CONSANGUINEITÀ NEL PASTORE MAREMMANO ABRUZZESE: UN PROBLEMA SERIO – Sandro ALLEMAND

Sappiamo che  la selezione in cinofilia si è basata e a volte si basa ancora, soprattutto nella creazione delle razze “moderne”,  sugli accoppiamenti tra consanguinei, per fissare in omozigosi le caratteristiche morfologiche volute. Sappiamo, anche, che l’accoppiamento in consanguineità  porta con sé dei rischi notevoli per il futuro delle razze pure, in quanto, lavorando costantemente in questo modo si fissano oltre ai caratteri desiderati  anche quelli sgraditi, comprese numerose patologie.

 

Inoltre, quando si accoppia costantemente in consanguineità si ha una progressiva perdita di variabilità genetica, con una progressiva perdita di geni e con un conseguente “indebolimento genetico” nella razza che, a lungo andare, la può portare al cosiddetto “collo di bottiglia genetico”.

Come dovrebbe essere noto a tutti, è possibile stimare la consanguineità di un soggetto tramite  il COI (Coefficient of Imbreeding,) o COEFFICIENTE DI INBREEDING O COEFFICIENTE DI CONSANGUINEITÀ.  

Il COI  rappresenta la percentuale di geni omozigoti provenienti per ascendenza comune complessivamente presenti nel DNA di un individuo.  Questo coefficiente, espresso tramite una percentuale, serve, pertanto, per stimare la consanguineità (il grado di omozigosi) di un soggetto. Conoscere il COI che i cuccioli avrebbero con l’utilizzo di due determinati riproduttori è molto importante per pianificare correttamente un accoppiamento.

Il COI sarà tanto più elevato quanto più i genitori del cucciolo avranno ascendenti in comune e quanto più questi ascendenti comuni saranno presenti nelle generazioni più prossime.

Un COI alto, ossia un’alta consanguineità, oltre alla comparsa di tare, anche caratteriali, può portare alla “depressione da consanguineità” i cui effetti sono, tra l’altro, la diminuzione delle difese immunitarie e la riduzione della fertilità e della prolificità .

Partendo da queste premesse, abbiamo voluto analizzare il grado di consanguineità presente nel pastore maremmano – abruzzese. La nostra “ricerca” ha interessato un campione sufficientemente rappresentativo ( anche perché i soggetti controllati non sono certo “figli unici”) che può fornire delle indicazioni attendibili sul livello di  consanguineità riscontrabile nella razza.

Poiché il pastore maremmano – abruzzese deriva da una popolazione “rustica” autoctona composta da migliaia di esemplari, abbiamo iniziato la nostra ricerca con la convinzione che la consanguineità nella razza fosse molto limitata: vediamo allora come è andata.   

Abbiano analizzato il COI di 52 maschi adulti di cane da pastore maremmano – abruzzese. I 52 maschi analizzati sono:

  • I campioni italiani di bellezza dal 2015 ad oggi.
  • Due soggetti ( ancora in attività) non campioni italiani, ma che hanno riprodotto molto.
  • Alcuni soggetti rappresentativi presentati nelle esposizioni e in alcuni raduni dell’anno in corso, provenienti da allevamenti con affisso.
  • Alcuni soggetti rappresentativi presentati nelle esposizioni e in alcuni raduni dell’anno in corso provenienti da allevatori non titolari di affisso, ma che allevano, da tempo, con continuità.

Abbiamo riservato l’indagine ai soggetti maschili, in quanto questi sono in grado di generare molti più figli delle femmine.

Premesso che gli esperti di genetica raccomandano che il COI, rilevato su cinque generazioni, non superi il 6% dall’analisi  dei soggetti controllati abbiamo avuto i seguenti risultati:

Soggetti con un COI compreso tra 0% e 6%:        n° 29

Soggetti con un COI compreso tra 6, 1% e 10% : n°   5

Soggetti con un COI compreso tra 10,1% e 15%: n°   7

Soggetti con un COI compreso tra 15,1% e 20%: n°   9

Soggetti con un COI superiore al 20% :                 n°   2  

Da quanto è emerso dalla nostra analisi risulta, pertanto, che solamente 29 soggetti su 52 rientrano nei limiti di consanguineità raccomandati dai genetisti. Inoltre molto spesso questi soggetti, che hanno un COI compreso nei limiti raccomandati, sono figli di genitori molto consanguinei, anche se non imparentati o poco imparentati tra loro, e pertanto se “male accoppiati” possono dare origine a figli fortemente consanguinei.

Gli altri 23 soggetti, addirittura il 44,25% del totale,  presentano un più o meno elevato grado di consanguineità e tra questi ben 18 presentano un COI da molto alto ad altissimo. Insomma, abbiamo dovuto prendere atto che, a differenza di quanto era auspicabile e prevedibile, viste le sue origini, la nostra razza presenta un livello di consanguineità molto accentuato. Abbiamo una consanguineità che, al limite, si potrebbe riscontrare in una razza  “creata” da pochi anni, con l’utilizzo di un pugno di riproduttori, e non in una razza, quale il pastore maremmano – abruzzese, che affonda le sue origine nei millenni , è diretta derivazione dei cani della pastorizia e vantava un patrimonio genetico di partenza potenzialmente amplissimo.

Confrontando i COI da noi rilevati per il pastore maremmano – abruzzese con quelli di molti soggetti di altre importanti razze da pastore e non solo, abbiamo constatato che la consanguineità nel pastore maremmano – abruzzese è di gran lunga superiore  a quella che si riscontra nelle altre razze. Nei numerosi soggetti controllati appartenenti a razze diverse dalla “nostra”,  il COI è, infatti, pari allo 0%  o al massimo a qualche punto percentuale, mentre da noi è molto spesso  a due cifre: incredibile!!!!!!

In buona sostanza, siamo riusciti  in pochi anni ( 10?  15? 20? ) a portare il grado di consanguineità della razza a dei livelli davvero preoccupanti, e, di conseguenza, ne abbiamo ridotto di molto la variabilità genetica.  

E non è tutto: nonostante la fortissima consanguineità presente nella razza il suo livello qualitativo medio è molto basso e la sua disomogeneità, soprattutto nei maschi, è imbarazzante.

Una elevata consanguineità e una bassa omogeneità morfologica rappresentano veramente un incredibile miracolo  “ a rovescio”!

Come è stato possibile? 

 Magari perché in allevamento sono stati a volte utilizzati soggetti che nel loro DNA avevano ben poco del verace cane da pecora?  

O forse perché molti soggetti di buona morfologia erano soltanto frutto del caso e perciò in riproduzione davano poco o niente? Chissà.

Di fronte a questa situazione così complessa non serve addossare a chicchessia colpe e responsabilità, che comunque ci sono. L’unica cosa da fare è prendere onestamente coscienza di quanto accaduto in questi anni ed operare per riportare la consanguineità della razza a livelli accettabili. Per far questo è necessario monitorare costantemente gli accoppiamenti,  imponendo agli allevatori, come è già successo in passato per altre razze, il rispetto di livelli di consanguineità predefiniti. E su questo un ruolo attivo dovrebbero averlo la società specializzata e l’ENCI, ma…insomma….

Sarebbe inoltre fondamentale individuare qualche soggetto di provenienza pastorale di qualità, sia caratteriale che morfologica, ( non certo un mastino dal pelo bianco o  un “falso” rustico) da utilizzare per portare  sangue nuovo nella attuali linee di allevamento.

Sappiamo che non è facile, che ci sono tante controindicazioni, che i rischi possono superare i benefici… ma bisogna comunque provarci se si vuole assicurare alla razza un futuro degno della sua storia.

Sandro ALLEMAND