CANI DA PROTEZIONE E CANI INSELVATICHITI – Sandro ALLEMAND

I  CANI INSELVATICHITI

Per prima cosa, primi  di addentrarci nell’argomento, è necessario fare una netta distinzione  tra cani randagi e cani inselvatichiti, noti anche come “feral dogs”.

I cani randagi vivono da soli o riuniti in piccoli gruppi, ma pur non avendo un padrone conservano un rapporto di dipendenza dagli esseri umani, in quanto prima di essere stati abbandonati hanno trascorso con loro parte della vita e dall’uomo possono ancora ricevere, ed accettare di buon grado, seppur randagi, cibo e “cure”.

I cani inselvatichiti sono invece i figli o i nipoti dei cani abbandonati. Hanno perso ogni contatto con l’uomo e non dipendono più da lui né per il cibo, né dal punto di vista affettivo. Sono molto difficili da osservare perché hanno abitudini e comportamenti tipici degli animali selvatici e come questi vivono in branchi anche molto numerosi. Una preoccupante caratteristica che li differenzia dai veri animali selvatici (lupo) è quella di non temere l’uomo, in quanto derivano pur sempre dai cani domestici, e questa mancanza di “paura” li rende potenzialmente molto pericolosi.

Questi cani ridiventati selvatici sono presenti in migliaia soprattutto nell’Appennino centro- meridionale; vivono ormai da più generazioni in condizioni di vita naturale e sono sottoposti, come qualsiasi animale selvatico, ad una forte pressione selettiva. Pertanto tra loro sopravvivono solo i soggetti più forti, quelli di taglia più grande e quelli più aggressivi. Con il passare del tempo in questi animali si diluiscono sempre di più le caratteristiche tipiche del cane domestico e prendono il sopravvento quelle dell’animale selvatico: forza, astuzia e aggressività, e si affermano definitivamente le dinamiche socio – comportamentali dei lupi. Pertanto molti attacchi al bestiame brado attribuiti ai lupi in realtà sono causati dai cani inselvatichiti che prosperano soprattutto nelle aree dove il numero dei lupi è modesto, perché dove i lupi vivono numerosi sono da questi contrastati con efficacia. I cani inselvatichiti di prima o seconda generazione hanno ancora un’ attività di predazione che risente molto della loro origine domestica: mordono, al contrario del lupo, spesso a caso, anche in punti non vitali, provocando però ugualmente dei grossi danni al bestiame, anche se magari non riescono ad ucciderlo. Col passare delle generazioni, però, affinano sempre di più le loro tecniche predatorie e acquisiscono capacità tipiche del lupo, diventando così sempre più letali.

Un altro preoccupante problema dovuto alla presenza dei cani inselvatichiti è dovuto al fatto che essi appartengono alla stessa specie del lupo (Canis lupus) e possono perciò accoppiarsi con esso e dare vita a prole fertile: i cosiddetti ibridi. Questi ibridi dal punto di vista della conservazione del lupo rappresentano un fenomeno gravissimo, sia per l’inquinamento genetico della specie selvatica, che per la competizione tra i branchi di lupi e i branchi di ibridi per le medesime risorse alimentari.

Gli ibridi spesso assomigliano molto al lupo, da cui si differenziano, a volte, solo per la coda un pò più lunga e le orecchie un po’ più grandi, e possono essere facilmente confusi con il grande predatore.

I cani inselvatichiti rappresentano perciò un grave problema per il nostro paese. Per limitare il fenomeno e i danni che questi animali provocano è necessario ridurre in maniera drastica l’abbandono dei cani. Per questo è indispensabile rendere molto più efficiente l’anagrafe canina, controllare sistematicamente che tutti i cani di proprietà abbiano il microchip, sanzionando fortemente i proprietari dei cani che ne risultino privi. È opportuno poi effettuare  sterilizzazioni su vasta scala dei cani randagi e per ultimo, ma non da ultimo, affrontare il problema anche da un punto di vista “culturale”, attraverso campagne di sensibilizzazione contro l’abbandono dei cani… e fare questo fin dalle scuole elementari.

I CANI DA PROTEZIONE

Un importante argine all’attuale attività  predatoria dei cani inselvatichiti e degli ibridi può essere rappresentato dall’utilizzo del cane da protezione. Il “nostro” cane da pecora è, infatti, molto efficace anche contro questi “nuovi” predatori.

Naturalmente quando si parla di cani da protezione da utilizzare contro i cani inselvatichiti e contro gli ibridi, come d’altra parte contro i classici predatori selvatici, ci riferiamo sempre ad esemplari impiegati e selezionati da generazioni dai pastori, gli unici che possono realmente emettere un definitivo ed inappellabile verdetto sulla efficacia funzionale dei cani, e non certo a quelli di selezione cinofila, perché i cani della pastorizia e i cani della cinofilia appartengono, escluse rare eccezioni, a due mondi completamente diversi.

A tal proposito pochi giorni orsono sono comparse su FB alcune cruente foto di un “nostro” cane massacrato da un orso in Trentino. Le foto dimostrerebbero, secondo l’intenzione di chi le ha pubblicate, che i cani di selezione cinofila, al contrario di quanto sostengono tutti coloro che fuori dalla cinofilia ufficiale si interessano dei cani da guardiania… e tra questi in primis i pastori, hanno mantenuto grandi capacità di contrasto verso i predatori. Le foto che abbiamo visto potrebbero però indurre anche a qualche diversa riflessione. Magari quelle foto potrebbero confermare che il contrasto ai predatori va fatto in branco e non con uno o due cani che, specie se giovani e inesperti, rischiano solo di rimetterci la pelle. Inoltre potrebbero far sorgere il dubbio che quel povero cane, indubbiamente dotato di un ammirevole coraggio (tra i cento cani assegnati ai pastori alpini ce ne sarà sicuramente più di uno), era perlomeno inesperto, poiché, anche se non conosciamo le dinamiche dell’accaduto, ha accettato lo scontro con un orso, scontro che un cane “preparato” non accetta mai, perché sa che dall’orso deve stare lontano, per evitare la sua bocca e i suoi terribili artigli;  un cane “preparato” sa che l’orso non può essere sconfitto e l’unica cosa che  può fare è dargli fastidio, disorientarlo, girargli continuamente intorno cercando di morderlo da dietro… se ne ha l’occasione.

Insomma, il povero Velino è stato fin troppo coraggioso, ma quanto accaduto conferma le nostre perplessità e i limiti del progetto portato avanti dal CPMA. Inserire due cuccioli in un gregge, oltretutto di un pastore senza una pregressa esperienza di cani da guardiania, è molto rischioso e presenta numerose controindicazioni.

Non sarebbe stato molto più saggio e molto più utile fornire ai pastori delle Alpi cani adulti e già “pronti” ,acquistati dai “nostri” pastori, previa iscrizione di questi cani al RSR (Registro supplementare riconosciuti) e previo controllo dell’assenza in loro di malattie genetiche, e casomai affiancare a questi cani adulti dei cuccioli, che dall’esempio dei “vecchi” avrebbero tratto utilissimi insegnamenti? Pensate quanti problemi sarebbero stati superati! I pastori alpini avrebbero avuto subito un certo numero di efficienti cani da guardiania, da inserire soprattutto in greggi che vivono in zone dove il rischio di predazione è più alto. I cuccioli avrebbero avuto dei “maestri” da cui prendere esempio, e infine, con cani già “pronti”, le difficoltà nel far comprendere ai nuovi proprietari come gestire i cani sarebbero diminuite enormemente. Certo, magari non sarebbero stati forniti agli allevatori ovini cento cani, ma si sarebbe messo a disposizione della pastorizia alpina un sufficiente pool di soggetti adulti ( 20? 30? 40?) di sicura affidabilità nel proteggere le pecore, affiancati da cuccioli anch’essi di provenienza pastorale, da cui partire per diffondere cani da pecora efficienti nelle Alpi… e tutto questo avrebbe richiesto anche tempi relativamente brevi! Le possibilità di successo, in questo caso, sarebbero state sicuramente di gran lunga superiori a quelle che si possono realisticamente ottenere con cuccioli che spesso, soprattutto se di provenienza “cinofila” e non pastorale, rischiano solo di essere mandati allo sbaraglio o, addirittura, al macello.

Sandro ALLEMAND