Della MAREMMA, della Toscana, della pastorizia- G. Barberini


Ho già citato, nello studio pubblicato nel blog sul nome del cane, i lavori e le ricerche, di indubbio valore scientifico, di Marino, Barsanti,Dell’Omodarme, Russo, Violante, Imberciadori, Salini, le testimonianze di Gregorovius ed ho, dopo un paziente lavoro di ricerca, pubblicato nel blog le tante rappresentazioni iconografiche del cane da pecora nell’area territoriale toscana. Ho altresì sottolineato che il più grande risultato della pastorizia italiana fu , senza dubbio, la fondazione del Monte dei PASCHI di Siena, primo istituto di credito fondiario dell storia, con sede a Rocca Salimbeni che,non a caso si affaccia su Piazza della DOGANA. E’ anche vero che la transumanza toscana fu la prima ad entrare in crisi perchè, per loro fortuna, i Toscani erano governati dai Lorena, e non dal Papa come gli umbri e i laziali o dai Borboni come gli abruzzesi. I Lorena dettero un impulso fondamentale alla bonifica della Maremma, con ciò sottraendo terreno al pascolo, mentre per la bonifica delle Paludi Pontine e del Tavoliere ci volle il fascismo!

E non ci vuole molto a capire che quando i terreni non sono malsani ed i luoghi non sono più spopolati ed insalubri, l’agricoltura diventa più conveniente del pascolo stagionale.

Voglio comunque pubblicare alcune pagine di Toscani ,e non solo, che parlano di pastorizia. Forse serviranno  almeno  a completare il quadro di riferimento e  ad offrire un ulteriore contributo a chi è seriamente interessato al tema.

Nella seconda metà del ‘400 un signore che si chiamava Lorenzo de’ Medici, detto il MAGNIFICO,scriveva nel suo poemetto “Nella Selva” questi perfetti endecasillabi in cui si tratteggia con mano felice un bel quadro della transumanza estiva:

El dolce tempo il buon pastore informa

spinge lasciar le mandrie, ove nel verno giacque

 le stalle el lieto gregge, che, belando, in torma

branco torna alle alte montagne, alle fresche acque.

 L’agnel, trottando, pur la materna orma

segue, ed alcun che pure ora ora nacque,

l’amorevol pastore in braccio porta;

 il fido cane a tutti fa la scorta.

Un altro pastor porta in su le spalle

 una pecora ch’è nel cammin zoppa;

 cammina zoppicando l’altro sopra una gravida cavalla

 la rete e ’l maglio e l’altre cose ha in groppa,

 per serrarvele alor che ’l sole avalla

 tramonta così nel lupo alcuna non intoppa;

non s’imbatte torte di latte e candide ricotte

formaggi mangion poi lieti, e russan tutta notte.

Come si può notare, è l’inverso della lirica dannunziana “I Pastori”, dove si canta la transumanza dal monte al piano e in cui però non c’è cenno alcuno al cane da pecora che, evidentemente, non accendeva gli entusiasmi dell’imaginifico vate, uso a farsi ritrarre con branchi di….. levrieri.

E Lorenzo Viani, pittore, scrittore ed artista, che dopo una gioventu’ anarchica divenne interventista, amico di Mussolini e inserito a pieno titolo nella vita culturale del fascismo, nel 1938 intitolerà le sue note autobiografiche ,  non a caso, “Il figlio del Pastore”, rivendicando orgogliosamente le sue origini.

Scrive Viani: “Mio padre si chiamò Rinaldo e mia madre si chiama Emilia, nati alla Pieve di S. Stefano, paesetto situato tra i monti della Lucchesia.I miei antenati e mio padre e mia madre, fino a che non discesero al mare, per motivi di cui parlerò lungamente, furono contadini e pastori ed ebbero sacri la stalla e lovile…….Mia madre allora, non ancora flagellata dalle amaritudini,  raccorciata dal tempo, era alta, rassodata dai trent’anni che aveva trascorsi tra la selva e la semina, la forca e la lettiera delle pecore, il lezzo dei manti e il profumo dinervante dell’ erba peporina…Pane di segale, pane di scandella, pane di granturco, pesante come il minerale, era stato sfornato per tanti secoli dalla bocca del forno sotto la nostra casa, confinante con lo stallino dei porci e l’ovile; quel pane che tiene l’acqua anche dopo la cottura, che abbraccia e riempie lo stomaco, che quando si mette in catana pesa e spiomba le spalle….

Quanta tela era uscita dal telare: tela di canapa di tiglia soda che rode la pelle come i pidocchi, che lima l’anche e le succide e le infiamma, tela ergastolana, tela da Tebaide, tela che eleva, tela con cui tutti i nostri antenati ci si fecero la cappa della Compagnia che sotterra i defunti….Quanta lana avevano dato i manti delle pecore per lo stamo che le donne torcevano sulla rocca leccandolo con la lingua bollente e misurandolo coi palmi, quanti panciotti di maglia che ritenevano il lezzo delle pecore, quanti calzerotti a sette capi che ammorbidivano gli zoccoli rinceppati d’ontano……

Scotta e ricotta aveva dato il latte munto al tramonto…….

La casa di mio padre era al di  del Canale della Croce, precipitante tra piastroni piombati e botri. Alla casata di mio padre dicevano “quelli di Marcoperchè Marco si chiamava il padrone del “luogo“…..Le pecore brucavano sul colletto sopra il “posto“…..A quelli di mia madre dicevano “i Fondora” dal nome del padronato….Sotto una scarpata di pietrame, ardua come un baluardo, c’era acchiocciata la casa dei miei; il pozzo fondo, costrutto con ghiaioni politi dall’acqua corrente del Serchio, era situato al centro della muraglia….Una mattina di aprile, mia madre, quand’ebbe parato le pecore su per le aspre fratte del Rimorteglio, si assise come un’antica divinità agreste sotto l’ombra di un gran leccio nero…….”

Facendo un salto a ritroso nell’800, ecco la descrizione di un podere posto nell’Appennino di Palazzuolo fatta da J. Fabbroni nel 1839 e pubblicata nel 1840 nel Giornale Agrario Toscano dell’Accademia dei Georgofili (Gabinetto scientifico Vieusseux): “”La sorgente del Rovigo è coronata di pascoli o bandite, ove pasturano vacche, cavalli e circa 1500 pecore che nel verno discendono nella Maremma toscana. Il resto del corso del Rovigo è fiancheggiato sulla destra da poderi;sulla sinistra, da pascoli e masserie. In questo bacino, sulla destra del Rovigo, è situato il podere di Ca’ di Vagnella. La sua figura è un ferro di cavallo, il cui arco posa su Carzolano………”

Afferma sempre il Fabbroni :

“…siamo su Carzolano, [in Alto Mugello, tra Senio e Santerno] sul rialto che innalzovvi l’Inghirami a 2012 braccia di elevazione. Ai piedi ti si sprofonda un abisso, e le croci che tu vedi ricordano che le valanghe vi hanno rapito il  passeggero. Lì presso la Val dell’Inferno, e il Rovigo colla sua acqua gelata che balza di scoglio in scoglio tra due rive serrate………

…. Intanto le accette de’ carbonai,l’abbaiar de’ cani, fischi dei pastori richiamano l’attenzione del passeggero ad oggetti e piaceri più vicini. Ampie faggete che cadono, ed altre che sorgono, di cui si è impossessata a gran profitto l’economia rustica….immense pasture ove pascolano mandre di cavalle, di vacche, di capre e di pecore, reduci dalle Maremme toscane. Sparse per quelle solitudini tu vedi delle piccole capanne che fumano, e all’intorno tante serrate che ti sembrano di lontano piccoli orti. Sono i diacci de’ pastori colle loro mandre. Tu vi entri e vi trovi i pastori affaccendati a lavar secchi, a preparar legna, a fabbricare il formaggio, vestiti o di rascia verde, tanè che il Machiavelli chiamò color romagnolo”.

Abbiamo poi già pubblicato il racconto di Renato Fucini “Tornan di Maremma”, tratto dalle Veglie di Neri”del 1882. Sarà dunque solo il caso di citare un brevissimo passaggio:

”Era passata una ventina di minuti, quando in fondo alla strada comparve un cane bianco da pastori. I vecchi si alzarono con impeto e si misero a guardar bene, facendosi ombra agli occhi con la mano. Ma il cane, dopo aver dato una nasata all’aria, tornò indietro….”

E sulla Garfagnana lo scrittore Delfino Cinelli dirà nel 1933:

“Valicato il primo spartiacque non son piu’ che radi forteti di faggio fra culmini di roccia ignuda e, nei pianori, prata d erba rasa e fina, pascolate da maggio a ottobre. Nei fondi qualche laghetto verde guarda nel cielo …. A quei tempi, gli uomini, che avevano braccia e salute, emigravano tutti, andavano in Germania per la stagione, o in America per sempre …. Per l ultima fiera estiva dell anno, su dai paesi di cinque vallate i montanari salgono all Alpe di San Pellegrino per fare le ultime provviste prima dell inverno……Le prata, oltre lo spartiacque, già erano stellate di pecore, una qui, una là …..» (Delfino Cinelli, Lucia, Milano, Treves, 1933, pp , 35, e 83).

Scrive nel 1906 il letterato Leopoldo Barboni in “  CARDUCCI E LA MAREMMA “:

“…Vi sacrificavano dunque pecorai, butteri, mulattieri, postini, fieraioli, e quanti insomma vi s’imbattevano; ond’è che qualche capo scarico di que’ tempi, a vendetta, forse,  di qualche affronto o vero o immaginario ricevuto dai nobili possidenti del luogo, vi scriveva con la morchia:

Qui giace di Burgasse il gran colosso,

Fermati, passeggier, fagliela addosso!

La quale scrittura vi rimase leggibilissima fino a un mezzo secolo addietro; con quanta gloria del santo e quanta edificazione de’ pii viandanti, si pensi.

Poi pigliammo pel vialone.” (ndr: quello dei famosi cipressi di Bolgheri)

E nel 1954 scriverà Curzio Malaparte in “Cani di tutte le razze”: “Molte e strane sono le voci della maremma, ma la voce più familiare, la più nobile e antica e’ la voce dei cani di maremma, dei cani pastori dal lungo pelo bianco e dalle orecchie attente e insieme pigre. Il loro latrato pieno di signorile indolenza copre ogni altra voce, si sposa al mormorio delle erbe selvatiche,al rombo della risacca, al fischio della tramontana,al nitrito dei puledri..E non v’e’ certo nessun incontro più caro al cuore di quello dei bianchi cani maremmani che all’improvviso appaiono sul ciglio dei poggi o sul limitare delle selve di tamerici, fra le dune marine, il lungo pelame arruffato dal libeccio, l’occhio fulvo dove muore il delicato bagliore del giorno.Sono cani pastori, cioè custodi del gregge, ma più che di greggi sono custodi anch’essi delle tradizioni di questa terra.Sono i fedeli custodi del paesaggio, dei prati,degli ulivi, dei cipressi, dei lecci dal nero fogliame, i custodi di questa magra terra dove appare l’impronta delicata e forte dell’ Apollo etrusco dalle lunghe trecce di donna sparse sugli omeri atletici…”

Molto interessante anche gli scritti dell’agronomo ginevrino Frédéric Lullin de Chateauviex che nella primavera del 1812 fu inviato in Italia dal Ministro dell’Interno francese per studiare l’agricoltura e l’alevamento italiano e relazionare sul tema.Le relazioni del de Chateauvieux furono pubblicate nel 1816 con il titolo di Lettres écrites d’Italie ed in esse si legge”….

Je voudrais reussir aussi bien que lui a vous faire connaitre l’economie rustique de la troisieme region, que je designerai par le nom de pays de maauvais air, ou de la culture patriarcale. Elle s’etende le long de la Mediterranée, de Pise jusqu’a Terracine,et comprend toutes les plaines qui s’elargissente entre la mer et la première chaine de l’Appennin….Ces terres,couvertes d’immenses paturages, ne servent qu’a nourrir des troupeaux,qui, comme ceux des primiers habitans de la terre,forment l’unique richesse des bergers…La proprieté de ce capital ne convenait pas davantage aux grands proprietaires de la Maremme. Il est donc venu naturellement se placer entr’eux une race des patres nomades et de bergers voyageurs qui ne possedent que leurs tropeaux et emigrent avec eux, suivant les saisons, des montagnes a la plaine….Quatre cent mille moutons, trente mille chevaux, un grand nombre de vaches eet des chevres, s’alimentent dans ces régions…Le consequences de cette éeconomie ont Eté sans doute de créer un desert au milieu de l’Italie,et de le peupler pendat la moitié de l’année d’etres a demi sauvages, q’on voit percourir ces soulitudes comme des Tartares,armés des longes lances,et couverts d’habits de bure et de peaux non préparées…..”

Da notare che nel “Tableau de Regions Pastorales du 12^ arrondissement”, che comprendeva l’Italia dalla piana del Po al dipartimento del Trasimeno, De Chateuvieux aveva censito nel 1813 ben 2.267.940 capi ovini, di cui 1.147.160 nell’ex Regno dell’Etruria (Toscana)

E concludiamo con Ardengo Soffici che nel 1951, ricordando la sua infanzia nel libro autobiografico “L’uva e la croce”e riferendosi quindi agli ultimi decenni dell’800 (Soffici era nato nel 1879),scrive:

“Verso la fine dell’estate passavano dal Bombone innumerevoli branchi di pecore, di cavalli, di buoi: erano i greggi e le mandre che dopo aver pascolato sui monti del Casentino si trasferivano nelle maremme per isvernarvi…

Quando sentivamo i campanacci suonare alla lontana di giù per la strada di Rignano, nessuno avrebbe potuto tenerci dall’accorrere incontro a quei grandi armenti che si avanzavano lentamente in un nuvolo di polvere simili ad un esercito barbarico…. Alla loro testa cavalcavano come generali un pastore d’aspetto antico, e un buttero dal viso abbronzato, barbuto, vestito di frustagno, col corpetto rosso a bottoni di metallo, un pungolo in mano…. Altri pastori fiancheggiavano la mandra e la seguivano emettendo acutissimi sibili per regolarne la marcia, mentre dei grossi cani bianchi, arruffati, con gli occhi ardenti, torvi, e la lingua penzoloni, correvano avanti e indietro ….In mezzo a quel polverone, tra un afrore eccitante di becco e di montone e il lezzo di lane stercose, centinaia di capre e migliaia di pecore segnate di un marchio rosso sulla schiena e il muso per terra andavano con un brusio di piccoli passi che rammentava quello trito della pioggia estiva.”

 

Graziano Barberini