Del MAREMMANO, dell’ABRUZZESE, dei cani pon pon: un vecchio articolo di Luigi D’ADDIO


PARLAR  CHIARO ! di Luigi D’Addio

Pubblichiamo i passi più significativi di un articolo di Luigi D’Addio, all’epoca responsabile del settore stampa del Circolo del Pastore Maremmano Abruzzese, pubblicato nel Notiziario del CPMA n. 1/1993.

Nonostante siano passati appena……25 anni, l’articolo contiene spunti di riflessione che, a nostro avviso, restano più che mai attuali ancora oggi.

Ecco cosa scriveva Luigi:

Cosa accade nel microcosmo cinofilo del cane pastore maremmano abruzzese? Perché tanta sotterranea ed ormai sempre più evidente contrapposizione di allevatori, appassionati e gruppi organizzati?

La risposta più comune che si ottiene interpellando gli interessati fà quasi sempre riferimento ad una diversa concezione della razza che, selezionata con linee riproduttive divergenti, accentua generazione dopo generazione due tipologie di PMA…….Molti, ormai, riconducono tale divergenza nei criteri di allevamento al solito discorso del maremmano e dell’abruzzese ma, anche se è pur vero che tale semplificazione facilita i discorsi , non dobbiamo, per pigrizia mentale,  accettarla perché è un andare contro la storia e gli interessi della razza che alleviamo.

Cominciamo con il dire che maremmano ed abruzzese sono due denominazioni con cui si è individuato l’antico cane da pecora presente nell’Italia del Centro Sud con realtà oltremodo massicce in Abruzzo, Molise e Lazio. Sicuramente nella lunga storia della pastorizia del centro Italia vi saranno stati periodi in cui essa si è sviluppata entro i confini dei vari Stati , ma occorre anche tener conto che tali frontiere sono state più volte, nel corso dei secoli, cambiate e che in definitiva esse non costituivano degli ostacoli insormontabili per uomini ed animali.

Testimonianza di ciò è la sostanziale unità delle economie pastorali in regioni quali l’Abruzzo-Molise ed il Lazio per quanto riguarda gli usi, gli attrezzi ed  i costumi. Pur volendo enfatizzare realtà selezionatesi in microambienti di tali regioni, non dobbiamo sottovalutare il meccanismo della transumanza che nell’ultimo secolo in maniera continua e nell’arco della storia in modo discontinuo e subordinato alle vicende politiche, ha sempre rimescolato i patrimoni genetici delle montagne abruzzesi-molisane e quelli dell’Agro romano, la cui parte alta diventa maremma tosco-laziale.

Quindi, più che due tipi di cani, si sono selezionati due modi diversi di denominarlo così come avviene quasi sempre nelle economie agro-zootecniche di tutta Italia.  Quindi sgombriamo il campo dalla  tentazione di dare una valenza storica ad una realtà che si è andata definendo solo adesso e per molti motivi che esulano dall’analisi della vita pastorale; questo tentativo fà esclusivamente riferimento ai differenti modi di allevare e giudicare, quindi al mondo della cinofilia.

Tale situazione è ormai vecchia di alcuni decenni, tant’è che nel 1958 si unificarono gli standard o meglio quello del maremmano fu assorbito dall’abruzzese e questo nella giusta valutazione che proprio tale regione aveva conservato i soggetti più adatti alla funzione della razza.

Lo standard prevede e fà riferimento ad un tipo di cane previsto nel vecchio abruzzese, con marcato dimorfismo sessuale e che deve in ogni caso ricordare l’antico pastore fortemente costruito, d’aspetto rustico ed imponente.

Quindi chi alleva e giudica in maniera differente va contro lo standard e lo disattende!

Nello stesso tempo occorre evidenziare la banalità di chi vuole arrogarsi il primato di saper allevare per il solo fatto di essere abruzzese e quindi di avere la Storia dalla propria parte, così come sbagliano coloro che, essendo nel Nord, si fregiano dell’essere stati i precursori della cinofilia italiana.

Qui non si tratta di regioni ma di individuare i criteri che escludono un PMA dalla selezione ispirata a quel concetto di cane da pecora di cui parla chiaramente l’attuale standard.

Allora, può essere un buon cane pastore un soggetto maschile di 35 Kg alto 68 cm? Potrebbe esserlo un soggetto alto 73 cm con un peso di 40 kg? Dove troverebbero le risorse fisiche per una eventuale lotta quelle stampelle gonfiate da artifici estetici che si vedono volteggiare nei ring espositivi? Come potrebbero mai fare la vita da gregge quei soggetti dal passo così vaccino, incerto e sospetto che ormai pullulano nel nostro ambiente?

Banalità? I lupi non esistono più? Le pecore sono ormai come i diinosauri? No! Sicuramente non è così, ma anche se lo fosse nulla dovrebbe cambiare perché così andremmo indietro rispetto a ciò che di meglio ha dato la razza.

Queste argomentazioni sono volutamente riduttive rispetto a quanto richiede un approfondito esame morfologico di un PMA presentato al giudizio; di certo una spalla obliqua, un torace ben disceso e cerchiato, la posizione ed il colore degli occhi, il portamento e la forma delle orecchie, la linea superiore, l’inserimento della coda e così via sono tutti passi dello standard che qualificano un cane ma , a mio avviso, solo dopo che si è accertata la valenza del PMA in oggetto rispetto alla idea generale della razza.

Questo criterio di valutazione è valido per tutta la zootecnia tant’è, per esempio,, che per giudicare un cavallo prima si stabilisce se è un trottatore, un galoppatore o un cavallo da tiro e poi in base a ciò se ne dà un giudizio sulla sua costruzione generale e per finire si analizzano le varie regioni anatomiche in funzione degli accertamenti precedenti.

Non si può, ritornando nel nostro campo, preferire un leggiadro pon pon bianco lontano dall’idea della razza ad un solido pastore maremmano abruzzese…..”