Della FUNZIONE,del LAVORO, del CANE da PECORA-S.Allemand e G.Barberini


Un cinofilo colto e di lunga esperienza come Cesare Bonasegale ha scritto recentemente, nel Giornale della Cinofilia , un articolo illuminante dal titolo “LA FUNZIONE FA LA RAZZA”.

Leggiamone qualche passo:

Le razze canine nacquero migliaia di anni fa, differenziate essenzialmente dalla funzione che dovevano svolgere ed erano un numero che stava sulle dita di una mano: cani guardiani del gregge, cani da guida del gregge, cani guardiani della casa e cani utilizzati per la caccia. Queste specializzazioni si crearono pressochè spontaneamente, scegliendo i soggetti che si  dimostravano più idonei alla relativa funzione….Le differenze morfologiche furono soprattutto funzionali (vedi la taglia adatta allo svolgimento del lavoro che il cane doveva svolgere).Altre differenze derivarono per caso da diversi gruppi di cani formatisi in località distanti che venivano a contatto per gli spostamenti delle popolazioni (vedi transumanza), alcune derivano dall’antenato lupo, altre si son formate per spontanee mutazioni di cui nessuno è in grado di fornire l’origine….Solo millenni più tardi ci fu l’effetto delle bizzarre preferenze estetiche che differenziarono i singoli gruppi all’interno delle diverse specializzazioni funzionali, tanto da creare l’attuale mirabolante suddivisione in più di 400 razze. Ma tutto ciò premesso, resta il fatto che le differenze fondamentali fra le varie razze restano quelle funzionali, poi si aggiunsero le razze da “compagnia”….

QUESTE CONSIDERAZIONI SONO LA PREMESSA PER RICHIAMARE L’ATTENZIONE SUL FATTO CHE LA SPECIFICA FUNZIONE DI UNA RAZZA E’ – E DEVE RIMANERE – IL FONDAMENTALE MOTIVO DI ESISTERE DI QUELLA RAZZA.

…..Se in un paese la caccia alla volpe in tana non si fa più, oppure per cacciare la beccaccia nel bosco si preferisce un cane da ferma invece che da cerca, le relative razze devono smettere di esistere?

La soluzione deve essere il mantenimento di una simulazione del tipo di caccia per cui quella razza è stata creata, e la simulazione della incruenta caccia in tana esiste da decenni………..e se invece si vorrà continuare ad allevare cani da ferma che non vengono più utilizzati per quello scopo, si dovrebbe avere l’onestà di cambiare il loro nome…fuori dall’Italia il Bracco italiano non viene vissuto come cane da ferma dalla maggioranza dei suoi cultori, che invece lo considerano un cane da compagnia…o altro, inventandosi strane funzioni come cane traccia…Un Bracco Italiano è tale solo se possiede le sue specifiche doti funzionali, cioè di cane da ferma…in caso contrario è solo un “Derivato Bracco italiano”. Ripeto che anche per chi non è cacciatore la funzione del cane da ferma può essere simulata con l’uso della selvaggina appositamente deposta sul terreno…”

Insomma, se e’ la FUNZIONE che fa la razza, è la FUNZIONE che fa la morfologia, e non è invece la morfologia a fare la funzione e quindi la razza: ne consegue sul piano logico l’assoluta , incontestabile, evidente centralità della FUNZIONE. Per essere più chiari: una buona costruzione potrà certo aiutare il cane nel lavoro di guardiania, ma se il cane non ha le doti morali del  buon cane da pecora non servirà a niente, mentre anche un cane con angoli posteriori molto aperti (c.d .“impalato”) o con lordosi pronunciata potrà essere un buon cane da gregge se privo di istinto predatorio, affezionato alle pecore e coraggioso; ovviamente faticherà un po’ di più ma in fin dei conti nella transumanza appenninica si percorrevano al massimo 200 Km in 15 giorni, e l’essere umano che cammina mediamente percorre 5/6 Km all’ora e di gambe ne ha due, mentre il cane ne ha quattro….

Il fatto che l’articolo di Bonasegale riguardi la cinofilia venatoria non ne inficia la validità e la fondatezza anche con riferimento alla nostra razza, la quale fino ad oggi, nella sua componente “cinofila”, ha potuto contare su un interscambio frequente con la componente “pastorale”, dove la verifica dell’attitudine funzionale, che è la migliore garanzia di un giusto comportamento e di un buon equilibrio caratteriale, è sottoposta al test severo del quotidiano lavoro.

Ma la tradizionale pastorizia abruzzese e più in generale appenninica, anno dopo anno, regredisce e manifesta segnali evidenti di una crisi profonda, connessa anche alle tante problematiche delle aree montane, su cui gli eventi sismici hanno aggiunto criticità ulteriori. Per quanto tempo ancora, dunque, la pastorizia tradizionale potrà costituire un bacino a cui attingere per rinsanguare con linee funzionalmente valide?

I numeri sono allarmanti: l’anagrafe zootecnica nazionale ci dice che al 31.8.2018 in tutta la penisola si contano 7.0141.83 ovini  + 1.061.829 di caprini per un totale di 8,1 milioni di capi ; nel 2010 erano 8,6 milioni, negli anni ‘90 12 milioni come negli anni ’30, mentre nel 1914 erano 15 milioni e nel 1918 erano 14,8 milioni (Fonte A.Cova- Economia.lavoro e istituzioni nell’Italia del ‘900). Degli attuali 8 milioni di ovicaprini, 3,4 milioni sono localizzati in Sardegna, terra che, come noto , non conosce storicamente la presenza del lupo. La pastorizia appenninica è ridotta ai minimi termini: al 31 agosto di quest’anno l’Abruzzo conta 184.392 capi ovini ( erano 218.855 nel 2010), il Molise 65.594 (erano 82.842 nel 2010), l’Umbria 114.247 (erano 119.263 nel 2010),le Marche 139.969 ( erano 167.315 nel 2010), il Lazio 718.004 (erano 746.400 nel 2010).

Se andiamo a disaggregare ancora i dati, e guardiamo la consistenza nella “capitali” storiche della pastorizia transumante, dove più forte era ed è la cultura del cane da pecora, ci si stringe il cuore: sempre al 31 agosto dell’anno in corso, si contano 141 capi a Barrea, 940  a Calascio, 1849 a Campotosto, 4970 a Castel del Monte, 111 a Civitella Alfedena, 1014 a Lucoli, 206 a Ovindoli, 865 a Pescasseroli,123 a S. Stefano di Sessanio, 3310 a Scanno, 54 a Villetta Barrea ,195 a Costacciaro, 1057 a Massa Martana, 559 a Scheggia, 4059 a Cascia, 2474 a Monteleone, 9828 a Norcia, 1648 a Preci, 1700 a Sellano, 2067 a Visso e…potremmo continuare….

Paolo Breber, nel suo recente intervento su questo blog dal titolo “Selezionare per la funzionalità” , ha dunque posto un interrogativo reale quando ha scritto :Gli allevatori abruzzesi di oggi ancora beneficiano della alta qualità ereditata dalla grande industria ovina abruzzese scomparsa intorno al 1950 ma quanto potrà prolungarsi nel tempo questo effetto genetico se non ci si sbriga ad attivare un piano organico per selezionare le tre qualità funzionali suddette? Il declino lento ma certo è l’alternativa.”

Allora, cosa fare?

La soluzione ideale sarebbe, evidentemente, avere allevatori “cinofili” che, in forma singola o associata, fossero anche “pastori” dotati di un gregge di significativa consistenza alla vigilanza del quale dovrebbero essere adibiti i cani, nel sicuro presupposto  che un buon cane da pecora, abituato a cavarsela da solo difronte ai rischi delle predazioni e alle avversità ambientali, sarà comunque un  cane con un corredo genetico tale da far ritenere che la discendenza possa aver le qualità morali per ogni tipo di guardiania, compresa quella delle abitazioni, delle corti e delle proprietà (poi, certo ,non si può mai dire e le eccezioni sono sempre possibili…) Non sfugge a nessuno, però, che questa ipotesi è di difficilissima attuazione per una serie di motivazioni intuibili, tra cui non ultima la disponibilità economica, di manodopera e di spazi adeguati che richiede.

Si dovrebbe altresì implementare il Test Morfo Caratteriale, introdotto dal CPMA ed  il cui superamento è finalmente tornato ad essere requisito necessario per il conseguimento del titolo di Campione Italiano, con test che verifichino nei cani sia l’assenza di marcati pattern motori della predazione sia la presenza di  coraggio che ne avrebbero potuto fare dei  buon cani da pecore, nei confronti delle quali si può certo testare quanto meno l’inoffensività. Una commissione di etologi ed esperti con solide basi scientifiche potrebbe dare preziose e qualificate indicazioni al riguardo.

Andrebbe poi diffusa tra gli allevatori, come buona prassi ( o best practice, per gli “anglofoni”…) l’uso di mantenere in allevamento un mini gregge di almeno 5 capi su cui far imprintare i cuccioli, nell’ovvio presupposto che il comportamento del buon cane da pecora è in parte geneticamente ereditato ed in parte appreso ed acquisito dai condizionamenti ambientali. Sappiamo infatti che ogni soggetto eredita geneticamente dai genitori caratteri che riflettono e riassumono l’evoluzione della razza  e, al contempo, sviluppa caratteri dipendenti dal contesto ambientale in cui vive senza che tali acquisizioni , almeno sembra,vengano traslate nella sua dotazione genetica . Diceva Coppinger che “…non è mai solo natura o solo cultura, ma sempre entrambe contemporaneamente.   Il comportamento è sempre epigenetico, al di sopra dei geni, è una interazione tra geni ed ambiente evolutivo, una sinergia che produce un organismo unico” (R.& L. Coppinger – Dogs, pag 132)

Certo, si potrebbe osservare , da un punto di vista “pastorale”, che l’uso di far crescere i cuccioli con appena 5 pecore, recentemente introdotto dal Settore Lavoro del Circolo del pastore maremmano abruzzese, ottimamente diretto da Valter Grossi, non “assicura” che il cucciolo si trasformi in buon cane da pecora, e che per questo servono le greggi vere e lo scenario  grandioso dei monti e della natura. In parte può essere vero, ma il poco, o il non molto, è sempre meglio del nulla, e poi per gradi si può sempre migliorare.

Da un opposto punto di vista meramente “cinofilo” si potrebbe invece osservare che tutti questi “paletti” all’allevamento sono delle inutili complicazioni, in quanto l’attitudine al lavoro sarebbe iscritta nella c.d.” memoria di razza” e sussisterebbe, per dirla con Totò, a prescindere…Purtroppo non è così in quanto anche l’attitudine al lavoro ha una base genetica che va verificata e selezionata e, come ha scritto Paolo Breber, “i comportamenti hanno una base genetica e vanno selezionati di generazione in generazione, altrimenti si perdono”.

Al riguardo ci piace ricordare due episodi che Ray Coppinger ci narrò in occasione del Convegno Internazionale di Rives del maggio 2000, organizzato dal CBEI di Mario Massucci ed al quale partecipammo insieme a Freddy Barbarossa e ad Augusto Colatei.

Coppinger, che da buon americano era un simpatico conversatore, ci raccontò a pranzo di aver iniziato i suoi studi con i pastori dell’Anatolia, utilizzando soggetti di allevamento americano da varie generazioni, e quindi lontani dagli originari ceppi pastorali. Nessuno di questi cani risultò idoneo al lavoro di guardiania e il Club di razza americano, per attutire lo scorno, pagò a Coppinger un viaggio in Anatolia alla ricerca dei vecchi ceppi pastorali. Coppinger li trovò, e questi cani funzionarono. Lo stesso Coppinger ci raccontò che alcuni PMA, acquistati in Italia da allevamenti cinofili “famosi” ( o malfamati, fate Voi…) si rivelarono del tutto inidonei, mentre funzionarono alla perfezione i cani pastorali d’Abruzzo (ci sembra di ricordare che la prima cucciola fu acquistata da un pastore di Pian del Roseto, e si chiamasse Lina).

Questi episodi sono ricordati anche da Paolo Breber, che nel 1982 accompagnò Coppinger nel suo viaggio nei monti abruzzesi.

In questi casi, evidentemente, la cosiddetta  “memoria di razza”…si era perduta per strada.

Di notevole interesse scientifico anche la proposta di Breber, formulata nell’articolo “Come selezionare per la funzione”, che suggerisce al cinofilo di acquistare cuccioli pastorali in zone a forte presenza di lupi per poi, una volta cresciuti, farli accoppiare allevando la cucciolata senza condizionamento alla pecora e all’ambiente pastorale. A otto mesi o più, questi cuccioloni andrebbero portati presso un ‘azienda ovina ed opportunamente testati, con l’ovvia conseguente deduzione che qualora i soggetti dovessero rivelarsi idonei nonostante il mancato condizionamento ambientale saremmo in presenza di una linea di sangue  di grande potenza genetica nel trasmettere l’attitudine al lavoro con le pecore. L’ipotesi è certamente suggestiva, ma che un singolo cinofilo possa farsi carico , da solo, di tutte queste incombenze (individuazione e acquisto cuccioli, crescita, accoppiamento, allevamento cucciolata, individuazione di un’ azienda ovina affidabile, trasporto e prova con due/tre cani di otto mesi ecc.) è fortemente improbabile per l’evidente onerosità del progetto e per i rischi sempre presenti di insuccesso. Un tentativo in questo senso, a nostro avviso, potrebbe essere fatto a carico del CPMA in collaborazione con l’ASSONAPA (Associazione Nazionale Pastorizia)presso le cui stalle si potrebbero poi testare i soggetti ( da ricordare che ASSONAPA, con cui tanti anni or sono il CPMA stipulò un protocollo d’intesa, gestisce  un centro genetico ad Asciano di Siena con oltre 2000 pecore su 270 ha di terreno, e potrebbe costituire un riferimento proprio ed “istituzionale” per le attività del settore lavoro del CPMA).

E ancora, l’ex Centro di selezione genetica San Marco del fu Corpo Forestale in Castel del Monte (AQ), oggi dismesso ed inutilizzato (nonostante l’edificazione di un Museo della Transumanza mai aperto) non potrebbe essere riutilizzato, d’intesa con Comune,  Mipaaf , Assonapa e altre realtà del settore, magari per salvare razze ovine nazionali in via di estinzione e per allevare uno stock significativo di cani al lavoro? Un progetto siffatto non potrebbe essere finanziato, previo gli opportuni approfondimenti, con i fondi europei?

Insomma, se c’è la volontà, di carne al fuoco ce ne sarebbe veramente molta e una proposta, diretta a Valter Grossi, che ha fatto molto e bene sul tema, ci viene spontanea: perché non organizzare una tavola rotonda con tutte le competenze e le esperienze disponibili per immaginare nuove e sempre migliori soluzioni al “problema” dell’utilizzo del cane da guardiania nel contrasto alle predazioni del lupo?

 

Sandro Allemand

Graziano Barberini