IL LUPARO, una figura della nostra tradizione appenninica – Graziano BARBERINI

Fino a diversi decenni or sono una singolare figura si aggirava nelle selve d’Appennino.

Astuto, coraggioso, deciso, conosceva ogni anfratto ed ogni forra del “suo” territorio: era il luparo, il mitico “cacciatore di lupi” della nostra tradizione appenninica, presente in tutto le zone a vocazione pastorale o montuose del paese ,a partire dalla Romagna.

E jnfatti il Libro dei Saldi della Podesteria di Sestino,località oggi in provincia di Arezzo ma geograficamente appartenente al Montefeltro, annovera tra le figure “stipendiate” nell’anno 1713 proprio quella del “Lupaio”, citando un tal  Francesco di Battista Balchesini,” patentato di Lupaio”. Ma già in una epigrafe funeraria dell’età di Traiano rinvenuta in Puglia , nei pressi di Bitonto , viene citato un “luparius” Faustus, segno evidente che fin dall’ epoca imperiale era ben delineata la figura del luparo, successivamente regolamentata dal periodo carolingio in poi.

Stefano di Stefano, nella sua ben nota Ragion Pastorale del 1731, ci ricorda che gli “antichi Re di Napoli, per salvare le loro razze da’ lupi, a proprie spese destinavano i cacciatori nelle parti di Puglia, che lupari si chiamavano” e sottolinea una pratica rimasta in uso fino ai primi del ‘900: “in alcuni luoghi le comunità, per mantenere le pecore immuni dalla rapacità dei lupi, sogliono costituir salarj e premi a’ cacciatori, che vanno in traccia per ammazzarli”.

LUPARI IN ROMAGNA -1937 in ” Il Lupo-Parco Nazionale Foreste Casentinesi”

Ma qual’era la tecnica di caccia? Premesso che i mesi migliori erano ritenuti febbraio e marzo , nella stagione degli amori che rendeva più sensibili i lupi al richiamo dell’ululato simulato dal luparo ,il frate Manicone, ne “La fisica appula”, ci dice che verso la fine del ‘700 coloro “che lupari diconsi prendono i lupi con le tagliuole fatte di funi e di legno. Mettesi la tagliuola a fior di terra, ma sotto evvi una buca profonda che copresi di fronde” in modo che il lupo, preso alla tagliola, cada “nella buca, da cui non può più uscire”.

Leonardo Dorotea, nel suo “Sommario zoologico” del 1862, ci dice che “ nell’Abruzzo aquilano esistono dei famosi tenditori di trappole a lupo che contraffanno l‘ululato del lupo si bene che se la belva si raggira in quei dintorni non tarda a rispondere”, aggiungendo poi che “questi trappolieri son vaghi di cattuare molti capi ma risparmiano le femmine, che diversamente oprando la razza andrevve a perdersi, e mancherebbe loro materia di esercitare la loro arte”. Una tecnica particolare era quella di Carlantonio Partenza di Sepino che, nell’800, legava una vecchia capra in un recinto di pali o in una grotta e, quando arrivava il lupo, lo affrontava all’arma bianca, armato solo di una roncola forgiata a Campobasso con punta a becco e a doppio taglio, perchè “la ronchetta è sempre carica e non ti fa mai cilecca”, come forse in quei tempi poteva succedere con gli ancora rudimentali “schioppi” e con i fucili ad un solo colpo.

Oltre all’arma bianca, allo “schioppo” e alla tagliola, c’era anche chi ricorreva ai bocconi avvelenati per uccidere il lupo.

C’è un’ampia documentazione ottocentesca dei premi per l’uccisione dei lupi,  fissati con decreto in tutti gli stati preunitari della penisola prima e nel Regno d’Italia poi: il premio veniva corrisposto, in cifra decrescente, innanzitutto a chi uccideva una lupa gravida, poi a chi uccideva una lupa non gravida, quindi a chi abbatteva un lupo e poi a chi catturava un “lupicino” o un “lupattello”. Qualche tentativo di truffa deve esserci stato, se il Prefetto di Capitanata l’11 luglio 1870 emanava una circolare in cui si legge che “la frequenza dei premi finora pagati per la uccisione dei lupicini o lupatelli non poteva non richiamare l’attenzione della Deputazione provinciale, la quale considera che potrebbero essere dei volpicelli quelli che si presentano al sindaco locale, caratterizzandosi per lupicini stante la quasi loro unifromità di figura” e raccomandava “ che si usi maggiore accortezza nella verficazione degli animaletti in parola”.Un altro trucco abbastanza diffuso era quello di presentare lo stesso lupo ucciso in due o tre  paesi diversi, e nelle zone di confine tra Regno di Napoli e Stato Pontificio anche in Stati diversi, per incassare pù volte il premio, e a questa frode si pose riparo imponendo che alle bestie uccise fossero mozzate le orecchie contestualmente alla corresponsione del primo premio. I “furbetti”, insomma, sembrano vantare un discreto radicamento nel nostro paese!

STATO PONTIFICIO-NOTIFICAZIONE 1814i

I verbali conservati negli archivi dei vari comuni in cui si verificava l’abbattimento di un lupo che attaccava gli armenti citano spesso l’azione di cani,  mastini e da presa, in ausilio all’azione dei pastori , che si avvelevano per lo più del bastone pastorale, detto “piroccola” per colpire ed uccidere il lupo “arrotato” dai cani.

Per avere un ordine di grandezza sugli abbattimenti, si può citare Corradino Guacci che, indagando i documenti d’archivio relativi alle uccisioni di lupi in Capitanata dal 1819 al 1912 ha coneeggiato l’uccisione di 494 lupi maschi, di 580 lupe e di 1507 cuccioli ( e forse qualche “volpicello” ci sarà stato…). Uberto d’Andrea, studioso di Villetta Barrea, nelle sue “Notizie relative a catture ed uccisioni di lupi in provincia dell’Aquila “, che all’epoca comprendeva anche Cittaducale, negli anni 1810-1823 e 1877-1924, registra 418 notizie per i circa 50 anni indagati, mentre nello studio sulle “Catture e uccisoni di lupi nell’area dell’attuale Provincia di Rieti” di Andriani-Sarego-Amici vengono riportate 80 uccisioni di lupi nel decennio 1810-1820 nel Cicolano (allora Regno di Napoli) e altre ugualmente numerose nella Sabina ricompresa nello Stato Pontificio.

Eufranio Chiaretti di Leonessa- da “Diana”sett 1970

Nel 1957 la figura del luparo Ricuccio, impersonato da Yves Montand, fu protagonista di “Uomini e Lupi”, un film del regista Giuseppe De Santis, girato in Abruzzo, con Silvana Mangano nel ruolo di Teresa. E nel 1966 chiuse la sua carriera di luparo il mitico Eufranio Chiaretti di Leonessa, in provincia di Rieti,uccidendo ben due lupi e 45 volpi.

Poi la figura del luparo scomparve,e oggi ci resta solo il ricordo, che magari può turbare l’attuale sensibilità ecologista, anche se indubbiamente le vicende del passato non possono essere giudicate alla luce del presente, ma vanno invece contestualizzate e lette  nel quadro della dura realtà di quei tempi.

E poi, oltre al ricordo, del luparo ci  è rimasta un’altra eredità, la cosiddetta “lupara”, fucile a canne mozze e di facile manovrabilità, poco preciso ma di dirompente efficacia a breve distanza, la cui famigerata notorietà è purtroppo legata e ben altre e più tristi vicende.

Graziano BARBERINI