IL CANE PASTORALE – Paolo BREBER

Alcuni cani pastorali, cioè cani specializzati nel proteggere il gregge dai predatori, sono già da molto tempo tra le razze riconosciute dalla cinofilia ufficiale: vedi il Mastino Tibetano, il Cane dei Pirenei, il Kuvas, e il Cane da Pastore Maremmano-Abruzzese. Però non hanno un proprio gruppo e vengono distribuiti qua e la tra i cani da montagna, i cani da pastore, i lupoidi, i molossoidi, ecc. Ma l’arrivo sulla scena cinofila negli ultimi decenni di parecchie altre razze pastorali ha ulteriormente posto all’attenzione della cinofilia ufficiale l’esigenza di dare una collocazione a se stante per questa importante e omogenea famiglia canina.

Cani pastorali a difesa delle greggi si incontrano dal Portogallo alla Manciuria, lungo la fascia del 40° parallelo dove clima e orografia offrono le migliori condizioni naturali per l’allevamento della pecora. Nonostante la evidente somiglianza tra questi cani dovuta alla grande mobilità della pastorizia che non favorisce l’isolamento genetico, lo sciovinismo della cinofilia li ha spezzettati in tante razze nazionali. L’esempio più assurdo sono i cani dei Balcani e dei Carpazi dove i cinofili hanno creduto di individuare le razze greca, albanese, bulgara, macedone, bosniaca, rumena, istriana, ungherese, slovacca, e polacca. Uno studio un poco più approfondito della situazione avrebbe dimostrato che l’allevamento ovino in tutti questi stati moderni è stata sempre stata l’esclusiva del medesimo popolo pastorale dei valacchi, per cui in realtà si tratta sempre del medesimo cane. Ho il sospetto che tutti quei pastori albanesi, macedoni e rumeni che lavorano da noi siano sotto sotto dei valacchi non dichiarati.

Vincenzo Dandolo ammoniva 200 anni fa che: “Inutilmente tenterebbe l’uomo, impiegando anche tutta la sagacità sua, d’impedire che tosto o tardi distrutta non venisse interamente dal lupo la sua greggia, senza il soccorso dei cani”. È assiomatico quindi che la nascita del cane per la difesa del gregge deve essere stata necessariamente contemporanea alla domesticazione della pecora 10 mila anni fa. 2000 anni fa Il “canis pastoralis” di Varrone e Columella è già perfettamente identico al nostro cane di oggi, ma abbiamo testimonianze ancora più antiche sull’esistenza del tipo già formato. Nell’Avesta, libro sacro degli antichi persiani, la cui redazione originale risale all’11° secolo a.C., al capitolo dedicato al cane si legge: “Se uno di questi miei due cani, il protettore delle greggi o il protettore della casa, stia passando vicino alla tua dimora, non lo devi trattare male perché nessuna famiglia potrebbe sussistere senza questi miei due cani, il protettore delle greggi ed il protettore del focolare, creazioni divine.” Più avanti nel testo si apprende che dei due il primo èconsiderato il più importante. Che caratteristiche aveva? Sempre dalla stessa fonte si deduce che era bianco. Un altro documento, sebbene meno antico, racconta che  nelle montagne della Persia settentrionale esiste una feroce razza canina che sembrerebbe un leone. Il cane pastorale, in primis il nostro abruzzese, non assomiglia forse a un leone nell’esemplare maschio adulto con la sua folta criniera? Non a caso il nome più comune che gli si da è “Leone”.

cialone di marcello battaglia

Ad illustrare l’assioma che non può esserci allevamento ovino in presenza del lupo senza il cane pastorale si può raccontare la seguente recente vicenda nordamericana. In questo paese, dove il cane pastorale era sconosciuto, il coiote, un canide selvatico simile al lupo ma più piccolo e leggero, faceva talmente danni alle greggi che in alcuni stati si era dovuto rinunciare all’allevamento ovino, Si stimava che l’8% degli agnelli andava perso in questo modo, per un totale di un milione di capi del valore di 100 milioni di dollari. Il problema era stato affrontato con la persecuzione sistematica del nemico impiegando mezzi quali veleno, fucile, gas, trappole, etc. con la consueta efficienza statunitense. L’uccisione di circa 300.000 coioti l’anno può sembrare tanto ma corrispondeva a solo il 7% della popolazione, e non riusciva nemmeno a contenere un generale incremento della specie. Si è persino visto il coiote diffondersi negli stati orientali dove non c’era mai stato prima. La pastorizia nordamericana è potuta risorgere solo grazie all’importazione di cani pastorali dal Vecchio Mondo, tra cui in prima linea il nostro Abruzzese sotto le mentite spoglie di “Maremma Sheepdog”. Vorrei portare questa parabola nordamericana all’attenzione di alcuni settori italiani che pensano di risolvere il problema del lupo con degli abbattimenti. Eliminando, nella più ottimistica delle ipotesi, qualche decina di esemplari servirà solo a rendere più smaliziati quelli che restano, e i vuoti verranno colmati nel giro di un anno. Per fare un caso parallelo di casa nostra, di quanta persecuzione sistematica è stata fatta oggetto la volpe nel tentativo dei cacciatori di far sopravvivere i fagiani e lepri pronta-caccia almeno fino al giorno dell’apertura? Si sono avuti dei risultati che sono durati più di qualche mese?

Per i pastori il modo per prevenire il lupo è semplicemente quello di sempre: impiegare cani pastorali, pascolare il gregge in formazione compatta in zone aperte, e rinchiuderlo la notte.

I promotori cinofili dei “nuovi” cani pastorali asiatici (Caucaso, Anatolia, Turkmeno, Asia Centrale, ecc.) ci tengono a mostrarli ferocissimi come se in ciò stesse la capacità di sopraffare il lupo. Niente di più errato! Il cane non deve affrontare il lupo in chissà quali duelli mortali ma deve semplicemente tenerlo lontano. Il lupo desidera rimediare il suo pasto col minimo sforzo e va in giro per le contrade a sondare le varie opzioni. La vista di una grassa e inetta pecora sicuramente gli fa venire l’acquolina in bocca ma se per averla il lupo deve superare lo sbarramento arcigno di tre o quattro mastini maschi adulti non ci pensa due volte a passare oltre, tanto i boschi sono pieni di cinghiali, cervi, caprioli e daini. Bisogna dire, però, che non è stato sempre così da noi. Questa abbondanza di prede selvatiche è un fenomeno degli ultimi quarant’anni. Prima c’era solo la pecora e un lupo disperato era costretto a sfidare i cani per riempirsi lo stomaco. È da quei tempi che si hanno le ultime notizie di scontri fisici. I casi di uccisioni di lupi da parte dei cani riguardavano più che altro giovani esemplari sprovveduti ed erratici oppure femmine costrette a correre ogni rischio per sfamare una prole numerosa.

PAOLO BREBER