ho letto, almeno un altro milione di ovini…Ma comunque, quand’anche questi fenomeni non fossero stati numericamente così tanto significativi, dovremmo sempre parlare di un ulteriore “piccolo particolare” (!), come già accennato, e cioè del fatto che non vi sia stata alcuna “conversione”, relazione, di questi numeri di capi nel corrispondente, ( pur teorico ) numero di cani… Sarebbe dovuto essere questo il vero e specifico elemento, ancor più che il numero di capi di bestiame, sulla base del  quale far convergere lo studio e sul quale  verificare la “significatività”, il valore e l’entità di quel fenomeno al fine di operare  un vero confronto con l’Abruzzo. Stimando un numero di cani in circa 7-8 esemplari per 1000 pecore ( ed è una stima al ribasso, questo lo posso dire benissimo in quanto ho spesso osservato pastori nei dintorni della mia città – L’Aquila- dove ne conosco personalmente un paio e sulle montagne limitrofe, e posso dire che in greggi tra le 500 e le 700 pecore avevano almeno 15-20 cani…) abbiamo un numero di “guardiani”, relativamente a 1,5 milioni di ovini, compreso tra 10.500 e 12.000, considerando anche gli stanziali, non è difficile pensare a circa15.000 cani ( stima per difetto…). Si dovrebbe inoltre tener conto che, diversamente dalle zone collinari, il numero di cani in montagna doveva per forza essere maggiore in quanto la natura ostile del territorio e dell’ambiente, favoriva nei movimenti certamente più i predatori che l’uomo e gli armenti. Capiamo tutti benissimo cosa potessero significare quindi quei milioni di capi: un corrispondente patrimonio di cani immane, un patrimonio di varietà genetica incredibile che, proprio in base alle sue enormi dimensioni, ha consentito nei tempi di maggiore decadenza della pastorizia, di arginare il fenomeno della perdita quantitativa e qualitativa dei “nostri pastori”, riuscendo a farci arrivare un comunque consistente numero di esemplari.

A ciò si aggiungano anche alcune altre considerazioni dal mio punto di vista degne di nota.

Anzitutto nella disputa sul nome, anche dal punto di vista linguistico e geografico, stride l’accostamento tra una zona di una regione (maremma) ed una regione vera e propria. O si scelgono tutte “zone” o tutte regioni. Pur volendo intendere la parola Maremma nella sua accezione più ampia ed estensiva rimangono due fatti:

1)  Qualunque “Maremma” sarebbe comunque il luogo di “svernamento” e, per la legge delle transumanze verticali che lo stesso Dott. Barberini ricorda all’inizio del suo intervento, non sarebbe il luogo di provenienza, pertanto di appartenenza di uomini e bestie. Non sarebbe dunque “degna” di attribuire il nome a chicchessia.

2)  Qualunque “Maremma” sarebbe solo una zona, una parte di una regione. Solo l’Abruzzo,come detto prima, “figura” come regione nella sua interezza, è l’unica regione che come tale ne rivendica il nome. Questo accade per un semplice motivo: l’Abruzzo è – se ne dispiaceranno in molti – la regione più montuosa dell’Appennino, la più “appenninica”, ed anche una delle più montuose d’Italia con il 65,1% di territorio montuoso che la colloca al terzo posto soltanto dopo Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta. Rammento che la Toscana è al 25% circa, l’Umbria al 29, le Marche al 31 ed il Lazio al 26%. Molto meno della metà…

 

E come si legge nell’articolo del Dott. Breber, <<la pastorizia come economia, società e cultura appartiene alla montagna>>. Quindi, come si vede, in maniera indiscutibilmente prevalente (“oltremodo”) all’Abruzzo. Questi fattori fisici/orografici determinano maggior numero di  vette sopra i 2000m ( dei circa 315 “2000” censiti sull’intero Appennino, dalla Liguria all’Etna, circa 245 sono in Abruzzo…) maggior estensione di pascoli d’alta quota, presenza maggiormente diffusa di condizioni climatiche ( basse temperature, possibilità di nevicate anche fuori stagione, venti gelidi e fortissimi, cammini non solo lunghi ma con elevati dislivelli altimetrici, rarefazione dell’aria) ed ambientali ( presenza di predatori ) specificamente appenniniche ed ampiamente diffuse nella regione. Quando negli anni ’70 del ‘900 il lupo pur definito “appenninico”, era quasi ormai estinto, credo che proprio  l’Appennino abruzzese fosse quello maggiormente popolato. Ma se anche non dovesse essere così, certamente non erano Toscana, Umbria e Marche le regioni interessate. Tutte condizioni, quelle appena ricordate, che “giustificano” maggiormente la presenza di un cane che, date le sue caratteristiche, se non può definirsi un cane “da” montagna, è certamente un cane “di” montagna.  Ne sia soltanto esempio il suo “abbondante sottopelo”, particolarmente raccomandato dallo standard e che non avrebbe senso in un clima tipicamente mediterraneo come quello che prevale, sempre ad eccezione di piccole superfici di territorio, nelle altre regioni.

Questo per dire che, pur nella sua abbondante diffusione, le montagne “vere” in Appennino sono prevalentemente in Abruzzo, che nelle altre regioni, l’Appennino occupa una porzione di territorio minoritaria rispetto all’intera estensione regionale. Che la zona appenninica sia quella d’elezione per la razza, è la conclusione cui anche il Dottor Barberini giunge ma che deve servire anzitutto ad eliminare una volta per tutte, anche come “proposta limite” (l’ultima proposta <<in via del tutto subordinata>> di “abruzzese – maremmano”) il falso storico del termine “maremmano” o “delle maremme” e, in secondo luogo, a comprendere che, anche l’aggettivo “appenninico” come visto, significa “oltremodo” …abruzzese! Tra le regioni interessate, l’Abruzzo fa, ancora una volta,  “la parte del leone” in quanto, oltre ad aver avuto un maggiore numero di capi e maggiori estensioni di pascolo nella “sua transumanza” (300000 ettari contro 110000– sempre dai dati del Dott. Barberini – ed anche qui “si vince” circa 3-1!) è, in ordine: l’unica regione coinvolta interamente come tale nel “ragionamento”, l’unica a vedere, sul proprio territorio, il maggior numero di gruppi montuosi (appenninici), l’unica ad avere avuto storicamente il maggior numero di capi, e, di conseguenza, di cani . Le caratteristiche del Gran Sasso, che un mio vecchio atlante geografico De Agostini non stenta a definire “un angolo di Dolomiti nascosto nell’Italia peninsulare”, l’immensa mole della Maiella che da sola tocca ben tre province, i selvaggi Sirente e Velino ( solo queste rappresentano le tre catene montuose più elevate dell’intero Appennino), i Monti del Parco Nazionale con zone interdette date le loro rarità e i loro delicati endemismi  (  che hanno determinato l’istituzione del secondo parco nazionale italiano dopo quello del Gran Paradiso … anche qui, numeri e livelli imparagonabili con le montagne, pur meravigliose, del resto dell’Appennino ) i Monti della Marsica, Laga, Monti Gemelli, Morrone e numerose altre vette che superano i 2000m con alcune di esse che, come si sa, vedono le loro propaggini arrivare quasi al mare, rendono questa regione, a differenza di tutte le altre, storicamente interessata dal fenomeno della pastorizia ( anche non transumante ) in maniera diffusa, capillare ed omogenea su tutto il suo territorio, con conseguenze sull’identità delle persone ( abruzzesi ) i quali, oltre a tutti i loro difetti, proprio per questi  peculiari aspetti hanno sviluppato un particolare senso di appartenenza  e sentono come proprio questo cane. I dati e i “rapporti di forza” mi pare coincidano abbastanza: le differenze nei numeri e nelle proporzioni si mantengono grossomodo inalterate tanto nell’estensione dei pascoli, quanto nel numero dei capi così come nella percentuale di territorio montuoso. E ciò mi pare evidente e più che sufficiente per accettare ed affermare che la zona d’elezione, si diceva sopra, sia stata quella appenninica, ma appenninica abruzzese.  Pertanto è la via più “comoda” per gli “altri” quella di ragionare su base ampia e diffusamente ( genericamente…) “appenninica”, poiché se lo si facesse su base “regionale” non ci sarebbe partita. Ma si rivela comunque un vano tentativo,  perché come è chiaro, è la montagna (si, L’Appennino!) che ha fatto la differenza, la concentrazione numerica in Abruzzo era nettamente più alta perché di montagna (di Appennino) nel solo Abruzzo ce n’è più che in tutte le altre regioni insieme e, quindi, c’erano molte più pecore, molti più predatori, …molti più cani! Il fenomeno (con le sue specificità) che in altre regioni era confinato a parti di esse, in Abruzzo era pressoché ubiquitario. Questo è il concetto. Ed inoltre con numeri che “distaccano” ampiamente gli altri. Ma, come detto, sono le conclusioni cui anche il Dott. Allemand giunge.

A ciò si aggiunga un altro fatto tutt’altro che econdario e che, già prima, ho toccato: la presenza del lupo. Soprattutto nella seconda metà del ‘900, proprio l’Abruzzo (ma guarda che coincidenza!) è stata probabilmente la principale regione a registrare la presenza del predatore ma, in particolare, con il Parco Nazionale, a mantenere nuclei dai quali si è potuta avviare l’inarrestabile ripresa. E’ da qui che prese il via nel lontano 1970/71 l’Operazione San Francesco, qui, che nel ’73 vi fù la creazione del Centro Visite dedicato esplicitamente al lupo appenninico con adiacente area faunistica. Qui in Abruzzo, non altrove. Si può addirittura affermare, dunque, che l’Abruzzo sia stato attore protagonista nell’aver contemporaneamente contribuito alla salvaguardia del cane e del lupo!

Anche questo ha consentito che il nostro cane potesse mantenere l’istinto e le sue particolarità funzionali come cane da guardiania che altrimenti sarebbero andate perse. Il rapporto cane –lupo, centrale per una razza come questa, si è potuto mantenere e, di fatto, si è mantenuto, molto più che in altri luoghi, in Abruzzo e “grazie” all’Abruzzo. Insieme al lupo da “queste parti” è presente l’orso. Anche la presenza contemporanea di questi due grossi predatori è un’altra caratteristica non riscontrabile altrove.

Si tratta pertanto, analizzando attentamente questi aspetti unici, di “quantificare” la differenza, la prevalenza, dare un valor numerico, quantitativo, ma anche una valenza qualitativa a quell’ <<oltremodo>>.

Tornando poi a parlare del numero di cani per regione o “territorio” si farebbe, come già detto prima, maggiore chiarezza. L’esplicitazione di questo dato renderebbe chiaro il concetto. Già i dati degli anni ’70 in cui il Circolo eseguì un censimento, anni di massima decadenza per la pastorizia abruzzese (e che quindi significano probabilmente una diminuzione percentualmente più accentuata in quei territori che in altri) ci riportano 1044 cani nel solo Abruzzo a fronte dei 2886 totali. Il dott. Valente nella sua disamina sminuisce questo dato definendolo insufficiente a determinare una prevalenza netta: vorrei far notare, ancora una volta, che il dato numerico va contestualizzato. Anzitutto poiché, dal punto di vista delle proporzioni, è un 36% detenuto da una regione sola a fronte di ben 10 “pretendenti” ( proporzioni che in una Società per Azioni farebbero nettamente prevalere il socio che le detenesse ) poi andrebbe detto che la regione “seconda classificata” aveva circa la metà dei cani, e, terzo, che il decremento e la crisi della pastorizia, come già specificato, senza dubbio in Abruzzo avevano determinato percentuali di abbandono assai più significative. Il resto della popolazione canina era distribuito in diverse altre regioni, alcune delle quali, come la Toscana (ma non solo) che con numeri irrilevanti si “spartivano le briciole”. Poi, anche qui, è “facile” mettere in evidenza questo dato perchè è l’unico o quasi che abbiamo. Si mette in evidenza il dato storicamente peggiore ignorando il fatto che, come già detto sopra, in altri periodi storici numeri e proporzioni erano ben diversi…

Per questo non avrebbe senso ed anzi, sarebbe secondo me ingiusta la denominazione di “appenninico”: “distribuirebbe la torta” in maniera uguale quando si sa benissimo, invece, che in alcune regioni vi erano 30, 40 o 50 cani…e solo per questo coinvolgiamo l’intero Appennino? Come si può ignorare che in molte regioni ve ne fossero qualche decina, in altre diverse centinaia, forse un migliaio, e in una sola almeno 10000? (!).

Non so dire se corrispondano a verità, ma se così dovesse essere, andrebbero poi riportati i dati del censimento ministeriale del 1972 che ci consegna un numero di cani pari a 4637 solo in Abruzzo. Per capire i già citati “rapporti di forza” (sulla base dei quali sarebbe giusto basare il ragionamento se sia o meno corretto chiamarlo abruzzese) dallo stesso censimento risultarono 26 cani in Toscana…Andrebbero poi citati alcuni altri fatti: l’atteggiamento che l’Enci ha mantenuto, negli anni, verso il CPMA, ed alcuni dei suoi rappresentanti, con commissariamenti, espulsioni, ostracismo… Se quel che ho letto (e che nessuno o quasi riporta mai nei suoi interventi…) fosse solo in parte vero, sarebbe una grave mancanza, da parte di chi oggi si occupa dell’argomento, omettere di analizzare le motivazioni in base alle quali l’Enci si rese, per decenni, autore di atteggiamenti assolutamente antidemocratici e autoritari nei confronti di esponenti (quasi sempre abruzzesi) del CPMA. A chi poi sostiene che non sia corretto denominarlo “abruzzese” desidererei inoltre ricordare che invece è proprio così che si chiamava, poiché, storicamente (cronologicamente) è il Circolo del Pastore Abruzzese il primo a nascere ufficialmente. Pur se di poco, il “maremmano” è comunque successivo, ed il “maremmano – abruzzese” l’ultima, penosa tappa. Storicamente, si ripristinerebbe sostanzialmente quel che era, così come era nato, evidentemente per i motivi fin qui esposti.

Come spesso dico, il fatto che gli abruzzesi abbiano una mentalità chiusa ed una scarsa capacità di valorizzare il proprio patrimonio, non autorizza comunque nessuno ad appropriarsene.

Anche con il nome di “Pecoraio dell’Appennino” o “Pastore dell’Appennino”, si giungerebbe, quindi, ad un nuovo, svilente compromesso al ribasso che, ancora una volta, finirebbe per relegare l’Abruzzo in secondo piano ( quando invece è sempre stato al primo! – e in questo caso senza nemmeno citarlo!) ignorando che, di fatto, la storia ci consegna l’Abruzzo come la (decisamente ) più appenninica delle regioni ( o delle zone ) sul cui territorio la “vita appenninica” si è espressa  sulla maggiore superficie territoriale ed al massimo delle sue caratteristiche e con esse si è conservata, pur con minimi storici nei decenni “bui” in cui il boom economico e i “tempi moderni” la cancellavano o quasi altrove. Nell’animo delle genti d’Abruzzo, vi è un forte fattore identitario che accomuna le persone alle loro montagne. Cani, pecore e lupi, hanno infatti concorso a creare quella civiltà pastorale e di montagna che ancora oggi, con i suoi pregi e con i suoi difetti, connota gli abruzzesi. Una sorta di poetica fusione tra magici elementi che in questo angolo della penisola ha plasmato un cane che per fierezza, generosità, attaccamento ai luoghi d’origine nonché testardaggine e ritrosia verso alcune forme di collaborazione e di socialità, è pressoché identico alle persone che vi abitano! Non ritengo che tali dinamiche, onestamente, si siano verificate nello stesso modo e con la medesima intensità altrove. E’ un sentire che viene da dentro e che, come tale, porta ad essere testardamente ostinati, a volte a torto. Ma non credo che questa sia una di quelle volte.

Immaginando di fare un giochino di fantasia, se per mezzo di una bacchetta magica avessimo fatto sparire l’Abruzzo dal nostro territorio nazionale, cosa sarebbe pervenuto oggi, a noi, di questo cane? Credo che tutti possano onestamente affermare che se non ci fosse stato l’Abruzzo,a mantenere, pur con minimi storici in determinati periodi, le condizioni di cui sopra, questa razza, se non del tutto scomparsa, sarebbe stata fortemente limitata e, con molta probabilità, sarebbe oggi irrimediabilmente compromessa.

 

Giampiero TARTAGLIA

 

 

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