DIAMOCI DA FARE – V. Grossi

Colgo con interesse le considerazioni e l’invito contenuto nell’articolo “DELLA FUNZIONE, DEL LAVORO, DEL CANE DA PECORA”, concordando su quell’assunzione di fondo, condivisa da tutti i biologi ed etologi, che nel mondo si sono occupati di cani da guardiania, ben riassunta nella formula del Coppinger “…non è mai solo natura o solo cultura”.  Che il comportamento abbia una base epigenetica, nella quale interagiscono e si fondono geni ed ambiente è ormai teoria affermata, così come il fatto che tali caratteristiche vadano selezionate con continuità. Di questi argomenti se ne è parlato anche pochi giorni fa in un convegno a Fenestrelle, dove Silvia Dalmasso ha svolto una interessante e aggiornatissima relazione.

Aggiungerei che nella “cultura” ci sta anche il ruolo del pastore, la sua capacità di sorvegliare, comunicare e correggere comportamenti indesiderati; per esperienza posso affermare che, in certe condizioni, queste doti si sono rivelati determinanti.

Detto ciò mi preme dire che il percorso svolto ed i risultati ottenuti dal settore lavoro in questi cinque anni confermano quanto affermato dal Breber, e cioè che in Abruzzo, ma direi nell’Italia Meridionale in generale, le qualità attitudinali dei cani d’allevamento cinofilo o pastorale, proprio per quell’interscambio che si protrae da tempo, si sono rivelate valide, con qualche punta di vera eccellenza.

Sul come mantenerla e verificarla nel tempo so benissimo che l’aver introdotto nelle line guida del CPMA niente di più di quanto previsto come requisito minimo dalle “best pratices” internazionali non sia di per se garanzia di qualità, ma come si sa in certi casi il meglio è nemico del bene e comunque non ci si è limitati a questo.

Anche rispetto alla condizione ideale citata nell’articolo, cioè l’avere allevatori cinofili che siano anche pastori, qualche passo avanti è stato fatto, affiliando al CPMA alcune aziende agricole che operano nella pastorizia, impegnandole in accoppiamenti mirati, rispetto delle buone prassi sanitarie e regolarizzazione dei documenti. Va detto che ciò è potuto avvenire solo  nelle aree di recente inserimento (Piemonte, Trentino Alto Adige) di cani del CPMA, perché nelle zone d’origine ed in particolare l’Abruzzo esiste una barriera culturale (o un alibi?) rappresentata dal nome del cane , che osta alla regolarizzazione dei pur  numerosi soggetti presenti.

Resta comunque il fatto che anche in un ‘ottica di multifunzionalità agricola allevare cani nell’ufficialità, ponendovi la medesima attenzione con  cui si gestisce il bestiame è un’opportunità a mio modo di vedere interessante per le stesse aziende.

A tutto ciò va aggiunto che di recente il TMC non solo è ritornato ad essere precondizione per il conseguimento del Campionato italiano di bellezza, ma su sollecitazione di ENCI e di FCI è stato integrato, al momento solo in via sperimentale , da una prova di non aggressività su bestiame, già collaudata con successo nell’ultimo raduno di Santa Iona.

Per quanto riguarda l’idea di un ulteriore integrazione con un test “la presenza di coraggio” se ne può parlare, con tutta la cautela del caso, perché in una simulazione non è facile riprodurre una situazione reale, e vedere quel  che è stato fatto in giro (vedi Vittorino Meneghetti), concentrandosi magari sulla reattività nei confronti di intraspecifici.

Per ultimo credo che l’idea di creare un centro di selezione istituzionale in collaborazione con altri enti possa senz’altro costituire una sfida affascinante, un’iniziativa analoga è stato realizzata in Svizzera da Ueli  Pfister,  con rimarchevoli risultati, ma non meno adeguati finanziamenti. Penso che ENCI stessa potrebbe sostenere questa idea, che certamente potrebbe rientrare in un progetto europeo come il LIFE.

Quindi vediamoci, discutiamone, contiamo le truppe e, se d’accordo, diamoci da fare.

                                                                                          Valter Grossi