I FIGLI DELLA LUPA – Graziano BARBERINI

Una bella scena pastorale, con il gregge al pascolo nella natura selvaggia dell’agro laziale , il belato innocente di un piccolo agnello appena nato e due giovani pastori dalle vesti logore.

Poi un diluvio che tutto distrugge, e mille peripezie che si susseguono, tra sangue, prigionia e fuga verso la libertà.

Comincia così IL PRIMO RE, il film di Matteo Rovere in programmazione in tutte le sale cinematografiche d’Italia.

E’ la storia di Romolo e Remo, i gemelli allattati da una lupa e nati da Rea Silvia, la vergine vestale posseduta da un Dio.

Il film ha un fascino evocativo veramente unico, pur nella crudezza di alcune scene certamente coerenti con la vita feroce e cruenta di tremila anni fa, ma forse eccessive per la nostra sensibilità, non piu’ avvezza alla  durezza primordiale.

I dialoghi in latino arcaico, ovviamente sottotitolati e curati fin nei dettagli da glottologi de “La Sapienza”, conferiscono al film una autenticità grandiosa che ha del miracoloso in tempi come questi ,in cui il passato è sempre decontestualizzato e riletto arbitrariamente alla luce del presente , spesso in ossequio alla vulgata del “politicamente corretto”.

E  poi vuoi mettere, almeno una volta nella vita, il piacere sottile di sentir declamare “Deus nobiscum” e “Frater meus” invece dei soliti “occheiGionni”?

Il film, al di là della storia ben nota, è un’allegoria del rapporto tra l’uomo, il destino e il sacro.

Remo è l’uomo che basta a se stesso, è il titano che urla ”io sono il mio destino”, in un crescendo furioso in cui l’hybris lo porta a sfidare gli dei, fino a spegnere il fuoco sacro e a mandare a morte la sacerdotessa del Dio che aveva profetizzato il fratricidio.

Romolo è il fratello molto amato, a sua volta legatissimo a Remo, che gli ha salvato la vita in un turbinio di tragedie, di lotte, di sofferenze.

Sembra il più debole tra i due, ma ha la forza di accettare il disegno tremendo degli dei, riaccende il fuoco sacro, fonda Roma e ne difende la sacralità del “limen” anche contro il fratello che l’aveva infranta.

Il destino si compie ed il pastore timido e impaurito di ieri, diventato re, puo gridare al mondo: “Tremate, questa è Roma!”

Era nata una città eterna, era nata una storia millenaria, era nata la “nostra” civiltà, quella che il 15 febbraio celebrava i Lupercalia, festa di purificazione del gregge e della città palatina, in onore di Luperco, dio collegato con il lupo sacro a Marte.E la festa si svolgeva dinnanzi al Lupercale, la grotta sacra ai piedi del Palatino dove, all’ombra del “ficus ruminalis”, era stato un pastore, Faustolo, a trovare i gemelli allattati dalla lupa.

E mi piace ricordare  , seguendo la narrazione del film, che all’origine del mito c’era un gregge di pecore, il belato di un agnello, due giovani pastori e, forse, chissà, magari accovacciato su un’altura del 753 a.c., un cane bianco dal manto velloso.

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Graziano BARBERINI