DIAMO UNO SGUARDO ANCHE ALLA “BELLEZZA” – Paolo BREBER

Chi legge quello che scrivo avrà capito che a me interessa il cane da pecora abruzzese dal punto di vista dinamico nel suo ruolo storico/funzionale, ruolo ancora oggi di grande attualità. Tuttavia, non nego che pure l’occhio vuole la sua parte per cui questa volta considererò il cane dal lato estetico.

Per me il cane è bello quando mostra di essere perfettamente adatto per la funzione alla quale è destinato e all’ambiente in cui deve muoversi:si tratta della bellezza funzionale.

La cinofilia convenzionale, invece, ha un altro modo di considerare la bellezza poiché si interessa solo all’immagine scultorea del cane da fermo. In questo modo, però, l’idea di bellezza non è più collegata all’impiego dinamico per il quale la razza era stata creata, per cui finisce per diventare una interpretazione soggettiva, una fisima della moda cinofila del momento. Non più ancorate ad una funzione, le forme canine vanno alla deriva verso la caricatura che, con un bel eufemismo, la cinofilia chiama “ipertipo”. Le taglie grandi diventano sempre più grandi, le piccole sempre più piccole, i musi corti sempre più corti, il pelame lungo sempre più lungo, e così via. Questo indirizzo di selezione non solo porta la razza a perdere la memoria genetica della sua ragion d’essere ma a volte incide persino sulle sue funzioni più vitali, per cui vediamo alcune razze, peraltro amatissime dagli appassionati, ridotte a condizioni di disabilità ereditaria con gravi difetti di carattere, movimento, respirazione, pelle, masticazione, riproduzione, ecc. Qui ci sarebbe un bel campo d’azione per gli animalisti piuttosto che stare ad agitarsi per il taglio di orecchie e coda.

In breve, lo standard tipo della cinofilia convenzionale è un documento autoreferenziale consistente in una semplice descrizione morfologica. I termini e le misure usate nel testo per definire le caratteristiche fisiche dovrebbero consentire a chi legge di formarsi una immagine mentale della razza. Prendiamo la “Descrizione dei caratteri etnici del cane da pastore maremmano-abruzzese” redatto dal rinomato cinotecnico prof. Giuseppe Solaro e approvato come standard dall’ENCI il 1° gennaio 1958. Ho voluto fare l’esercizio un po’ laborioso di prendere i numeri del Solaro e costruirci sopra il profilo del Cane da Pastore Maremmano-Abruzzese (v. fig.). Le misure sono in rapporti percentuali col garrese che è 100%, per cui se il soggetto è alto 70 cm la lunghezza della testa è 40% di 70 cm = 28 cm. Per chi già conosce la razza il risultato rientra abbastanza nel tipo ma per chi non l’ha mai vista questo standard teorico permane di una astrazione impossibile. A mio parere, il Solaro è stato il primo ed ultimo a cimentarsi con questi parametri. Nel caso pratico, come alle mostre, il soggetto alla fine viene invariabilmente giudicato ad occhio da chi già conosce la razza. C’è anche una parte più discorsiva dello standard ma quando leggo di spalla “ben fornita di muscoli, e ben libera nei movimenti”, di “collo forte”, di “muscoli pettorali ben sviluppati”, di “costato ampio”, di metatarso “robusto e asciutto”, ecc. ritengo siano raccomandazioni generalmente valide per qualunque mammifero e quindi inutili. Lo standard si dilunga poi, pagina dopo pagina, a raccontare i difetti; ma qui sarebbe stato sufficiente affermare che qualunque caratteristica che si discosta dallo standard è un difetto. Non entro negli altri vizi di questo tipo di standard tra i quali voglio giusto accennare a quello che genera la tendenza nell’allevatore a produrre cani con lo stampo.

Come alternativa allo standard scritto suggerisco invece uno disegnato. Napoleone disse che un buon disegno vale mille parole. Le figure che ora propongo prendono come spunto i disegni di Rocco Di Fiore del soggetto maschile del cane da pecora abruzzese, copia dei quali Rocco mi fece gentilmente avere tempo fa.

A differenza dello standard steso per iscritto, i disegni ci danno l’immagine istantaneamente. Sono subito chiari il dimorfismo sessuale, la corporatura e il tipo di pelame. Un’attenzione speciale va alla testa dove si esprime gran parte della tipicità di razza. Le uniche specifiche scritte di questo mio standard riguardano la taglia e la pigmentazione visibile. ±70 cm al garrese per il soggetto maschio corrisponde alla taglia massima del lupo nostrano: per intimidire tale avversario serve un cane imponente. Anche il manto bianco ha una sua giustificazione oggettiva come già spiegato da Columella. Invece, il colore del tartufo, delle rime palpebrali e delle labbra non è funzionale ma la depigmentazione in queste parti è talmente deturpante che il senso estetico si ribella.

Sono certo che gli appassionati avranno infinite cose da ridire sulle mie figure, ma a me sta bene perché ho sempre sostenuto che il tipo del cane da pastore abruzzese non è uno stampo ma comprende a pieno titolo delle varianti nel pelame, nel colore dell’iride, nella statura, nella corporatura, ed in altre ancora.

Ad ogni modo, come considerazione finale voglio ricordare quello che disse il filosofo greco: i libri non servono per imparare ma come pro memoria per chi già sa.

Paolo BREBER