CANI PASTORALI: le funzioni e la razza/OPINIONI A CONFRONTO-Paolo BREBER e Sandro ALLEMAND

UNA SOLUZIONE PER TUTTI

Gli allevamenti cinofili che selezionano il Cane da Pastore Maremmano-Abruzzese hanno come schema da seguire lo standard dell’ENCI il quale sostanzialmente prescrive un cane ornamentale. Tale razza è una creazione dell’ENCI ed è concettualmente diversa dal cane da lavoro della pastorizia abruzzese. Ma nella opinione comune c’è confusione in merito e molti pensano che siano la stessa cosa. Per risolvere una volta per tutte questo annoso equivoco propongo all’ENCI di distinguere ufficialmente queste due realtà, similmente a quello che è stato fatto tra il Border Collie e il Collie del tipo “Lassie”.

Il Cane da PMA dovrebbe diventare il “Maremmano” (“Maremma” per l’estero) abbandonando la qualifica “da pastore” dato che non gli è chiesto di saper lavorare con le pecore, e togliendo pure “abruzzese” perché la razza è stata creata con soggetti presi nella Maremma Toscana. Penso che in questo modo, oltre a fare contenti quegli allevatori del circuito della cinofilia d’affezione, si renderebbe omaggio alla memoria del p.pe Tommaso Corsini, l’allora presidente dell’ENCI, e a sua sorella donna Anna, titolare dell’allevamento “delle Vergherie”, che al tempo assolutamente vollero il “Maremmano” per il quale vedevano nei parchi delle ville fiorentine la sua destinazione ideale. Ovviamente, le parole “pecora” e “pastorizia” non potranno comparire nel suo standard.

Per la razza storica della pastorizia abruzzese il percorso da seguire sarà diverso. Nel riconoscimento l’ENCI dovrà darle un nome e uno standard suoi. Nel parlare dei pastori si usa chiamarla “Cane da pecora abruzzese” o “Mastino abruzzese” ma io suggerisco “Cane pastorale abruzzese”. Quest’appellativo può forse sembrare un po’ scolastico ma intanto richiama il “canis pastoralis” di Varrone e Columella, da cui sicuramente discende, e poi evita la dicitura “da pastore” così da distinguerlo dalla categoria dei toccatori. All’estero la razza verrebbe conosciuta come “Aprutian pastoral dog”. Lo standard, poi, dovrà dare priorità al lavoro, esigendo verifiche di funzionalità per l’attribuzione di tipicità. Per quanto riguarda la morfologia, il principio da seguire è quello che vede nelle caratteristiche fisiche il miglior adattamento possibile al lavoro al quale il cane è chiamato a svolgere.

L’ENCI dovrà concedere l’affisso di allevamento riconosciuto di Cane pastorale abruzzese solo a chi è titolare di una azienda ovina. Sul ruolo chiave dei pastori in questa iniziativa ritengo assai pertinente citare quello che raccomandò più di cent’anni fa Pierre Mégnin (1828-1905), uno dei padri fondatori della cinofilia. Nel suo trattato, alla fine del capitolo dedicato ai cani da pastore, leggiamo la seguente riflessione.

“Capisco bene la necessità di migliorare quelle razze che hanno perso le loro qualità … ma voler migliorare il cane da pastore mi pare una pretesa straordinaria. Dopo aver trascorso qualche ora a veder lavorare i cani attorno al gregge a nessuna persona intelligente verrebbe l’idea di perfezionare la bravura ed addestramento osservati; cani e pastori non hanno nulla da imparare da nessuno. I pastori praticano una selezione severa; scelgono i riproduttori tra i migliori e non hanno bisogno di essere guidati. Il meglio è nemico del bene; nel caso del cane da pastore abbiamo già il bene, il molto bene, e dobbiamo solo conservarlo. I pastori dovrebbero astenersi dal portare i loro cani alle mostre canine dove l’unico possibile risultato è quello di produrre un tipo da esposizione, … Consiglio ai pastori di non mettere le meravigliose qualità della loro preziosa razza nelle mani di persone evidentemente piene di buona volontà ma che sicuramente non hanno le loro conoscenze pratiche. Se si pensa che concorsi ed esposizioni possano essere utili siano i pastori ad organizzarle e siano loro a beneficiare di eventuali ricompense e premi.”

Queste parole riportate da Mégnin fanno riferimento ai cani toccatori delle campagne francesi ma le stesse considerazioni si possono fare nei confronti dei cani da protezione dei pastori abruzzesi di oggi.

PAOLO BREBER

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DUE FUNZIONI, UNA RAZZA

Paolo Breber è un riferimento autorevole per tutti gli appassionati del cane da pecora e le sue opinioni meritano, sempre, un’attenta considerazione, in cui la stima per lo studioso si unisce all’affetto per una persona che ha avuto un ruolo importante nella formazione di molti di noi.

Capisco il senso e lo spirito della sua proposta,  che però non posso condividere, nel solco di un pluralismo di idee peraltro caratteristico di questo blog.

Cerco di spiegarmi meglio. A prescindere da come lo si voglia chiamare è noto a tutti che il cane bianco da pecora, presente da millenni nell’Appennino centro-meridionale, e in particolare in Abruzzo, è uno solo, anche per la dimensione, relativamente contenuta, dell’areale di diffusione. Poiché i cani chiamati in cinofilia “pastore maremmano – abruzzese”, altro non sono che i cani della pastorizia riconosciuti dalla cinofilia ufficiale, si possono certamente rilevare tra questi  e i cosiddetti soggetti “rustici” delle modeste differenze “fisiche” dovute alla variabilità genetica e all’ambiente in cui sono cresciuti , ma le loro caratteristiche morfologiche fondamentali sono sostanzialmente le stesse. Si può, è vero, sostenere che la funzione sia essenziale per ogni  specie ( anche se i cani sono una specie un po’ particolare), e che la “forma” sia in buona parte subordinata alla funzione. Le razze esistono però non solo in cinofilia, ma in tutte le specie di animali domestici ( cavalli, pecore, bovini ecc.), ossia in zootecnia. E riscontrandosi, escluse rare eccezioni, una sostanziale identità morfologica tra i soggetti “rustici” e i cani “cinofili” , la c.d.”cinofilia ufficiale” non potrà mai riconoscere una razza, quando già ne esiste un’altra morfologicamente più o meno “identica”. In altri termini, la cinofilia ufficiale ( che non dimentichiamolo, volenti o nolenti, è l’unica per legge  abilitata a farlo) può riconoscere una razza solo se questa presenti, oltre ad altri requisiti, delle caratteristiche morfologiche che la contraddistinguano da quelle di tutte le altre razze già riconosciute ( Border Collie e Collie tipo “Lassie”, infatti, sono due razze diverse). Non si può riconoscere una razza solo in base alla funzione che svolge, perché a quel punto scompare il concetto stesso di “razza” e va bene tutto e il contrario di tutto, compresi gli incroci con altre razze anche morfologicamente molto diverse, ma che svolgano comunque la stessa funzione.  Senza contare che ormai, per una serie di cause che qui non è il caso di esaminare, la pastorizia abruzzese versa in crisi profonda e, sembra, irreversibile. Un solo dato: in base alle statistiche dell’Anagrafe Zootecnica Nazionale al 31.12.17 l’intero Abruzzo conta solo 197.728 pecore (meno della sola provincia di Grosseto)! Pertanto, anche se ci fosse attualmente in Abruzzo, e non c’è, una popolazione rustica con caratteristiche morfologiche notevolmente diverse da quelle del pastore maremmano – abruzzese, molto probabilmente nemmeno in questo caso  ci sarebbero sufficienti linee di sangue per poter riconoscere una nuova razza. Per farlo, infatti, sono necessarie come minimo otto differenti linee di sangue, ognuna composta da almeno due maschi e sei femmine che non devono essere “imparentati” con le altre linee di sangue perlomeno fino alla terza generazione ( e tutti i soggetti delle diverse linee devono essere sostanzialmente omogenei tra loro); in più ci sono tanti altri adempimenti ( controllo malattie ereditarie ecc.)…e  tutto questo solo per iniziare un iter che dura 10 anni o almeno cinque generazioni, al termine del quale non è poi detto che la razza venga di sicuro riconosciuta.

Penso, invece, che sia più realistico, come già più volte sostenuto, seguire la strada di una diversificazione ,nell’ambito della stessa razza , basata sulla funzione espletata.

Insomma, i cani da guardiania li devono fare i pastori, che nei pascoli dell’Appennino, ed in particolare in Abruzzo, sono i depositari più antichi della razza e gli unici che possono realmente emettere un definitivo ed inappellabile verdetto sulla efficacia funzionale dei cani.

I cani da “famiglia”, invece, li devono fare i cinofili nelle loro strutture di allevamento, e li devono fare equilibrati, di ottimo carattere e di buone qualità morfologiche.

Entrambe le categorie devono fare il loro lavoro, comunque importante, devono farlo bene ed il Circolo del PMA dovrebbe tutelare sia i pastori, se lo vogliono, sia gli allevatori cinofili.

Per quanto riguarda i pastori, a mio avviso, il CPMA dovrebbe:

-promuovere un nuovo censimento dei cani che lavorano con le greggi in collaborazione con le varie APA presenti nel territorio;

-individuare alcune aziende ovine con linee di sangue di buona morfologia ed efficienza funzionale;

-favorire, anche con Raduni ad hoc, la cui organizzazione fu a suo tempo autorizzata dall’Enci, e non credo che sia stata mai revocata, l’iscrizione ai libri genealogici della popolazione rustica;

-incentivare, anche con interventi economici e/o fornendo supporto logistico, l’accertamento dell’esenzione delle principali patologie ereditarie degli stalloni e delle fattrici;

-assicurare, tramite il Settore lavoro, la vendita, in maniera trasparente e con l’adempimento degli obblighi fiscali previsti, dei soli cuccioli allevati in ambito pastorale a coloro che necessitano di cani per la guardiania delle pecore, ( sottoscrivendo un apposito protocollo che obblighi i pastori a non vendere i cuccioli al di fuori del contesto pastorale)  in modo da restituire alla pastorizia per lo meno un qualcosa di quanto finora le è stato, più o meno legittimamente, prelevato.Solo nel caso in cui non fosse possibile individuare un numero di aziende ovine sufficiente per fornire cuccioli al settore lavoro, si potrebbe far ricorso a cuccioli di provenienza “cinofila”, purchè allevati e socializzati con un certo numero di pecore (più di cinque, possibilmente) e purchè nelle tre generazioni precedenti (fino ai bisnonni, insomma) vi siano almeno due soggetti di sicura  provenienza pastorale e di provata attitudine alla guardiania.

Utilizzare almeno una parte del finanziamento concesso dall’Enci al Cpma per il Settore lavoro per fare queste cose, sarebbe dare un senso all’iniziativa.

 Per quanto riguardo invece l’allevamento cinofilo, a mio avviso, il CPMA dovrebbe:

migliorare e rendere più severo il TMC, perché all’epoca in cui fu introdotto la situazione caratteriale della razza era molto più complicata di oggi e più di quello che si fece allora non si poteva fare. Si dovrebbero individuare, pertanto, magari facendo ricorso a due/tre professori universitari di etologia, una serie di prove con le quali poter verificare, oltre all’equilibrio caratteriale, anche la presenza di tempra e di coraggio nei soggetti sottoposti al test e l’assenza di istinto predatorio, perché anche i cani che vanno in “famiglia” mantengano questa caratteristica tipica della razza

– promuovere corsi di genetica, cinognostica, etologia, scienze della nutrizione animale ecc. ecc. in modo che gli allevatori abbiano idonee occasioni di formazione e di crescita professionale che li qualifichino rispetto agli “improvvisatori” o ai “canari”;

rilasciare una sorta di certificazione di qualità nella quale si attesti che un determinato allevamento  è controllato e garantito dal Cpma, in quanto:

1) rispetta il “codice etico dell’allevatore di cani” dell’Enci ( che gli allevatori titolari di affisso, ma solo loro, devono sottoscrivere e rispettare);

2)  sottopone i propri riproduttori al controllo della displasia e di altre eventuali malattie ereditarie.

3) è in regola con gli adempimenti fiscali previsti dalla normativa vigente.

In un primo momento questa certificazione potrebbe essere rilasciata anche a chi , pur non essendo titolare di affisso,   produca comunque cucciolate con continuità, ma in tempi brevi dovrebbe essere riservata soltanto agli allevatori titolari di affisso. Durante questo intervallo di tempo chi non è titolare di affisso, se vuole mantenere la certificazione di qualità, deve richiederlo ed ottenerlo.

In un quadro siffatto, la pastorizia e la cinofilia marcerebbero separate, per i diversi ruoli che hanno, senza però ipotizzare l’impossibile creazione di una nuova razza, perché la razza è una sola e alternative non ce ne sono. Spetterebbe poi all’intelligenza e alla volontà dei singoli di ricercare tutte le possibili, auspicabili e utili collaborazioni, in modo che durante la marcia le due strade si possano, almeno ogni tanto, incontrare.

Sandro ALLEMAND