DAL LUPO AL LUPO-CANE, AL CANE PASTORALE – Paolo BREBER

Il processo di trasformazione del lupo in cane ha avuto il suo inizio in quel tipo di società dove l’uomo vive di sola caccia.

La domesticazione del lupo non è stato il risultato di un progetto dove l’uomo si è alzato un bel mattino e, osservando l’animale da lontano, ha deciso: “oggi lo voglio addomesticare”. La convergenza tra i due è avvenuta spontaneamente per la naturale affinità reciproca.

Il primo passo sarà stato quando, in una lontana società di caccia, alcuni uomini hanno portato a casa dei cuccioli di lupo e li hanno lasciati ai bambini per giocare.

I lupacchiotti si sono affezionati agli uomini e, crescendo, non sono più andati via. Tale facile socializzazione del lupo all’uomo, e viceversa, è stata ripetutamente sperimentata anche ai nostri giorni, anche in ambito scientifico. Il fatto poi che il lupo associato si sia rivelato indispensabile nella caccia ha reso questa simbiosi molto ricercata dall’uomo. Per l’uomo cacciatore il lupo allo stato naturale possiede già compiutamente tutte le qualità che gli servono. Non si può pensare che all’inizio l’uomo abbia ragionato: “il lupo così com’è non è perfettamente adatto alle mie esigenze ma se lo modifico potrebbe servirmi meglio”.

Questo rapporto naturale lo osserviamo ancora oggi con i dingo in Australia (che possiamo assimilare al lupo) dove esistono contemporaneamente quelli selvatici e quelli domestici tenuti dagli aborigeni per cacciare i canguri. Quando un aborigeno vuole dotarsi di dingo domestici trova una tana di quelli

 

selvatici e si porta via quei cuccioli che gli serviranno da adulti. Oltre ad essere indispensabili nella caccia questi lupi domestici si mostrano preziosi nel fare la guardia al nucleo umano grazie al loro naturale istinto di territorialità.

Se noi andiamo presso i popoli che vivono ancora oggi solo di caccia, come gli esquimesi ed i siberiani, oltre ai suddetti aborigeni, vediamo dei cani che, malgrado millenni di vita coll’uomo, non sono diversi dal lupo in maniera significativa. Nonostante qualche differenza nell’aspetto e forse nel comportamento, la loro natura lupina resta sostanzialmente immodificata.

La trasformazione significativa del lupo in cane si ha invece col passaggio dalla economia di caccia e quella pastorale.

Mentre il lupo, in versione domestica o selvatica che sia, non può risultare nocivo per l’uomo cacciatore per il semplice motivo che costui non possiede bestiame domestico, per il pastore diventa invece il peggiore dei nemici.

Per il pastore il compito del lupo socializzato, ma ora possiamo chiamarlo veramente cane, non è più quello di aiutare l’uomo nella caccia ma quello di difendere il suo gregge dal lupo selvatico. L’istinto di difesa del territorio, che in questo caso si traduce nella difesa del gregge, assurge ora a funzione preminente mentre l’istinto di caccia/predazione non solo non serve più ma deve rimanere sotto controllo in modo assoluto. Visto che la predazione serve a soddisfare la fame si potrebbe pensare di tenerla a bada alimentando regolarmente il cane. Ma non è così. Alla vista di una pecora che scappa anche il più ipernutrito dei nostri pets canini da cinofilia estrema si metterà ad inseguirla, avido di sangue. La più assoluta inoffensività del cane pastorale, ed in primis del nostro Cane da Pecora Abruzzese, nei confronti del bestiame che gli viene affidato, si può spiegare solo con la modificazione genetica del suo comportamento, voluta e attuata coscientemente dall’uomo. Qui c’è un vero salto dalla condizione primitiva alla specializzazione funzionale. La selezione per quel DNA che produce quella speciale affidabilità nei confronti della pecora non deve essere mai sospesa poiché altrimenti in poche generazioni il cane pastorale regredisce verso la condizione del cane generico.

Paolo BREBER